
(Barbara Polidori – it.businessinsider.com) – La pandemia ha messo in ginocchio l’economia italiana ma se c’è un’attività che ne ha beneficiato, questa è l’usura. Secondo un’indagine di Confcommercio, il 10% di piccole e medie imprese italiane del terziario ha subito pressioni illecite nel lockdown. Lo “strozzinaggio” è un fenomeno precedente al Covid-19, ma l’emergenza sanitaria lo ha esasperato per mancanza di fondi e finanziamenti, costringendo commercianti, ristoratori e liberi professionisti a chiedere aiuto agli usurai.
La maggioranza degli intervistati (30,7%) ha evidenziato infatti gravi problemi di liquidità in questi mesi. Sempre più lavoratori hanno bisogno di aiuti economici per reagire alla crisi ma la burocrazia italiana e la difficoltà nell’accedere ai finanziamenti frenano la ripresa.
È solo la punta dell’iceberg secondo la Federazione delle Associazioni Antiracket e Antiusura italiane. “Sicuramente più persone si rivolgono agli usurai in questo periodo – conferma la FAI – Ma non abbiamo ancora una stima precisa di quante denunceranno”. La complicità tra usurai e commercianti scoraggia le vittime a denunciare in questo periodo, per paura di ritorsioni.
Ma perché, considerando il Decreto Rilancio, rivolgersi all’usura?
“Con i 25mila euro non riusciamo nemmeno a pagare la tassa della spazzatura”, risponde C., commerciante del centro di Roma.
Le misure coprono solo in parte condizioni economiche già fragili e le banche esigono garanzie eccessive per i prestiti. L’inattività del lockdown e gli aiuti economici a singhiozzo costringono così piccole e medie imprese a un bivio: chiudere o cercare i soldi altrove.
Chi lo ha fatto in passato non conosceva alternative, ovvero gli aiuti che oggi le associazioni locali e lo Stato offrono a cittadini, imprese e famiglie in povertà.
“Se avessi saputo che dal 2015 esiste un Fondo regionale per aiutare persone in indigenza – racconta O. , vittima di usura nel Lazio – forse sarei riuscita già ora a rifarmi una vita”.
Banche a porte chiuse nell’emergenza
L’usura è una realtà parallela all’economia del nostro Paese e ha un vantaggio sulla burocrazia italiana: le richieste di soldi sono sempre accettate.
“La politica del credito è delegata alla rigidità del sistema bancario, una situazione che oggi avvantaggia anche l’illegalità”, spiega Luigi Cuomo, Presidente di Sos Impresa, associazione nata per opporsi al racket e alla criminalità organizzata.
Basta poco perché una banca respinga l’accesso a un prestito, un assegno pagato dopo 3 giorni, una bolletta non saldata di poche centinaia di euro.
“Il problema principale è che molte società finiscono nei sistemi creditizi dell’Agenzia delle Entrate anche per non aver pagato una semplice rata del telefono”, sostiene Ignazio Barbuscia, presidente del Fondo per la Solidarietà e l’Antiusura Onlus.
Le banche chiedono garanzie impossibili a tanta gente, spesso piccoli lavoratori con contratti precari, in nero o società in difficoltà economiche. Come quelle che in cassa integrazione durante la pandemia.
“Se queste persone sono già escluse dai finanziamenti in partenza, figuriamoci se possono chiedere un prestito da morose”, afferma Barbuscia.
È un serpente che si morde la coda, nelle sue spire finisce chi ha realmente bisogno, senza via d’uscita.
“Nel 2017 avevo una sartoria appena avviata e avrei dovuto fare dei lavori – racconta N. – Non ebbi il prestito, così un negoziante vicino mi presentò a chi doveva aiutarmi, era noto fra i commercianti di zona”.
In genere succede tutto per caso, si va al bar, ci si conosce grazie a una persona fidata. Si parte con somme basse, sui 1.000 euro che, se non restituiti nei tempi crescono a dismisura.
Un calvario durato anni, uno tsunami per tutta la famiglia di N. Più volte minacciati e costretti a fuggire, perseguitati dallo stalking anche sui social. Oggi, con il Coronavirus, piove sul bagnato.
“Non posso lavorare perché più di 100mila macchinari sono da allora sotto sequestro. Durante il lockdown siamo andati alla Caritas e abbiamo condiviso l’affitto con altre persone”.
Un sostegno è arrivato però dall’ASBAC che, come tante altre associazioni in Italia, risponde prontamente all’appello di cittadini e famiglie in sovraindebitamento, guidandole nella richiesta dei fondi statali e regionali.
“L’assenza degli organi di Stato ha una responsabilità in tutto questo” secondo Luigi Ciatti, Presidente dell’ambulatorio antiusura onlus: durante il lockdown ha registrato un aumento del 30% delle domande di aiuto per difficoltà legate al Covid-19.
