Il grande attivismo della capa della Segreteria di FdI per la campagna referendaria non ha portato voti. Il caos in Sicilia, Delmastro, il pasticcio Piantedosi, le nomine. Ma nonostante disfatte resta intoccabile

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – È l’intoccabile per antonomasia, la figura più vicina per il rapporto strettissimo di parentela con la presidente del Consiglio. Arianna Meloni è la Sorella d’Italia, che con la vittoria alle politiche del 2022 è uscita dal cono d’ombra di militante-dirigente locale per diventare la guida di Fratelli d’Italia. A celebrare l’investitura ufficiale è stata l’assegnazione del ruolo di capo della Segreteria politica. Da una Meloni all’altra. Nemmeno la sconfitta al referendum, per cui si è strenuamente battuta, ha scalfito la sua immagine, né è stata sfiorata da polemiche. Fosse in un altro partito, a trazione meno familiare, dovrebbe fare un primo bilancio. Ma a via della Scrofa è meglio evitare di proporre il discorso. Altrimenti più che un rendiconto si dovrebbe aprire una resa dei conti. Mettendo in discussione l’operato di Arianna Meloni. Impossibile.
Intanto tutto intorno vengono sacrificati dirigenti. Il primo è stato quello dell’ex sottosegretario della Giustizia, Andrea Delmastro, arrostito nell’affaire-bisteccheria, seguito da Daniela Santanchè, che ha salutato – non proprio in punta di piedi – la poltrona di ministra del Turismo. Altri vengono messi un po’ in discussione, come il responsabile organizzazione, Giovanni Donzelli. La più grande delle sorelle Meloni continua a godere dell’aura di infallibilità per eredità familiare. Per lei sono pronte a spalancarsi le porte del Parlamento, al prossimo giro.
L’ultima vicenda di gestione discutibile di Fratelli d’Italia ha provocato problemi al governo: a innescare la rivelazione della giornalista Claudia Conte, sulla «relazione» con il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, è stata una domanda di Marco Gaetani, volto e voce di Radio Atreju, il vivaio meloniano. Dimostrando che la segreteria politica fatica a tenere sotto controllo addirittura i giovani, fedelissimi alla linea di Fratelli d’Italia. Con conseguenze imprevedibili. Tanto che il povero Gaetani è stato convocato dai vertici del partito, come hanno rivelato alcuni retroscena, per una ramanzina. Ma ormai il pasticcio era compiuto.

Moto referendario
Arianna Meloni ha avuto il grande merito di essere una delle dirigenti più presenti nella campagna referendaria. Da Sassari a Pescara, dalla sua città natia Roma fino a Milano, è stata una trottola: nessuno si è speso tanto. Un’attività per portare a casa la vittoria del Sì da intestare al partito, soprattutto alla sorella, e per spianare la strada alle altre riforme care a casa Meloni. È stata proprio la capa Segreteria di FdI a continuare a battere il tasto del premierato, spiegando anche durante la campagna per il referendum sulla Giustizia, che sarebbe stato il prossimo passo per cambiare la Costituzione. Favorendo – secondo i rumors del Transatlantico – la tesi delle opposizioni di una sovrapposizione delle riforme. Prima i magistrati, poi la forma di governo.
Un assist alla campagna del No, secondo i ragionamenti di Lega e Forza Italia.
La missione è dunque fallita: i selfie, i comizi e i video social non hanno spostato i voti necessari. La svolta pop non è stata un trionfo, anzi è arrivato il segnale che qualcosa non ha funzionato nella mobilitazione del proprio elettorato. L’evidenza arriva dall’analisi dei flussi elettorali. La stima è che tra bocciatura della riforma e astensione, circa il 15 per cento degli elettori meloniani ha voltato le spalle a FdI. La responsabilità, però, non è stata attribuita ai vertici, l’addebito è arrivato sul conto di Santanchè.
Non c’è solo la vicenda referendaria, che ha provocato sconquassi nel governo. Con un’onda lunga che ancora non si è fermata. La capa della Segreteria di Fratelli d’Italia ha gestito in maniera “leggera” le dinamiche locali.
Da mesi, per esempio, il partito in Sicilia è una polveriera. Nemmeno la fuoriuscita di Manlio Messina, ex vicecapogruppo alla Camera e a lungo riferimento meloniano nell’isola, ha fatto scattare l’allarme sulla situazione, che ha continuato a deteriorarsi. Fino a determinare una guerra per bande. I vertici nazionali, in testa Arianna Meloni, hanno lasciato correre, lasciando solo Messina. Solo la débâcle referendaria ha riacceso i riflettori sull’isola, mettendo sotto osservazione il presidente dell’Assemblea regionale, Gaetano Galvagno (uomo di fiducia di Ignazio La Russa), e l’assessora Elvira Amata. Comunque vada, alla fine, ci saranno molte macerie politiche intorno ai meloniani.
In Lombardia il clima non è tanto più tranquillo. Ha lasciato strascichi il siluramento dell’assessora regionale al Turismo, Barbara Mazzali, per far posto a Debora Massari, proprio su impulso della sorella della premier. Il “dimissionamento” di Santanchè, da sempre sodale di La Russa, non contribuirà a portare il sereno. E di conseguenza potrà complicare la partita per il candidato alla presidenza della Regione.
Nel Lazio, storico feudo di FdI, il cortocircuito familistico è raddoppiato: la separazione sentimentale tra Francesco Lollobrigida e Arianna Meloni ha avuto ripercussioni sui rapporti nel partito. I fedelissimi del ministro dell’Agricoltura hanno iniziato a muoversi in contrapposizione con il corpaccione di Fratelli d’Italia, creando attriti nella giunta presieduta da Francesco Rocca.

