Dopo anni di relazioni bipartisan e finanziamenti alle campagne elettorali, oggi per i partiti Usa avere legami con il gruppo di interesse Aipac è più un problema che un vantaggio

(Manuela Cavalieri Donatella Mulvoni – lespresso.it) – Il marchio Aipac è diventato tossico. Per anni la più potente lobby filo-israeliana d’America ha influenzato il Congresso a Washington, sostenendo campagne elettorali con milioni di dollari e costruendo una rete di relazioni bipartisan, spesso lontano dallo sguardo dell’opinione pubblica. Oggi, però, quella sigla è essa stessa un fattore politico, capace di pesare sia sulle imminenti elezioni di midterm sia, soprattutto, sulla corsa presidenziale del 2028. Tanto che si fa strada un’idea fino a poco tempo fa impensabile: per vincere potrebbe essere necessario rompere ogni legame con l’organizzazione, ormai percepita come troppo allineata all’agenda politica del primo ministro Benjamin Netanyahu.
«Ritengo che Aipac (American Israel public affairs committee) sia destinata a restare influente soprattutto nel partito repubblicano. Tra i democratici, invece, potrà mantenere la presa su alcuni esponenti più conservatori, ma non avrà più il potere del passato», commenta con l’Espresso Matthew Duss, ex consigliere di politica estera del senatore Bernie Sanders e ora al Center for international policy. «Non credo che nel 2028 un candidato democratico potrà ottenere la nomination senza riconoscere le atrocità di massa commesse a Gaza e senza impegnarsi a porre condizioni agli aiuti militari americani all’alleato, se non addirittura a interromperli. Biden sarà l’ultimo presidente dem ad aver avuto quel tipo di legame».
Se da tempo l’elettorato progressista mostrava un crescente disagio verso l’asse Washington-Tel Aviv e una consapevolezza sempre più chiara del ruolo di Aipac (nata negli anni Cinquanta e divenuta nel tempo il principale presidio filo-israeliano), il genocidio a Gaza, insieme al ruolo attribuito al governo Netanyahu nella decisione di Donald Trump di colpire l’Iran, hanno accelerato ulteriormente questo cambiamento. Un sondaggio Nbc News mostra che il 57 per cento dei democratici ha un’opinione negativa di Israele, mentre altre rilevazioni indicano che la maggioranza considera eccessivo l’appoggio garantito da Washington. C’è persino chi chiede che l’organizzazione venga registrata come soggetto che opera negli Stati Uniti nell’interesse di un governo straniero.
«Non avevamo mai visto così tanti leader democratici criticare le politiche israeliane», osserva Duss, convinto che la svolta sia iniziata nel 2016, quando durante le primarie presidenziali «Bernie Sanders disse che l’America avrebbe dovuto sostenere anche i palestinesi e non soltanto Israele. Da allora sono emersi altri nomi, come Alexandria Ocasio-Cortez, Ilhan Omar e Rashida Tlaib che hanno espresso posizioni simili».
Nelle ultime settimane, diversi possibili protagonisti della corsa alla Casa Bianca del 2028 in campo dem si sono esposti pubblicamente: il senatore moderato del New Jersey Cory Booker ha dichiarato a Politico di aver rinunciato ai fondi; il governatore della California Gavin Newsom ha ribadito di non aver mai accettato donazioni dalla lobby, arrivando a sostenere la possibilità di rivedere il supporto militare a Tel Aviv. Impermeabili ai soldi Aipac anche governatori come Josh Shapiro in Pennsylvania e Andy Beshear in Kentucky. Questo non significa che vi sia stata una levata di scudi contro Israele, che continuano anzi a difendere con forza, quanto piuttosto che un numero crescente di esponenti politici inizi a mettere in discussione quello che fino a ieri era un tabù, ovvero l’aiuto incondizionato all’alleato.
Un primo banco di prova del peso elettorale di Aipac in vista delle elezioni di metà mandato del prossimo novembre, che rinnoveranno la Camera e un terzo del Senato, è stato quello delle primarie democratiche in Illinois. La lobby ha investito 20 milioni di dollari per orientare la scelta di candidati in collegi chiave; ha ottenuto due vittorie, ma ha subito due sconfitte nelle sfide in cui aveva concentrato più risorse.
Se la stella di Aipac – criticata da molti per essere ormai diventata la longa manus in Usa di Netanyahu e del partito nazionalista Likud – oggi brilla meno, resta comunque rilevante. «Il nostro obiettivo sarà fermare i candidati critici nei confronti di Israele o che vogliono porre condizioni agli aiuti», ha dichiarato a The Jerusalem Post il portavoce dell’organizzazione Patrick Dorton.
Peter Beinart, una delle voci più autorevoli del dibattito, concorda sul fatto che siamo davanti ad una rottura. Per l’editorialista della rivista Jewish Currents, l’elemento oggi sorprendente e meno prevedibile «è la crescita di un’opposizione a Israele anche tra i repubblicani, in particolare tra i più giovani». Non a caso, nei podcast di Tucker Carlson e Megyn Kelly, ex volti di Fox News oggi commentatori indipendenti, così come negli interventi della controversa Candace Owens, torna spesso il tema del “complotto sionista” e dell’influenza del governo Netanyahu sulla politica estera di Washington. Posizioni per le quali sono stati accusati di antisemitismo. «Per loro, il concetto “America First” significava che gli Stati Uniti dovessero concentrare risorse solo all’interno del Paese», spiega Beinart. Sfruttando il mutato clima politico, stanno inoltre nascendo nuovi Pac, con l’obiettivo di favorire l’ingresso al Congresso di figure più vicine alla causa palestinese.
Anche il rapporto tra Washington e Tel Aviv potrebbe in futuro cambiare e di conseguenza gli equilibri stessi in Medio Oriente. «Se gli Stati Uniti riducessero il sostegno militare e l’Europa ne seguisse la linea altresì sul piano economico, Israele probabilmente non sarebbe in grado di essere così aggressivo», ci dice concludendo Beinart. «La mia speranza è che, senza le armi, sia costretto a cercare soluzioni diplomatiche. Innanzitutto con i palestinesi, come pure con il Libano e naturalmente con l’Iran».
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