Il Coronavirus ha distrutto le attività economiche più fiorenti, piegandole all’emergenza e vanificando il lavoro di una vita.
È la storia di C., che spera oggi più che mai nella ripresa del turismo.
“Ho un’attività gastronomica al Colosseo, già in passato sono caduto nelle mani degli usurai, perdendo circa 240mila euro”.
Il lockdown ha ridotto il suo fatturato del 20%, quest’anno prevede di passare da 300mila euro l’anno a circa 50mila.
“Prima vendevamo delle specialità, con l’emergenza abbiamo dovuto riconvertire la vendita al largo consumo – spiega C. – Stiamo aspettando gli aiuti dallo Stato e non vorremmo affidarci ancora alle mani sbagliate”.
Senza il supporto costante delle associazioni antiracket e usura, che fungono da raccordo con le istituzioni, molti cittadini ricadrebbero infatti più volte nella criminalità organizzata.
“In questo periodo ci ha ricontattati un ex vittima”, racconta Nicola Grassi, presidente dell’Associazione antiestorsione di Catania “Libero Grassi”. “L’emergenza lo ha affossato ancor di più – prosegue – era rimasto solo con 1.62 euro sul conto e in preda alla disperazione ci ha scritto ‘aiutatemi a non commettere lo stesso errore’”.
Così è per tanti cittadini italiani rimasti soli da Nord a Sud.
L’isolamento del lockdown
I piccoli commercianti, i proprietari di botteghe o microattività imprenditoriali sono le prime vittime della forbice economica.
“Abbiamo ricevuto diverse segnalazioni di commercianti avvicinati dagli usurai del proprio paese, a suon di ‘sappiamo che non puoi avere credito dalla banca’”, interviene l’Associazione Antiracket Puglia.
Per fortuna molti istituti di credito stanno cambiando rotta e venendo incontro alle persone.
“Stiamo attivando dei protocolli importanti con le banche per aiutare i commercianti vittime di usure”, conferma l’Associazione.
Ma un tempo non era così, A. lo ricorda bene. Nel 1990 gestiva due supermercati con la famiglia a Napoli, presto entrarono in crisi e, su suggerimento di alcuni conoscenti, un uomo si guadagnò “dolcemente” la sua fiducia.
“Solo molto dopo ci parlò delle garanzie sui prestiti. Fummo costretti a intestargli i negozi: dopo 20 anni l’ho denunciato, ha risposto con la camorra”. In questa battaglia, A. ha scelto lo Stato e si è affidata al Fondo di solidarietà, con cui oggi è tornata a vivere. “Prima questo, poi il Coronavirus, ora non mi posso arrendere, rivoglio indietro i miei negozi”, dice.
È la stessa battaglia di N., per anni barbiere in nero, oggi senza lavoro.
“Per me era impossibile accedere a un prestito, ma volevo mettermi in proprio e allora mi rivolsi a un cliente”. Cominciò chiedendo 1.000 euro, l’usuraio su 900 ne tratteneva il 10%. “Dopo 7-8 anni di pagamenti, ero arrivato a versare ogni settimana 1.000 euro di interessi”.
La vita di N. divenne scandita solo da bollette ed estorsioni, anni incolore e di solitudine per paura delle conseguenze. Tutto riacquistò un valore solo quando si decise a denunciare.
“Ricordo ancora quando arrivarono i 1.600 euro per la maternità di mia moglie: anche quel momento lo vissi con il fantasma dell’usura”. 1.000 euro finirono infatti in altre mani, un’invadenza che doveva finire. “Decisi di uscire da quel meccanismo perché arrivavo a malapena fine mese con 50 euro – confida N. – Non potevo nemmeno mangiare una pizza con la mia famiglia”.
Gli usurai hanno tentato di espropriarlo di tutto, ma non della forza di reagire.
“Tanti clienti oggi non mi salutano nemmeno perché ho denunciato”.
Non una persona qualsiasi, ma il figlio di un esponente di un clan di Catania, infrangendo così quella fiducia nella criminalità che altrove è connivenza.
L’unico dialogo in questi mesi è stato con l’associazionismo locale, che ha aiutato N. con un contributo di 600 euro e lo ha sostenuto nell’inattività. La disoccupazione è l’effetto boomerang del Coronavirus e, secondo Confindustria, è destinata a salire all’11,3%. In questo senso è fondamentale l’attivazione massiccia e repentina di strumenti di integrazione al reddito da lavoro e sostegno alla liquidità delle imprese.
Il vuoto politico
Fra le vittime di usura e le istituzioni c’è una distanza aggravata dalla pandemia. Certo, i bonus indennità e a fondo perduto sono misure importanti per far sapere che lo Stato c’è, ma non sono una risposta se si lasciano attendere. È un vuoto che avvantaggia la criminalità organizzata.
