Le ultime dichiarazioni del presidente Usa nell’ambito del conflitto in Medio Oriente hanno allarmato persino i sostenitori repubblicani. E c’è chi invoca il ricorso al 25esimo emendamento per farlo rimuovere. Ma c’è chi sospetta possa essere soltanto una tattica

(di Enrico Franceschini – repubblica.it) – LONDRA – “Un re pazzo, profondamente malato”: così Candace Owens, una delle podcaster di destra più popolari d’America, descrive Donald Trump dopo le minacce apocalittiche, condite di profanità, rivolte negli ultimi giorni dal presidente all’Iran. “È psicotico, ha bisogno di aiuto”, concorda il deputato democratico Jim McGovern e anche tra i repubblicani ci sono segnali di preoccupazione per l’atteggiamento sempre più irrazionale tenuto dal capo della Casa Bianca durante la guerra.
A chi fa appello a ricorrere al 25esimo emendamento della Costituzione, in base al quale si può rimuovere il presidente se dà segni di infermità mentale, i suoi sostenitori rispondono che quella di Trump è soltanto una tattica: farebbe il pazzo, ma non lo è affatto, insomma la sua sarebbe una recita per confondere e spaventare gli avversari, atteggiamento già messo in mostra in altri frangenti, dal conflitto in Ucraina alla guerra dei dazi. L’opinione prevalente degli storici, tuttavia, è che un leader che fa il pazzo, o che lo è veramente, danneggia in entrambi i casi il proprio Paese e contribuisce soltanto a generare instabilità nelle relazioni internazionali, mettendo in pericolo tutto il mondo.
Da Machiavelli a Nixon
Negli Stati Uniti la “madman theory”, la teoria del pazzo, risale alla presidenza di Richard Nixon, sebbene un concetto simile fosse in circolazione già da secoli. Il primo a formularlo è Niccolò Machiavelli, nel libro “Discorsi su Tito Livio”, pubblicato nel 1531, in cui l’autore de “Il Principe” afferma: “Talvolta è saggio simulare pazzia”. Talvolta, sottolinea però Machiavelli: non costantemente. Una scelta di cui Nixon fa invece la propria dottrina politica, confidando al suo capo dello staff H. R. Hadelman, durante la guerra nel Vietnam: “Io la chiamo la teoria del pazzo. Voglio che i nordvietnamiti credano che ho raggiunto un punto in cui farò qualsiasi cosa per mettere fine alla guerra. Faremo loro arrivare voce che Nixon è ossessionato dal comunismo, quando si arrabbia non possiamo controllarlo e ha il dito sul pulsante nucleare. Nel giro di due giorni Ho Chi Min (il leader del Nord Vietnam comunista, ndr.) verrà a Parigi (dove erano in programma i negoziati, ndr.) implorando la pace”.
Non funzionò: a Parigi fu firmata una pace che permise in realtà ai nordvietnamiti di continuare la guerra e vincerla, conquistando il Vietnam del Sud e infliggendo all’America una sconfitta militare che ha pesato a lungo sull’identità di Washington, contribuendo, insieme allo scandalo delle intercettazioni illecite passato alla storia come il Watergate, alla vittoria del democratico Jimmy Carter alle presidenziali del 1976.
L’equilibrio del Mad
L’idea della “madman theory” era di indurre i leader dei Paesi comunisti, o in generale i nemici, che il presidente è irrazionale e volubile, affinché essi evitino di provocare gli Usa per timore di una reazione imprevedibile. La logica sarebbe che l’apparenza di irrazionalità rende credibili anche le minacce non credibili. Non a caso, nell’era della guerra fredda, l’equilibrio fra le due superpotenze, Usa e Urss, si reggeva sul concetto di Mad, acronimo di Mutually assured destruction (Distruzione reciproca assicurata, ma in inglese significa anche “pazzo”): la minaccia di escalation fino all’uso di armi nucleari da parte di un leader razionale può sembrare non credibile, perché porterebbe alla distruzione reciproca, ovvero al suicidio, ma una minaccia suicida da parte di un leader pazzo può invece essere creduta.
Si cita in proposito l’ordine dato da Nixon di fare volare diciotto bombardieri nucleari per tre giorni lungo i confini dell’Urss. Ma neanche quella mossa ebbe un effetto tangibile, rimane anzi estremamente controversa. Non a caso i maggiori successi della presidenza Nixon furono i negoziati con il leader sovietico Leonid Breznev per contenere gli armamenti atomici e l’apertura alla Cina con il viaggio a Pechino per incontrare Mao, due mosse all’insegna del dialogo (e, nel secondo caso, del “divide et impera”, dividendo i due maggiori Paesi del mondo comunista, Urss e Cina), architettate dall’abilità diplomatica di Henry Kissinger, consigliere e poi segretario di Stato di Nixon, non da irrazionali minacce. L’idea stessa del Mad era che bisognava essere pazzi per lanciare una guerra nucleare: per questo né un presidente americano, né un leader sovietico, l’avrebbero mai fatta. Nixon non era pazzo, ma a tratti voleva sembrarlo: si giocò anche così presidenza e reputazione.
