“Montanelli, troppo venerato maestro”
(di Gad Lerner sul Fatto Quotidiano del 13 Giugno) – Cercherò di non cadere nella trappola che il mio nuovo direttore, Marco Travaglio, oggi mi tende, chiedendomi di motivare perché considero Indro Montanelli “oggetto di venerazione sproporzionata alla sua biografia”. Ma non tirerò indietro la mano.

Mi è dispiaciuto, infatti, che i Sentinelli e l’Arci abbiano proposto la rimozione della (bella) statua a lui dedicata nei Giardini Pubblici milanesi, non solo perché la rimozione dei monumenti è una maniera sbrigativa di fare i conti con la storia, ma anche perché ci avrei scommesso che il loro annuncio di boicottaggio avrebbe contribuito ad alimentare l’eccessiva venerazione di cui Montanelli gode.

Devo proprio cominciare dalle ovvietà? Va bene. Non ho difficoltà a riconoscerne lo straordinario talento giornalistico e la prosa sopraffina. Del resto, considero anche Viaggio al termine della notte di Louis-Ferdinand Céline uno dei più grandi libri del Novecento, senza che ciò mi induca a benevolenza per le idee del suo autore.

Attenzione. Non sto attribuendo a Montanelli il marchio d’infamia che resterà impresso sull’opera di Céline. C’è una bella differenza. Montanelli ha interpretato magistralmente, e disinvoltamente, il mutare dello spirito dei tempi del secolo italiano che ha vissuto, senza mai aderirvi in profondità. Semmai riuscendo sempre a non lasciarsene compromettere.

Gli concedo perfino che la vicenda riesumata in questi giorni della dodicenne etiope comprata come moglie, appartiene anch’essa a consuetudini odiose ma considerate normali all’epoca. Per completezza dovremmo aggiungere che nel 1958 Montanelli scrisse articoli di fuoco contro la legge Merlin che chiudeva le case d’appuntamento. C’è un filo di continuità: lui è appartenuto a una mentalità maschile dominante che concepiva le donne come oggetti di piacere comprabili. Era un brillante conservatore libertino, affezionato ai privilegi connessi al rango che si era conquistato col talento e con l’astuzia.

Se possiamo indicarlo tra i massimi esponenti della categoria degli “arci-italiani”, a mio parere è soprattutto per la disinvoltura mostrata nel drammatico passaggio dal fascismo alla democrazia. Nonostante il suo apparente profilo anticonformista, ha saputo intuire come pochi altri l’ostilità provata da tanti connazionali nei confronti di coloro che avevano impugnato le armi contro il fascismo, nel tentativo di riscattare il disonore dell’Italia. Credo abbiano ragione Sandro Gerbi e Raffaele Liucci quando rintracciano nei suoi libri di storia la base della sottocultura anti-antifascista che avrebbe fatto molti proseliti. La sua abilità è stata di non rinnegare l’adesione al fascismo, ma di minimizzarla, fornendo del regime una caricatura tutto sommato benevola, funzionale al bisogno di autoassoluzione da tanti condiviso.

Da frondista, ha sposato il fastidio dei più nei confronti del coraggio degli intransigenti. Quando poi la guerra fredda ha alimentato un blocco anticomunista che non guardava tanto per il sottile e reclutava al suo interno anche personaggi che liberali non lo erano affatto, Montanelli ne è diventato il paladino. Vero è che nel 1994 ha rotto coraggiosamente con Berlusconi che entrava in politica, ma nel 1981 aveva tollerato senza imbarazzo di ritrovarsi nel suo Giornale un editore iscritto alla loggia P2. E se lo è tenuto per tredici anni.

Scriveva da Dio, acuto, ironico e signorile. Figuriamoci se non ho apprezzato, nei suoi ultimi anni, la rivendicazione di una destra perbene contro una gran parte dello stesso pubblico che aveva allevato, disposto a ripudiarlo pur di osannare il Cavaliere che gli prometteva un nuovo ventennio italiano. Ha saputo scegliere di stare in minoranza, e perfino di dialogare con la sinistra che aveva sempre combattuto. Tra i suoi allievi, ha scelto Marco Travaglio e Peter Gomez, non certo Antonio Tajani e Livio Caputo. Gliene sia reso merito, e venga senz’altro riconosciuto come un maestro di giornalismo di fronte a cui siamo piccini.

Ma io continuo a preferirgli Giorgio Bocca. Anche lui da ragazzo era stato fascista. Ma poi è salito in montagna con lo sten.

La replica:

“Fu anticonformista e mai servo: fece errori, ma si scusò”
(di Marco Travaglio sul Fatto Quotidiano del 13 Giugno) – Lungi da me l’idea di tendere una trappola a Gad Lerner: solo la curiosità di capire perché ritenga Montanelli un sopravvalutato. Curiosità ampiamente soddisfatta da questo suo articolo. Forse gli parrà strano, ma io non verserei una lacrima se la statua di Indro in bronzo ai giardini di piazza Cavour a Milano, che io trovo piuttosto bruttarella, sparisse. Credo che, se fosse vivo, lui stesso ne chiederebbe la rimozione. Ma non per i motivi “etici” sbandierati dai Sentinelli e dall’Arci, che lo incolpano di essere stato figlio del suo tempo. Bensì per motivi estetici, che per lui contavano molto più dell’etica: credevo che tutto sognasse, Montanelli, fuorché di essere ricordato con un monumento giallo simil-ottone che da lontano ricorda un grande trombone. Allergico ai pennacchi, ai galloni, alle cariche, alle onorificenze, alla retorica e al reducismo, aveva rifiutato ben più di una statua: la nomina a senatore a vita offerta da Cossiga nel 1991, la direzione del Corriere della Sera offerta da Gianni Agnelli nel 1992 e da Paolo Mieli nel ’94, la direzione de La Stampa offerta dall’Avvocato nel ’96.

