(Daniela S. Rossi) – Le industrie farmaceutiche sono aziende che perseguono il profitto, non la salute pubblica.
Questo compito -tutela della salute pubblica- spetta allo Stato. Ora, lo Stato da anni viene amministrato dai partiti che per il loro mantenimento si affidano a fondazioni che muovono una quantità enorme di denaro privato – il denaro pubblico arriva ai partiti dalla tassazione generale per effetto di legge [un tempo legge sul finanziamento pubblico ai partiti, oggi attraverso la legge sui rimborsi elettorali, nonché attraverso i fondi dei bilanci di camera, senato ed assemblee regionali per il funzionamento delle attività istituzionali dei gruppi].

È implicito che in queste fondazioni confluiscano, oltre che cospicui fondi anche interessi non proprio legati a quelli primari dello Stato inteso come collettività formata dagli individui. Altrimenti non si spiegherebbe l’invito esteso ad un ministro della salute ed al direttore di un ente pubblico di controllo e monitoraggio della salute dei cittadini che fa capo a quel ministero -ISS- a partecipare ad un forum ed al loro ritorno ritrovarsi nel giro di pochi mesi con l’estensione dell’obbligo vaccinale per decreto a prodotti dalla dubbia necessità, in assenza cioè di comprovato rischio epidemico.

Il problema fondante sta nell’aver accettato l’idea che un organismo non governativo, finanziato sì dai governi ma soprattutto da privati -e tra questi da fondazioni di impostazione etica discutibile che riescono a imporre gli orientamenti ad un organo che dovrebbe essere indipendente- possa determinare linee guida universali che gli Stati accettano in maniera acritica. Basta vedere i recenti scandali dell’OMS legati alla diffusione di previsioni catastrofiche proprio in materia di epidemie con relative linee guida in materia di profilassi vaccinale che si sono rivelate infondate, fallaci, allarmiste ed hanno imposto agli stati l’acquisto di milioni di confezioni di vaccini a cui la maggior parte delle popolazioni si sono rifiutate di sottoporsi, tant’è che dal 2016 puntano alla dichiarazione dell’obbligatorietà. Se poi si aggiunge che le industrie farmaceutiche hanno ottenuto in sede internazionale la totale immunità per i danni prodotti dai vaccini, lasciando ricadere gli indennizzi sugli Stati, cioè in ultima istanza sulla collettività -a differenza della responsabilità diretta per i danni da farmaci- si comprende il motivo di tutto il corifeo sul potere salvifico di una sottocutanea.

Le case farmaceutiche gestiscono a tutto tondo l’industria della malattia e volutamente evito di dire della salute pubblica: dalla formazione della classe medica alla ricerca universitaria, dalle forniture ospedaliere all’aggiornamento della classe dei medici che si occupano di medicina territoriale attraverso la sperimentazione farmacologica nelle “aziende ospedaliere”, il finanziamento degli enti di ricerca pubblici e privati -dove basta paventare il taglio di fondi per riportare nel “giusto alveo” chi osa discostarsi dagli obiettivi di ricerca- infine attraverso la manipolazione dell'”informazione scientifica sui farmaci” condotta a studio più che nei congressi in amene località esotiche come accadeva a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 del secolo scorso.

Se tutto questo non aiuta a riflettere, direi che come comunità di ragione critica siamo già ampiamente proni a qualunque decisione calata dall’alto. E da quello che leggo in giro non me ne stupisco affatto.