Saddam, Gheddafi e Putin
L’opinione dominante è che tutti i leader che hanno usato la “teoria del pazzo”, da Nixon al leader sovietico Nikita Krusciov, dall’iracheno Saddam Hussein al libico Muammar Gheddafi, non sono riusciti a ottenere i risultati desiderati: Krusciov ha finito con il perdere il potere, rovesciato da un golpe interno, accusato fra l’altro di irrazionalità; Saddam e Gheddafi sono morti, il primo impiccato, il secondo massacrato, per mano dei propri stessi popoli.
Con le sue minacce di usare bombe nucleari tattiche contro l’Ucraina se la sicurezza nazionale russa fosse a rischio, anche Vladimir Putin dà talvolta l’impressione di essere pazzo o di volerlo sembrare. In genere sembra piuttosto un giocatore di scacchi, che attacca o retrocede a seconda della situazione. È vero che a volte fa dubitare della propria salute mentale, come quando definisce “un nazista” il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, ebreo, figlio di ebrei trucidati nei campi di concentramento di Hitler. Ma i suoi eccessi appaiono più attribuibili alla sensazione di onnipotenza dei leader rimasti troppo a lungo al potere, lui lo è da quasi 26 anni, circondati di sicofanti che danno loro sempre ragione e non si azzardano mai a contraddirli.
I pazzi veri
Diverso discorso riguarda i leader che, nel corso della storia, si sono rivelati autenticamente pazzi o perlomeno affetti da seri disturbi della salute mentale. Ci sono i casi notori di almeno due imperatori romani: Caligola nominò senatore il proprio cavallo ed era convinto di consultarsi con Giove; Nerone bruciò Roma per cercare l’ispirazione mentre suonava la cetra. Re Carlo VI di Francia, che ereditò il trono nel 1380 all’età di 11 anni, pensava di essere fatto di vetro, aveva probabilmente disordini genetici che lo condussero alla schizofrenia e assaliva a colpi di spada i propri consiglieri. In proposito, il sultano Ibrahim I, che regnò sull’impero ottomano dal 1640 al 16848, praticava il tiro con l’arco sui propri servi: non per niente era soprannominato l’Irritabile o il Folle. Di re Giorgio III d’Inghilterra si disse che non solo aveva perso le colonie americane, con la guerra d’indipendenza del 1776, ma finì con il perdere la testa, dando visibili segni di pazzia. Nella Cina del19esimo secolo, l’imperatore Hong Xiuquan, leader della ribellione di Taiping del 1851, sosteneva di essere il fratello minore di Gesù.
Di Idi Amin, ex cuoco dell’esercito diventato presidente dell’Uganda, si diceva che fosse talmente matto da mangiare i bambini, anche se nel suo caso la follia si intreccia con la crudeltà: una miscela comune ad altri dittatori del passato, tra cui lo zar Ivan il Terribile, che fece accecare l’architetto della cattedrale di San Basilio, dopo avergli fatto i complimenti, affinché non potesse mai più costruire nulla di tanto bello. Ferocia e paranoie si intrecciano pure nei comportamenti di Hitler e di Stalin, in particolare nella fase finale della loro vita, oltre che nel leader cambogiano Pol Pot, autore dei massacri di massa operati dai Khmer Rossi, determinato a “spopolare le città”, giudicandole nido di intellettualismo. Un caso tipico del potere che dà alla testa è quello di Saparamurat Nyazov, presidente a vita del Turkmenistan dopo il crollo dell’Urss, fautore di un culto della personalità che lo spinse a rinominare i giorni della settimana in proprio onore e a costruire statue d’oro di sé stesso alte 40 metri.
Il problema della “madman theory”
Stephen Walt, storico della School of Government dell’università di Harvard, afferma che sono rarissimi e di breve durata i casi in cui “la teoria del pazzo” si è dimostrata efficace: nel lungo termine è sempre controproduttiva. “Quali che siano i temporanei vantaggi in politica estera, lasciare percepire che un leader è pazzo ha significativi costi domestici che cancellano la sua potenziale efficacia”, avverte lo studioso.
“Il bilancio storico dimostra che le tattiche del leader pazzo non aumentano la deterrenza né generano vantaggi nelle trattative”, concordano i politologi Samuel Seitz del think tank Royal United Services Institute di Londra e Caitlin Talmadge del Securities Studies del Massachussetts Institute of Technology: l’effetto è di creare sconcerto fra gli alleati, incertezza nella propria popolazione e sfiducia da parte degli avversari.
La controparte teme che, se firmerà un accordo di pace o un trattato commerciale, il leader pazzo non rispetterà le intese, attaccherà di nuovo, violerà il trattato. Se dai un ultimatum e lo lasci scadere, se minacci o prometti qualcosa e non mantieni, perdi credibilità: che per un leader è tutto. Fingere di essere pazzo, per un leader e per il proprio Paese, è dannoso quanto essere pazzo davvero.
Coffee break 😄
Mi girano alquanto le balle fare i complimenti a un “repubblicchino” (Enrico Franceschini), ma credo che “ello” sia sulla strada “giusta”. Parzialmente d’accordo con Waltz: costi domestici sicuramente alti,ma il vantaggio geopolitico finanziario piuttosto grande e poco temporaneo nel medio lungo.Vedmo se la coperta sarà corta e con i piedi scopereti rischi di prendersi una polmonite alle elezioni midterm.
PS:infosannio 👍sul pezzo
"Mi piace""Mi piace"
C’è poco da criticare Caligola per aver nominato senatore il proprio cavallo dal momento che noi attualmente in senato abbiamo un fottio di asini.
"Mi piace""Mi piace"