Più di John D. Rockefeller, più di Marco Licinio Crasso. A prescindere da tempi e luoghi, in testa c’è sempre lui. Che, da solo, potrebbe pagare 558 mila lavoratori

(di Francesco Manacorda – repubblica.it) – Ottocento miliardi di dollari e spiccioli. L’ennesimo record di Elon Musk non è solo quello di uomo più ricco del mondo, ma forse di più ricco di tutti i tempi. Il professor Guido Alfani, insegna alla Bocconi e studia – per l’appunto – i ricchi nella storia. Ne ha scritto nel suo libro Come dei tra gli uomini (Laterza).

«Difficile rispondere a quest’ultima domanda, perché la ricchezza, in senso storico, va vista nei termini di ciò che effettivamente consente di fare ed è evidente che questo aspetto cambia nel tempo. Se però volessimo fare un esercizio di comparazione, la cosa più sensata sarebbe seguire Adam Smith, che nella Ricchezza delle nazioni sostiene che la ricchezza consente di acquistare lavoro. Possiamo quindi provare a trasformare il patrimonio di Musk in forza lavoro: con questo parametro si può affermare che probabilmente è l’uomo più ricco che sia mai esistito».

In che modo, esattamente? «Ho fatto qualche calcolo e, stimando il suo reddito annuale, Musk potrebbe pagare circa 558 mila lavoratori americani, presupponendo che ciascuno di essi “valga” i 90 mila dollari circa che sono il Pil pro-capite negli Usa. Per fare un paragone, un magnate come John D. Rockefeller poteva controllare “solo” il lavoro di 116 mila americani. Secoli prima, Marco Licinio Crasso (che Forbes ha definito la persona più ricca della storia romana ndr) controllava il lavoro di circa 32 mila uomini».
Nel corso dei secoli è cambiato anche il modo in cui si definisce la ricchezza? «Di certo è cambiata la sua composizione: nell’età classica e nel Medioevo, il principale elemento di un grande patrimonio, in grado di generare reddito, era la terra. Oggi la componente finanziaria è molto più importante».
Musk è finanza, ma anche industria: l’auto elettrica, i razzi, le telecomunicazioni… «Penso che, anche nel contesto dei super ricchi americani di oggi, la sua figura sia sostanzialmente eclettica. E differente sia dai grandi ricchi di fine Ottocento, che accumulavano fortune in un solo settore portandolo a scala nazionale, sia da molti attuali imprenditori del Big Tech».
Tra Ottocento e oggi c’è però un filo comune: la difficoltà di limitare grandi monopoli, che poi portano a grandi ricchezze. «Nell’America di due secoli fa il tema era molto sentito, tanto che è là che nasce la legislazione antitrust moderna con lo Sherman Act del 1890. Ma oggi le grandi società tecnologiche possono creare monopoli su scala globale, che a differenza di quelli nazionali non disturbano la politica del loro Paese d’origine».
Ma la concentrazione della ricchezza non cambia anche la politica? «Già Aristotele diceva che una disuguaglianza troppo elevata è incompatibile con la democrazia, perché qualcuno diventa “come un dio tra gli uomini”. Questa preoccupazione attraversa tutta la storia: dal Medioevo fino agli Stati Uniti del primo Novecento, quando si temeva che il money trust potesse controllare anche la politica. Da lì nasce una reazione forte: antitrust, tassazione progressiva, intervento pubblico».
E oggi? «Oggi vediamo qualcosa di nuovo nella forma, non nella sostanza. Non si era mai vista un’amministrazione americana con così tanti miliardari in ruoli di governo, incluso l’uomo più ricco del mondo. Questo farebbe inorridire i padri fondatori».
E il mito degli Usa come “terra delle opportunità” per tutti? «Qui sta il punto. Storicamente gli Stati Uniti erano davvero più egualitari, ma oggi sono tra i Paesi occidentali con maggiore concentrazione della ricchezza. E la mobilità sociale è bassa, comparabile a quella italiana. Però l’auto-percezione non è cambiata: si continua a credere che tutti abbiano una possibilità. E proprio questa distanza tra percezione e realtà aiuta a rendere socialmente accettabile una forte disuguaglianza».
Anche la percezione dei ricchi è cambiata nei secoli? «Certo. Nel Medioevo il super ricco non di nobili origini era guardato con forte sospetto, perché accumulare ricchezza senza usarla per aiutare i poveri era considerato un peccato di avarizia. Ma già dall’inizio del Quattrocento i mercanti costruiscono un’auto-percezione diversa: il bravo mercante dev’essere una persona pia, sobria, generosa. Lo stesso San Francesco, in fondo, è un mercante pentito. E Cosimo de’ Medici, banchiere preoccupato per la sua salvezza spirituale, risolve il problema acquistando una bolla di assoluzione dal papa. La grande ricchezza cerca da secoli una giustificazione morale e politica».
Oggi però quella giustificazione sembra quasi non servire più. «In parte è così. Ormai i super ricchi sono molto più tollerati, e in certi casi ammirati. Sono diventati modelli di successo, quasi di virtù economica».
Come si spiega questo rovesciamento? «Probabilmente è il risultato di una narrativa costruita nel tempo. Alcuni ricchi, soprattutto quelli che controllano i mezzi di comunicazione, hanno contribuito a promuovere un’immagine positiva della ricchezza. Una narrativa amplificata da chi è entrato in politica presentandosi come imprenditore di successo capace di creare lavoro e benessere per tutti».
Ogni riferimento a Silvio Berlusconi non appare casuale. E quindi, oggi, sebbene le disparità aumentino, la fascinazione prevale sul conflitto? «Fascinazione, sì, anche se resta un’ambivalenza. Nella cultura occidentale sopravvive un sospetto antico verso la ricchezza finanziaria, che riemerge soprattutto durante le crisi, quando ad esempio si torna a parlare di tassare maggiormente chi ha molto di più. Ma nel complesso oggi i super ricchi godono di una legittimazione molto più ampia di quanto accadesse in passato».
E guardando avanti? «I due scenari alternativi sono chiari: o la disuguaglianza continua ad aumentare fino a trasformare la democrazia in una plutocrazia, oppure le crisi rafforzano la domanda di una società meno diseguale e di un minor peso diretto dei grandi patrimoni. Finché si vota, le democrazie possono autoregolarsi. Ma la tensione è tutta tra questi due poli».
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È ricominciata la fissa di Repubblica per Elon Musk .
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558 mila lavoratori da 90 mila dollari ciascuno. Con una buona dose di amarezza, rifarei i calcoli per lavoratori italiani: 1.674.000 da circa 30 mila dollari ciascuno, visto che da noi sono in tanti a non andare oltre questa soglia lorda.
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