La guerra all’Iran è solo l’ultimo tassello di un disegno globale. L’obiettivo è di espandersi dietro all’alibi della sicurezza: dal Sud del Libano alla Siria. Dopo l’occupazione di Gaza, c’è il massiccio esodo forzato dei palestinesi dalla Cisgiordania con i raid dei coloni spalleggiati dall’esercito. Così il premier Netanyahu dà corpo al sogno della destra messianica che lo tiene al potere

(Daniele Mastrogiacomo – lespresso.it) – La conoscevano tutti a Tel Aviv. Si chiamava la Casa Rossa. Era stata costruita agli inizi del secolo scorso dai primi nuclei di ebrei giunti soprattutto dal Centro e dall’Est Europa. La ostentavano con orgoglio: era frutto del loro estro artigiano, con quelle sfumature tendenti al rosa durante il tramonto che spiccavano sulla “città bianca”, come veniva ricordata da artisti e letterati la prima città del futuro Israele. Fino al 1947 ospitò il Consiglio dei lavoratori; quindi, divenne il quartiere generale dell’Haganà, la principale organizzazione armata sionista clandestina.

Oggi quella casa non esiste più. Al suo posto è stato costruito un parcheggio vicino all’hotel Sheraton. Ma il ricordo delle sue vecchie mura segnano un momento decisivo nella storia dello Stato ebraico. Come ricorda Ilan Pappé, noto docente, storico e scrittore ebreo nel suo fortunato libro “La pulizia etnica della Palestina” (Fazi editore) «il 10 marzo del 1948 un gruppo di undici uomini, dirigenti sionisti veterani insieme a giovani ufficiali militari ebrei, diedero il tocco finale al piano di pulizia etnica della Palestina». In quella stessa data sarà poi messo a punto il progetto, nome in codice Piano D. (dalet, in ebraico), più volte aggiornato nel corso degli anni e tuttora valido. È il programma che guida l’azione politica e militare per la realizzazione del Grande Israele: un’espressione che ha assunto nel tempo diversi significati e che viene spesso utilizzata in chiave “irredentista” per riferirsi ai confini storici rivendicati, o quantomeno auspicati, nella Terra Promessa.

Ogni comportamento dello Stato di Israele, anche il più difficile da comprendere, segue la stessa logica degli ultimi 100 anni. La mappa del Grande Israele, la Eretz Yisrael Haslemah, letteralmente “tutta la terra di Israele” si basa su concetto biblico legato alla promessa fatta da Dio a Abramo e descritto nella Genesi. Sostiene che il territorio destinato al popolo ebraico si estende dall’Egitto al fiume Eufrate. Cioè, dall’antica terra egiziana fino al fiume Eufrate, quindi parte della Mesopotamia. Non è un concetto astratto: oggi è la bussola del governo di Benjamin Netanyahu che su questa missione divina basa la sua azione politica sorretto da una maggioranza messianica di estrema destra.

Dal 7 ottobre 2023, il giorno del massacro nei kibbutz del Sud di Israele da parte dei miliziani di Hamas e della Jihad islamica, il progetto è stato riesumato e rilanciato. Distruggere Gaza non era solo una reazione a una strage cruenta e inaspettata. È stata l’occasione per chiudere un conflitto sotterraneo e asimmetrico che dura da oltre 70 anni, scandito da assalti, distruzioni, attentati. Il mondo è rimasto attonito davanti alla demolizione sistematica della Striscia, letteralmente rasa al suolo e tuttora ridotta a un enorme massa di detriti dove è impossibile vivere.

Lo stesso sta accadendo con il Sud del Libano. Poche settimane fa il ministro della Difesa Israel Katz ha dichiarato che l’Idf, l’esercito dello Stato ebraico, manterrà il controllo del territorio a sud del fiume Litani, distante dal confine una ventina di chilometri, per motivi di sicurezza. I soldati entrati nel Paese dei cedri non si sono limitati a colpire e distruggere le postazioni da dove Hezbollah lancia la sua selva di missili nel Nord di Israele. Hanno fatto saltare in aria case e fattorie, hanno distrutto i ponti che sorgono sul corso d’acqua e garantivano il passaggio tra le regioni centrali e quelle meridionali. Hanno colpito i punti di osservazione dell’Unifil, la missione Onu in Libano, uccidendo 3 caschi blu. Il governo di Netanyahu ha ordinato a oltre 600 mila abitanti di quelle zone di evacuare e ha ricordato loro che probabilmente non potranno più fare ritorno alle loro abitazioni. Il timore di Beirut è che si tratti di un’operazione più vasta come è avvenuto nel 1978, con l’occupazione del Libano durata 20 anni, e ancora nel 2006 quando Tshahal si spinse molto all’interno del Paese. «L’attuale campagna in Libano deve concludersi con un cambiamento radicale», aveva dichiarato alcuni giorni fa Bezalel Smotrich, ministro delle Finanze israeliano che fa parte dell’ala radicale della destra messianica. «Il Litani deve diventare il nostro nuovo confine con lo Stato libanese».

Il diritto alla difesa di Israele non è messo in discussione. Ma questo non può giustificare azioni che il mondo intero condanna e guarda con sconcerto. Quello che appare sempre più evidente è la doppia narrazione che viene fatta su questa immane tragedia. Negare la Nabka, la “catastrofe” che colpì 250 mila palestinesi nel 1948 costretti a lasciare le proprie terre, significa accettare l’idea che quel popolo non esisteva, che la Palestina era abitata da “arabi” e che non c’era stata alcuna cacciata ma un esodo “volontario”. Il silenzio che avvolge le azioni criminali dei coloni in Cisgiordania, protetti dai soldati, è la versione moderna di quell’esodo che ancora oggi affligge milioni di doppi profughi costretti ancora una volta a lasciare le proprie case, gli affetti, i ricordi. Anche in questo caso l’obiettivo è identico. Estendere il territorio alla Giudea e Samaria per inglobare la parte mancante promessa da Dio. Se si considera anche l’altra porzione di terra erosa alla Siria dietro le alture del Golan tutto lascia intuire che il Piano Dalet ha quasi raggiunto il suo Zenit. La guerra contro l’Iran ha un obiettivo diverso: allontanare lo spettro di una minaccia nucleare. L’ha voluta Benjamin Netanyahu. Senza più gli ayatollah, può realizzare il Grande Israele. A Donald Trump, trascinato in un pantano dal quale non sa più come uscire, lascia il bottino energetico dell’isola di Khārg.