La fitta presenza di navi Usa nei Caraibi – la più vasta al di fuori del Medio Oriente -, permetterebbe alla Casa Bianca di agire subito. Anche perché molte delle imbarcazioni dispiegate hanno già raggiunto i dieci mesi in mare, ben oltre i consueti sei o sette

(Gabriele Ragnini – lespresso.it) – Mesi di pressioni economiche e politiche, persino giudiziarie nel caso di Raúl Castro, minacce più o meno esplicite, rifornimenti via via sempre più ridotti fino a rasentare lo zero, un embargo al culmine, i blackout. E nel frattempo, all’interno del quartier generale del Pentagono, il piano prendeva forma: gli Stati Uniti ora sarebbero pronti a invadere Cuba. La notizia è di Politico, che spiega come l’amministrazione guidata da Donald Trump abbia impiegato mesi per “posizionare le truppe e le armi necessarie a lanciare un attacco militare” contro l’isola. E adesso mancherebbe solo il “la” finale.
Dall’esterno, il governo Usa ha provato più volte a rovesciare quello de L’Avana, che per Marco Rubio sarebbe “guidato da comunisti incompetenti”. Solo uno dei tanti affronti pronunciati da un collaboratore di Trump, che ieri – 27 maggio – ha aggiunto: “Vogliamo qualcosa di buono per il popolo cubano e speriamo di ottenerlo. Sono nei guai”. Fino a capovolgere la prospettiva, raggiungendo il paradosso: “Avere un Paese fallito a 90 miglia dagli Stati Uniti è una minaccia per la nostra sicurezza nazionale”. Nelle stesse ore, il ministro degli Esteri cubano Bruno Rodriguez chiedeva aiuto preventivo all’Onu nel caso di un’aggressione. “Rischiamo un bagno di sangue”, ha riferito al segretario generale Antonio Guterres.
Che fossero solo sentori o soffiate effettive, di sicuro la fitta presenza di navi targate stelle e strisce nei Caraibi – la più vasta al di fuori del Medio Oriente -, permetterebbe alla Casa Bianca di agire subito. L’asset sembra essere lo stesso con cui gli Stati Uniti hanno rovesciato il regime di Nicolás Maduro in Venezuela. Con due eccezioni: una flotta sì più piccola, ma dotata di una portaerei, la Uss Nimitz, che può lanciare decine di missili di precisione verso terra. E che è approdata al largo de L’Avana nello stesso giorno in cui il dipartimento di Giustizia Usa incriminava l’ex presidente Raùl Castro. Alla Nimitz si aggiunge la Uss Kearsarge, già utilizzata nelle guerre di Corea e del Vietnam. E poi, i droni: negli scorsi mesi i siti di tracking aereo li hanno visti ronzare di continuo, mentre sorvolavano – e sorvegliavano – l’isola.
Il rafforzamento offre al Pentagono un ventaglio di opzioni militari. Eppure, scrive Politico, per un’invasione di terra “avrebbe bisogno di truppe aggiuntive”. All or nothing, perché molte delle principali navi dispiegate hanno già raggiunto i dieci mesi in mare, ben oltre i consueti sei o sette. Un esempio è la Uss Gerald Ford, che undici mesi fa iniziò il suo giro nei Caraibi per poi essere dirottata verso il Medio Oriente, per il via alle operazioni in Iran. La Marina, oltre a subire pressioni, accusa il sovraccarico degli equipaggi. “Questi lunghi dispiegamenti consecutivi finiranno per pesare nel tempo”, ha detto a Politico un funzionario della difesa. “Tenere le navi là fuori così a lungo crea più problemi nel lungo periodo, quando si tratta di riallestirle e ripararle una volta rientrate a casa”. E poi c’è la questione umana di chi presta servizio per guerre e operazioni militari, sintetizzata in una frase riferita a Politico da Joe Plenzler, ufficiale in pensione del Corpo dei Marines: “Quanto è più difficile convincere la mia famiglia ad affrontare un altro arruolamento e andare avanti?”.
Dalla Groenlandia alla Patagonia.
Il resto è destabilizzato e/o sottoposto a vassallaggio.
Queste le modeste mire dell’ imperatore attuale.
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Ma chi se ne frega dell’equipaggio. Saranno tutti contenti di poter sfogare le loro frustrazioni sulla popolazione cubana appena avranno l’ok dal capo dei capi padrone del pianeta.
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Ammutinatevi.
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