Il pizzo è la manifestazione della sua signoria nella città di Palermo e l’estorsione è funzionale a stabilire, consolidare ed estendere il governo sul territorio. Dove non c’è il Governo italiano, c’è quello di Cosa Nostra. La lentezza burocratica degli aiuti statali, la recalcitranza delle banche nei prestiti porta a una crescita dell’usura, trascinando giù con sé imprese in difficoltà e fasce sociali più povere.
“Ciò che inquieta oggi più di ieri è che i vuoti creati dall’azione repressiva delle Forze dell’Ordine possano nel tempo rimanere tali se non accompagnati da risposte politiche”, rimarca l’Associazione Comitato Addiopizzo di Palermo.
Vuoti che in questo periodo drammatico diventano voragini se il lavoro, l’accesso al credito, la cassa integrazione, il sussidio alimentare, l’istruzione e la salute non sono garantiti.
Perché è vero, lo Stato c’è, ma coi suoi tempi. Ed è lì che la criminalità offre un’alternativa veloce: la legalità di questo Paese, la sopravvivenza di piccoli scampoli dell’economia italiana ha la concorrenza del pizzo.
“Gli aiuti dello Stato sono troppo lenti – lamenta R., che denunciò il suo usuraio nel 2017 – ancora oggi non ho ricevuto nulla, a parte lo stop dei mutui per 2 anni e gli aiuti del Fondo solidarietà per l’usura”.
Mentre attende un segno, la Prefettura gli ha mandato però una mail, chiedendogli un piano di investimenti sugli aiuti dello Stato.
L’usura non chiede costruttività invece, perché votata alla distruzione di una vita intera. È la soluzione più rapida per chi, nell’arco di poche ore, ha bisogno di soldi e approfitta proprio del fatto che le banche non abbiano flessibilità sul credito. È proprio lì che serve dialogo, per dare speranze ai cittadini.
“Se per accedere ai fondi statali chiedono 5 anni di bilancio e tu hai sulle spalle un’azienda in difficoltà, a cosa possiamo aggrapparci?”, sostiene N. da Roma.
Gli aiuti delle associazioni e l’accesso ai fondi statali
C’è di positivo che il 67,4% degli ascoltati di Confcommercio ritiene ancora che l’intervento delle Forze dell’Ordine e della Magistratura siano strumenti di contrasto efficaci contro l’usura, il 59,4% riconosce nella denuncia la soluzione migliore.
Ma alzare la testa, in certi contesti, è più facile a dirsi che a farsi. Le alternative ci sono, gli aiuti anche, e una miriade di piccoli alveari della legalità li rendono possibili in Italia.
La principale misura di sostegno per chi è in difficoltà è il Fondo nazionale di solidarietà per le vittime delle richieste estorsive e dell’usura.
“La Legge 108 del 1996 prevede un fondo nazionale, con due canali di accesso”, ricorda l’ASAEC. Uno è un fondo di prevenzione con un prestito a tasso 0 e restituzione dopo 30 anni. L’altro risarcisce gli interessi degli usurai.
“Per chi è in Sicilia – prosegue l’Associazione – c’è inoltre un fondo regionale, esatta fotocopia di quello nazionale, con l’esenzione dei tributi locali”.
Ci sono poi gli aiuti delle fondazioni, per colmare l’intervallo di tempo nell’accettazione dei Fondi statali. La Fondazione Antiusura Padre Pino Puglisi di Messina eroga per esempio circa 7 milioni e mezzo di euro e si sta attivando con la Prefettura per aiutare professionisti, artigiani e commercianti.
“Vogliamo intervenire sulla possibilità di sospendere mutui, finanziamenti e favorire l’accesso ai finanziamenti dello Stato – racconta Alessandro Mezzapica, responsabile della Fondazione – Abbiamo anche portato una proposta in Parlamento con la Consulta nazionale antiusura”.
Vi è poi il fondo previsto dalla legge 44. del 1999 che garantisce contributi a fondo perduto ai commercianti, imprenditori e professionisti che abbiano subito estorsione. Il terzo tipo di fondo è quello messo a disposizione dalla Regione Lazio con la legge 14 del 2005.
Chi sceglie di essere aiutato oggi può raccontarlo, senza rimorsi.
“Solo denunciando ho riacquistato i miei diritti e ho ricominciato a vivere – racconta A. di Napoli – Denunciando si è al sicuro, è importante capire che lo Stato c’è, ma bisogna parlare per essere ascoltati”.
A guardare indietro, nessuno degli intervistati oggi si rivolgerebbe agli usurai, conoscendo le alternative.
“Piuttosto mi accontento di chiedere l’elemosina, è più dignitoso”, confida N.
Perché oltre ai propri soldi, queste persone hanno sacrificato se stesse con l’usura.
“Non bisogna pensare che ognuno porti da solo la propria croce come Gesù Cristo – conclude A. di Napoli – Lasciatevi aiutare da persone di cui fidarvi davvero, che non vi chiedono nulla in cambio”.