Nomine e ministri
E se non ha brillato sulla gestione del partito, la capa Segreteria di FdI non può rivendicare le scelte dei ministri. Il marchio è impresso sul profilo di Orazio Schillaci, ministro della Salute (tecnico in quota FdI), che oggi sarebbe una delle vittime di un eventuale rimpasto al pari del ministro della Cultura, Alessandro Giuli, individuato come sostituto di Gennaro Sangiuliano. Ma con risultati non soddisfacenti, secondo i rumors di via della Scrofa, e le veline provenienti da Palazzo Chigi.
Anche sui manager la strategia della sorella della premier è stata al centro di discussioni. La scelta di puntare su Fabio Tagliaferri alla guida di Ales, società in house del ministero della Cultura, ha provocato molte polemiche per il curriculum poco solido in materia culturale del dirigente laziale di FdI. Così come il caso di Cinecittà, dove è approdata come amministratrice delegata, Manuela Cacciamani, la manager che oggi rivendica il rilancio della società, ma che per mesi è stata al centro di tensioni nella società di via Tuscolana.
In questi mesi, Arianna Meloni è stata anche al centro del caso Garante. Nel pieno della tensione tra l’Authority e Report, ha pensato bene di conversare con Agostino Ghiglia, componente del collegio, addirittura nella sede del partito. Da via della Scrofa la versione ha sempre puntato a minimizzare: «È stato un breve incontro in cui si sono scambiati convenevoli». Ma senza sollevare alcun appunto sull’inopportunità di quella visita di Ghiglia.
Del resto fin dagli esordi sulla ribalta nazionale, non sono mancati errori. Il primo risale a qualche tempo fa, quando Arianna Meloni ha sponsorizzato, convincendo la sorella a puntarci, Enrico Michetti come candidato sindaco a Roma alle elezioni del 2021, sfidando le perplessità degli alleati. L’esito è stato noto: il Campidoglio è stato consegnato a Roberto Gualtieri, quando il centrodestra era dato come favorito. Un indizio di una aspirante leader, che altrove sarebbe messa in discussione.
Ma dentro Fratelli d’Italia si tappano la bocca pur non di farsi sfuggire anche un solo sibilo critico contro Arianna Meloni. In un partito a trazione familiare, il cognome è uno scudo. Basterà a proteggersi dalle bufere continue?
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Uguaaaaaliiii!!!
😆🤣😂😆🤣😂
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Ce lo sanno tutti che da una rapa mica ce tiri fori er vino chissà se se ne sono accorti pure gli elettori dei fratellini italioti🤔
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Intanto…
MoVimento 5 Stelle Italia
Smida Riahi
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