La rivelazione di un incontro molto ruvido tra il nunzio e i funzionari della difesa americano infiamma un clima già rovente. Il messaggio degli Usa alla Santa Sede: la potenza militare americana può tutto, la chiesa stia al suo posto. Il ruolo di Vance

(Mattia Ferraresi – editorialedomani.it) – Un’altra giornata di Leone XIV è stata scandita dalle turbolenze con l’amministrazione americana. Nella prima mattinata i collaboratori hanno dato conto al papa della ricostruzione, realizzata da chi scrive, sulla rivista americana The Free Press e rimbalzata un po’ ovunque fra Roma e Washington, di un incontro assai irrituale avvenuto al Pentagono nel gennaio scorso.
Il sottosegretario per la policy al dipartimento della Difesa, Elbridge Colby, ha invitato l’allora nunzio apostolico negli Stati Uniti, il cardinale Christophe Pierre, ad un incontro che potrebbe non avere precedenti dal punto di vista del protocollo – perché convocare un diplomatico, per giunta di uno Stato senza esercito, al Pentagono? – e che si è svolto in toni tesi e minacciosi, per fare capire alla Santa Sede nel modo più chiaro possibile che l’enorme potenza militare americana può tutto, e che la chiesa farebbe bene a stare dalla sua parte.

Fervore bellico
L’incontro era una reazione dell’amministrazione al discorso del papa al corpo diplomatico, primo grande documento di orientamento della politica estera dopo la chiusura dell’anno giubilare, che l’amministrazione Trump aveva letto con enorme attenzione, finendo per interpretarlo come un attacco alla sua politica. Uno dei passaggi incriminati era questo: «A una diplomazia che promuove il dialogo e ricerca il consenso di tutti, si va sostituendo una diplomazia della forza, dei singoli o di gruppi di alleati. La guerra è tornata di moda e un fervore bellico sta dilagando».
Ma in quel momento c’erano sul tavolo anche altre questioni contese. I raid dell’Ice che a Minneapolis avevano finito per fare morti innocenti e l’operazione militare per rimuovere Nicolas Maduro in Venezuela avevano trovato la ferma opposizione della Santa Sede, e qualcuno nell’amministrazione ha valutato che portare il diplomatico nel centro di comando della potenza militare più imponente della storia dell’umanità avrebbe fatto più effetto che il solito confronto al dipartimento di Stato.
Un funzionario del dipartimento della Difesa ha confermato che l’incontro è effettivamente avvenuto, ma ha contestato la ricostruzione: «La descrizione che The Free Press ha fatto dell’incontro è fortemente esagerata e distorta. Nell’incontro fra i funzionari del Pentagono e del Vaticano c’è stata una rispettosa e ragionevole discussione.
Non abbiamo altro che un altissimo riguardo per la Santa Sede e siamo aperti a continuare il dialogo». Il direttore della Sala stampa della Santa Sede, Matteo Bruni, ha evitato di commentare il fatto che ha scatenato le reazioni della stampa americana e costretto il vicepresidente, il cattolico JD Vance, a un imbarazzante siparietto in cui ai cronisti ha detto di non conoscere il cardinale Pierre, salvo poi ricordarsi di averlo effettivamente incontrato. Dopo la ricapitolazione, il papa ha incontrato il successore di Pierre, Monsignor Gabriele Caccia, che dalla missione della Santa Sede presso l’Onu è stato trasferito a Washington dopo il pensionamento del cardinale francese.
L’incontro era già previsto, ma certamente la vicenda ha aggiunto un ulteriore argomento di conversazione in una lista certamente lunga, vista l’escalation retorica che Leone ha messo in atto contro l’amministrazione Trump nel corso della Quaresima. Il culmine è arrivato quando ha definito «davvero inaccettabile» la minaccia di cancellare un’intera civiltà e ha addirittura invitato i cittadini americani a contattare i loro rappresentanti al Congresso per chiedere pace.

