Eurospin, la più grande e florida catena di discount italiana, ha deciso di chiedere ai fornitori — aziende agricole e dell’industria alimentare — di abbassare i costi per tamponare «l’impatto del conflitto Usa-Iran». Più che una richiesta si tratta di un obbligo, una misura unilaterale. Ma questa scelta ha un effetto preciso: sposta ancora una volta il peso dei costi su chi sta all’inizio della filiera, sull’anello più debole. Senza intaccare i propri profitti in crescita

(Fabio Ciconte – editorialedomani.it) – Fare la spesa costa sempre di più. È un dato che percepiamo tutti quando andiamo al supermercato. Basta guardare uno scontrino: è aumentato del 25 per cento negli ultimi cinque anni. È una percentuale enorme, soprattutto se consideriamo che nello stesso periodo i salari sono rimasti fermi (e bassi). E oggi la preoccupazione è che questa nuova guerra possa far aumentare ancora quei prezzi. È una preoccupazione che riguarda la nostra vita quotidiana ma anche quella delle catene della grande distribuzione organizzata (Gdo), per non perdere clienti, fanno di tutto per tenere i prezzi bassi. Soprattutto i discount, che sul prezzo basso costruiscono il loro modello.

Ma a spese di chi? Come è possibile tenere bassi i prezzi quando tutti i costi di produzione sono aumentati? È dentro questa domanda che si inserisce il caso Eurospin.

In questi anni, nostro malgrado, abbiamo imparato a capire perché mangiare costa sempre di più: prima la pandemia, poi l’aumento dei costi energetici, poi la guerra. Tutti fattori reali, che hanno inciso su trasporti, fertilizzanti, logistica. Di fronte a questo aumento facciamo di tutto per spendere meno. Si cambiano abitudini, si riducono alcune categorie di prodotti, si scelgono sempre di più i discount. Non è un caso che queste catene stiano crescendo: intercettano un bisogno reale, quello di contenere una spesa che pesa sempre di più sui bilanci familiari.

Ecco perché i supermercati fanno di tutto per tenere i prezzi bassi. Ma, dicevamo, a spese di chi? Eurospin, la più grande e florida catena di discount italiana, ha deciso di farlo chiedendo ai propri fornitori — aziende agricole e dell’industria alimentare — di abbassare i costi. Secondo quanto riportato da Alimentando, testata di settore, Eurospin avrebbe inviato una lettera ai propri fornitori chiedendo un contributo del 3 per cento per tamponare «l’impatto del conflitto Usa-Iran sui costi di trasporto».

Più che una richiesta si tratta di un obbligo, una misura unilaterale imposta ai fornitori. Ma questa scelta ha un effetto preciso: sposta ancora una volta il peso dei costi su chi sta all’inizio della filiera. Cioè su chi quei costi li ha già assorbiti negli ultimi anni. In molti, a partire dalle associazioni di categoria e da Filiera Italia, si sono giustamente affrettati a denunciare questa come una pratica commerciale sleale. Ed effettivamente ci sono tutti i margini perché lo sia.

In questi anni la Gdo si è trovata stretta tra due fuochi: aumentare i prezzi al consumo riconoscendo ai produttori l’aumento dei costi — in alcuni casi superiore al 30 per cento — oppure rilanciare sconti e promozioni per non perdere clienti già alle prese con bollette più alte. Eurospin ha scelto la seconda strada. Uno potrebbe persino sostenere che sia una scelta comprensibile, se non fosse per un particolare non proprio irrilevante: mentre chiedeva un contributo ai fornitori già in difficoltà, negli stessi anni Eurospin ha aumentato notevolmente i propri profitti.

Secondo l’Osservatorio dell’area studi di Mediobanca, è tra le insegne più redditizie della grande distribuzione e ha accumulato circa 1,9 miliardi di euro di utili in sei anni. Non solo: negli stessi anni le catene dei supermercati hanno distribuito dividendi per 1,3 miliardi. E i dati Mediobanca mostrano anche un altro elemento: i discount sono oggi il segmento più redditizio della grande distribuzione, con margini operativi significativamente più alti rispetto agli altri operatori. Questo significa che, mentre i prezzi salivano, i margini non si sono ridotti. Anzi, sono rimasti elevati.

La globalizzazione ci ha abituati a una formula molto semplice: privatizzare gli utili e socializzare le perdite. Significa che quando le cose vanno bene i profitti restano alle aziende, mentre quando i costi aumentano vengono scaricati sugli altri: lavoratori, fornitori, a volte anche sul pubblico. Non è la prima volta che emergono dinamiche di questo tipo. Tanto che l’Autorità garante della concorrenza e del mercato, qualche settimana fa, ha avviato un’indagine conoscitiva proprio sul ruolo della grande distribuzione nella filiera agroalimentare. L’obiettivo è chiaro: capire come si distribuisce il valore lungo la filiera e come si formano i prezzi finali.

Gli agricoltori in questi anni hanno visto ridursi ulteriormente i margini e molti hanno mollato. Nel frattempo, i consumatori continuano a pagare di più. Ma quell’aumento non si traduce in una migliore distribuzione del valore. Ed è proprio su questo squilibrio che si concentra l’indagine: sul potere contrattuale della grande distribuzione e sulla sua capacità di influenzare sia i prezzi a scaffale sia la remunerazione di chi produce.

Per questo la guerra va vista anche alla cassa di un supermercato. Non solo nei prezzi, ma nel modo in cui quei prezzi vengono costruiti. Ed è esattamente qui che dovrebbe aprirsi una discussione pubblica, partendo col capovolgere la domanda. Se i costi aumentano, perché devono pagarli sempre gli stessi? Se i fornitori sono obbligati a contribuire con un 3 per cento, perché non chiedere invece alla grande distribuzione di fare lo stesso? Perché il governo non interviene chiedendo alle catene della Gdo di farsi carico di una parte degli extracosti, ad esempio attraverso una tassazione mirata su quei dividendi distribuiti in questi anni? Sarebbe un modo semplice per riequilibrare una filiera che oggi scarica i costi sempre sugli anelli più deboli.