Record di importazioni, anche Trump felice: triplicati gli acquisti negli Stati Uniti. Corrono anche le esportazioni: oltre 9 miliardi grazie al Kuwait che fa incetta di aerei. Nonostante le guerre e Gaza, non si fermano – anche se si riducono – gli affari con Israele. Tutti i dettagli nella relazione del governo alle Camere dopo le anticipazioni de l’Espresso

(Carlo Tecce – lespresso.it) – Non c’è bisogno di altri proclami: l’Italia si sta già riarmando. Il governo Meloni, lo scorso anno, ha autorizzato importazioni di materiale bellico per un valore complessivo di quasi 2 miliardi di euro (1,977) da fornitori non europei. L’Italia acquista principalmente da Svizzera (596 milioni di euro) che funge da snodo commerciale per le multinazionali, poi Stati Uniti (575 milioni), Gran Bretagna (281 milioni).
Il 2025 ha registrato un record assoluto, superiore al picco di 1,25 miliardi di euro toccato due anni fa. Il fattore Donald Trump si fa sentire: l’industria bellica americana passa da 184 milioni ai già citati 575 conquistandosi una quota del mercato del trenta per cento.
L’Italia compra e vende, sempre di più. Come prevedibile, le esportazioni di armi “made in Italy” crescono a buon ritmo: 9,164 miliardi di euro, che significa +19 per cento in un anno, +47 per cento nel biennio, +87 per cento nel triennio. Questo non è un record perché in epoca renziana – 14,5 miliardi totale nel 2016 – il Qatar inondò di ordini l’industria bellica italiana. A trainare le esportazioni stavolta è il Kuwait con una spesa di oltre 2 miliardi e mezzo in aerei da combattimento. È ancora il Golfo, preso di mira dalle ritorsioni iraniane, a rinfoltire l’aviazione.
L’Ucraina si conferma fra i principali clienti con 349 milioni di euro. Oltre a ricevere materiale donato (spesso in disuso) dagli amici italiani, il governo di Kiev, ormai integrato nel sistema bellico occidentale, fa incetta di prodotti tricolori, munizioni in particolare. Negli elenchi noiosi e sterminati di questa relazione inviata alle Camere e imposta ai governi dalla legge 185 del 90, e perciò da inizio legislatura obiettivo della maggioranza di centrodestra, non figura Israele.
Il governo se la cava con questa spiegazione al solito onusta di viltà: «Nei dati relativi al 2025, al pari dell’anno precedente, non appare Israele perché – come noto – le caratteristiche dell’intervento israeliano su Gaza in reazione al criminale assalto condotto da Hamas il 7 ottobre 2023 hanno indotto l’Autorità Nazionale a non concedere nuove autorizzazioni». A parte l’inaccettabile definizione di «intervento israeliano su Gaza» quello che l’Onu considera un genocidio, il governo Meloni omette – come già rivelato da l’Espresso il 18 marzo 2026 – di precisare un dettaglio enorme: sì, l’Italia non ha concesso nuove autorizzazioni, ma le vecchie procedono regolarmente. E infatti, dai registri doganali, risulta che lo scorso anno è transitato materiale bellico verso Tel Aviv per 13,451 milioni di euro (35,824). Non è finita. Perché l’Italia continua a finanziare l’industria bellica di Israele avviando altre commesse: ben 36 per un costo di 85 milioni di euro nel 2025 dopo i 154 milioni nel 2024.