Paragoni messianici
Dal momento che il nunzio è incaricato anche dei rapporti con i vescovi, Caccia dovrà anche occuparsi della vicenda di Robert Barron, vescovo di Winona–Rochester e animatore dell’imponente network di evangelizzazione online Word on Fire, che è oggetti di polemiche per avere detto nel podcast di Ben Shapiro che le parole del papa contro la guerra non si riferivano all’Iran e anche per aver partecipato alla cerimonia di preghiera della Casa Bianca nella settimana santa, dove ha applaudito la advisor religiosa Paula White che, al solito, ha paragonato Trump a Cristo risorto dai morti.
Nella vicenda dell’incontro al Pentagono c’è anche un ulteriore livello di lettura. Colby è un funzionario cattolico molto vicino a Vance, che ha addirittura preso parte alle sue audizioni del Senato per certificarne le qualità, e come il vicepresidente rappresenta la corrente più favorevole al disimpegno americano nel mondo. Una corrente che non se la passa benissimo di questi tempi, evidentemente.
La fazione di Vance-Colby include anche il segretario dell’Esercito, Daniel Driscoll, ed è chiaramente in opposizione al segretario della Difesa, Pete Hegseth, belligerante crociato calvinista con tatuaggi apocalittici che sta conducendo da mesi purghe fra gli alti funzionari del Pentagono. Guarda caso mettendo il mirino su quella della filiera che fa capo a Vance.
Che l’incontro con il nunzio sia stato condotto da Colby è perciò significativo per le dinamiche interne di un’amministrazione che si sta frantumando proprio sul tema della guerra e della postura internazionale, che è fatalmente intrecciata alla disputa confessionale.
L’incidente del Pentagono cade nella colonna che afferisce al vicepresidente, che è sempre più isolato nelle dinamiche decisionali e incalzato dai falchi interventisti, e allo stesso tempo è impegnato a presentarsi come leader spirituale e religioso, nonché detentore dell’esclusiva sui rapporti con il Vaticano. Come dimostra anche la scelta di scrivere il suo secondo libro, dopo il fortunatissimo Hillbilly Elegy, sull’esperienza della conversione al cattolicesimo. Il volume s’intitola Communion, e da giugno sarà la nuova cornice del racconto di sé in vista del 2028.
Cazzatollah
(Di Marco Travaglio) – Corriere:: “Il regime degli ayatollah è fallito da tempo… In piazza c’è chi inneggia alla monarchia e al ritorno del figlio del Pahlavi” (Polito, 12.1).
Repubblica: “Bazyar: ‘La rivoluzione ci sarà, il sistema non regge più’” (16.1). “Ebadi: ‘Per liberarci l’intervento straniero è indispensabile’” (11.3).
Stampa: “Iran, la stretta degli Usa. Pahlavi scende in campo: ‘Il cambiamento sono io’” (17.1). “Dall’Iran libero benefici alla crescita” (Cottarelli, 1.3). “Azione coordinata per far cadere la Repubblica islamica” (Stefanini, 1.3). “’Teheran non ha quasi più lanciamissili’” (3.3). “La guerra Usa al regime è giusta, ma ora devono andare fino in fondo” (B.H. Lévy, 8.3).
Messaggero: “Teocrazia sempre più isolata. Un tracollo di Khamenei porterebbe la libertà a milioni di persone” (Campi,12.1).
Giornale: “Arrivano i nostri”, “Meno male che Trump c’è” (Cerno, 14.1). “La forza non ci piace, ma è l’unica via” (Minzolini, 1.3). “Liberi dal male”, “Lo stop al petrolio ridimensiona la Cina”(1.3).
Libero: “La spallata che serve per far cadere la Repubblica islamica” (12.1). “Cercasi Flotilla in rotta sull’Iran” (Sechi, 12.1). “Finalmente!” (1.3). “Hormuz chiuso per mancanza di assicurazioni. Ma ora ci pensa Donald…” (Dragoni, 5.3). “Petrolio e gas in netta discesa. Panico sui mercati già finito” (5.3). “Contro le armi di Israele, l’Iran è una tigre di carta” (21.3). “Il fantasma di Khamenei simbolo della sconfitta” (24.3). “’Teheran è crollata per il 70% e gli arabi stanno con Israele’” (31.3). “Con la sconfitta di Teheran tornerà anche il petrolio” (2.4).
Foglio: “Il regime iraniano si sta consumando” (9.1). “Sognare il regime change” (rag. Claudio Cerasa, 9.1). “Esportare la libertà a Teheran” (15.1). “Il ruggito di Israele per il regime change: è guerra preventiva” (1.3). “Non c’è momento più propizio per far cadere un regime” (2.3). “Essere antifascisti oggi significa augurarsi un Iran libero” (4.3). “Nel Golfo tutti d’accordo: la fine del regime apre una nuova èra” (5.3). “Sostenere il partito della resa incondizionata. In una settimana Israele e Usa hanno quasi raggiunto gli obiettivi militari” (7.3). “Ci sono più Ferrari a Teheran che a Roma. Il regime è finito” (12.3).
Riformista: “Spallata finale. ‘Regime al collasso, Israele darà il colpo di grazia’” (9.1). “Teheran, stiamo arrivando”, “Make Iran Great Again” (14.1). “Nirenstein: ‘Restaurazione della monarchia? Reza III si presenta come figura unitaria, può aprire la via alla democrazia” (14.1). “Fate presto” (15.1). “L’Asse del Bene” (3.3). “Una nuova primavera a Teheran” (Vernetti, 5.3). “La guerra di liberazione dell’Iran” (5.3). “I benefici infiniti della rimozione di un regime” (Marattin, 11.3).
E pazienza, dài, è andata così.
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eddai, perchè dare voce a quattro ebeti che non ne hanno mai azzeccata una?
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Direi semplicemente produttori nazionali di incartatotani🤔
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