Lerner lo considera un “disinvolto arci-italiano” e “apparente anticonformista” specialista della “fronda”, cioè nell’opposizione di sua maestà. Io, per come l’ho conosciuto, penso invece che fosse un anti-italiano e un anticonformista vero e ben poco disinvolto: cambiava sempre idea solo quando non gli conveniva, ritrovandosi in minoranza e rischiando parecchio, anche la pelle. L’unica sua disinvoltura era nell’arte del racconto, che lui imbellettava con dettagli falsi ma verosimili per rendere i suoi ritratti e i suoi reportage più veri. Ma nella vita e nelle scelte politiche – sempre dettate da fattori caratteriali, anzi umorali, più che ideologici – fu l’esatto opposto del frondeur paraculo. Cresciuto dentro il fascismo (era nato nel 1909 e la marcia su Roma lo colse tredicenne), subì il fascino di Mussolini (“più che fascista, ero mussoliniano”) e ne guarì proprio quando il regime toccò l’apice del successo e del consenso, cioè con la conquista dell’“Impero” in Africa Orientale, cui aveva preso parte come volontario e che aveva abbagliato persino due antifascisti come Benedetto Croce e Luigi Albertini, i quali nel 1935 avevano portato l’“oro alla Patria” con le loro medagliette d’oro di senatori.

L’orgia di retorica su quell’impresa e su quella seguente in Spagna gli instillarono i primi dubbi, allontanandolo da quel regime che intanto aveva allontanato lui. Nel 1937 la sua cronaca per il Messaggero sulla battaglia di Santander, in controtendenza con le celebrazioni ufficiali delle epiche gesta delle truppe italiane (“una lunga passeggiata con un solo nemico: il caldo”), gli valse l’espulsione dal Partito e dunque dall’albo dei giornalisti, costringendolo a espatriare in Estonia. Nel 1943, ricercato dai repubblichini e dalle Ss come complice del golpe bianco del 25 luglio, si diede alla macchia e collaborò con i partigiani di Giustizia e Libertà e con l’ufficio stampa del Cln.

Nel febbraio ’44, mentre tentava di intrupparsi in una brigata partigiana in Val d’Ossola, fu arrestato dai tedeschi e rinchiuso nelle segrete del carcere di Gallarate. E lì, anziché rivendicare la sua lunga militanza fascista, mise a verbale dinanzi alle Ss: “Non appartengo più al Pnf e mi considero in guerra con voi”. Fu condannato a morte e trasferito a San Vittore, da dove evase il 1° agosto grazie a un fascista doppiogiochista avvicinato da sua madre Maddalena. Fuggì in Svizzera e lì fece una sgradevole esperienza con gli antifascisti fuorusciti. Che lo consideravano ancora un mezzo fascista. Così nacque uno dei suoi primi e migliori libri: Qui non riposano. E anche la sua idiosincrasia per la retorica antifascista, specie in bocca a chi era stato fascista fino al 25 luglio 1943 o addirittura fino al 25 aprile 1945 e, diversamente da lui, fingeva di non esserlo mai stato. Un sentimento che, unito all’indole bastiancontraria, lo portò a minimizzare il suo antifascismo per enfatizzare l’ipocrisia di chi negava (tutti gli storici, prima di De Felice) il consenso al Regime.

Rompendo e denunciando il nuovo conformismo antifascista, Indro si sentì politicamente “apolide”, “straniero in patria”. Così come nel 1956, ai tempi della rivolta d’Ungheria, quando fu attaccato sia da destra sia da sinistra per aver scritto la verità: i rivoltosi non erano anticomunisti, ma comunisti che sognavano un socialismo diverso, riformista, autonomo dall’Urss. Come alla fine degli anni 50, quando sul giornale dell’establishment, il suo Corrierone, smascherò le collusioni fra il presidente Gronchi e l’Eni di Mattei (“l’incorruttibile corruttore”). Come negli anni 70, quando respinse le tentazioni golpiste e autoritarie della destra eversiva, ma anche la corsa sul carro dei vincitori del nuovo conformismo progressista che dominava l’intellighenzia, e fondò il Giornale per cantare fuori dal coro, sfidando anche le P38 delle Br, che lo gambizzarono proprio ai Giardini Cavour (Corriere e Stampa riuscirono a non nominare Montanelli nei titoli in prima pagina). Come negli anni 80, quando prese di petto il conformismofilo-Craxi, compare del suo editore Silvio B. E come negli anni 90, quando – unico intellettuale liberalconservatore con Sartori – si mise di traverso sulla strada delle magnifiche sorti e progressive del berlusconismo trionfante, lasciando il Giornale per fondare la Voce e poi continuando la battaglia sul Corriere fino alla morte nel 2001.

Certo, in 92 anni, commise diversi errori. Alcuni li ricorda Lerner, altri ne potrei aggiungere io (le lettere paragolpiste all’ambasciatrice americana Boothe Luce nei primi anni 50, in piena guerra fredda; la cantonata su Valpreda in piazza Fontana; l’incapacità di cogliere la svolta antimafia di Falcone e Borsellino). Ma, anche quando sbagliava, lo faceva in proprio, mai per conto terzi. Ne pagava le conseguenze. E sapeva chiedere scusa. Come quando ammise, alla luce dei documenti esibiti dallo storico Angelo Del Boca, ciò che aveva sempre negato per la sua esperienza sul campo: le armi chimiche italiane in Abissinia. Perché non era servo di nessuna ideologia e di nessun padrone. Se Gad ora scrive su un giornale senza padroni, un po’ lo deve anche a lui.