(Giuseppe Di Maio) – La storia della sinistra italiana è segnata da scissioni, svolte, mutazioni d’abito e di sostanza, che hanno messo a dura prova la fedeltà del suo elettorato. Una prova generale di consolidamento fu il frontismo delle elezioni politiche del ’48, in cui gli ideali socialisti si scontrarono con quelli liberal-democratici e con il mondo reazionario dei cattolici. Una stagione fugace e una sconfitta amara che inaugurarono a sinistra la lunga stagione dei partitini.

Dopo gli strappi di Berlinguer e la fine della “spinta propulsiva” nel comunismo sovietico, il PCI aveva abbandonato la dittatura del proletariato ed era pronto per essere assorbito dal mondo liberal. Qualche tempo dopo, Occhetto fece seguire alla Bolognina il cambio d’abito a quello genetico già in atto dalla fine degli anni ’60. Il berlusconismo, infine, e la legge elettorale (porcellum) provocarono un nuovo compattamento. Veltroni e la direzione romana del partito di Gramsci crearono quella mostruosità logica che si chiama PD.
Ripeto ancora una volta l’espressione di De Mita nel confronto TV con Renzi: “…due esperienze politiche non si sommano, ma stanno l’una all’altra in maniera dialettica”. Tuttavia, la possibilità di poterle sommare alla fine c’era. Ciò che a livello ideologico appariva una mostruosità, a livello elettorale, senza pretendere di essere maggioranza nel paese, poteva persino funzionare. Veltroni assommò nel PD tutto l’elettorato conservatore, e alla sostanza ideologica sostituì quella sentimentale.
Il nucleo di cittadini garantiti che divulgano i sentimenti di democrazia e di progresso, di accoglienza e del rispetto della diversità, si somma a quello più grande di coloro che sono colpiti dalla pubblicità dei sentimenti e dal desiderio, quasi proibito, di stabilità economica. Un blocco sociale che va dai giovani studenti il cui futuro si colora di promesse, ai pensionati timorosi di perdere il diritto acquisito. Tutto l’elettorato conservatore si commuove per le sventure dei miseri, ma non finanzia nessun riscatto sociale definitivo.
tutta la sinistra non ha più alcun residuo spirito rivoluzionario. Tutta la sinistra combatte la destra con i sentimenti non con i programmi, perché non ha alcun programma se non quello già esposto dall’ordine della società del capitale. Cosicché Veltroni, dopo aver compattato i buonisti dell’accoglienza a sfavore del mercato e delle condizioni del lavoro; i difensori della diversità che sviano dalle battaglie sociali con gli obiettivi civili; le onnipresenti accusatrici dei comportamenti maschili che dividono la società in maschi e femmine invece che ricchi e poveri, guadagna anche qualche soldo con il suo manifesto.
“Odiare l’odio”, la sua minchiata più recente, è la summa del pensiero conservatore. E’ una pensata senza pensiero, che sostituisce alla decifrazione della realtà sociale ed economica una proposta di emozioni che dovrebbero redimerla. Ecco com’è finito il pensiero di Gramsci, com’è finito il suo giornale e il suo partito. Ecco come il blocco sociale conservatore è complementare al suo antemurale reazionario, come lo può liberamente tacciare di ignorante e malvagio. Ecco perché il vero erede della rivoluzione, il M5S, è considerato per entrambi il nemico capitale.