Nel 2025 la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale è scesa al 22,6%, dal 23,1% del 2024. Stabile la quota di lavoratori poveri e aumenta chi fatica a pagare l’affitto e le bollette, o a permettersi un pasto adeguato

(ilfattoquotidiano.it) – L’Italia fotografata dall’ultimo rapporto Istat sulle condizioni di vita e il reddito delle famiglie nel 2025 è un Paese a due velocità, dove i timidi segnali di ripresa occupazionale si scontrano con una povertà materiale che morde fette sempre più ampie di popolazione. Mentre l’indice generale del rischio di esclusione sociale registra un lieve arretramento, la politica si divide tra la soddisfazione della maggioranza e l’allarme delle opposizioni e dei sindacati, che puntano il dito sulla crescente difficoltà di milioni di cittadini nel far fronte alle necessità più elementari, come affitto e bollette.
I numeri ufficiali indicano che nel 2025 la popolazione a rischio di povertà o esclusione sociale è scesa di mezzo punto percentuale, al 22,6% rispetto al 23,1% del 2024, coinvolgendo complessivamente circa 13 milioni e 265mila persone. Tuttavia, se si analizzano le singole componenti dell’indicatore, il quadro che emerge è più complesso. La quota di individui a rischio di povertà monetaria, coloro che vivono in nuclei con un reddito netto inferiore a 13.237 euro, è rimasta sostanzialmente stabile al 18,6% rispetto al 18,9% dell’anno precedente. Il miglioramento complessivo è trainato esclusivamente dal calo di chi vive in famiglie a bassa intensità di lavoro, che passa dal 9,2% all’8,2% grazie alla crescita dell’occupazione registrata nell’ultimo anno. Il dato più allarmante riguarda però la grave deprivazione materiale e sociale, salita dal 4,6% al 5,2%, coinvolgendo oggi oltre 3 milioni di cittadini. Si tratta di persone che presentano almeno sette dei tredici segnali di disagio individuati dai parametri europei, come l’impossibilità di affrontare spese impreviste, pagare puntualmente l’affitto e le bollette, o permettersi un pasto adeguato e regolari attività di svago.
A livello territoriale, la controtendenza rispetto al dato nazionale è marcata in alcune regioni dove il disagio è aumentato in modo significativo. In Liguria la popolazione a rischio povertà o esclusione sociale è balzata dal 13,8% al 19,7% nel 2025, un incremento del 5,9% che vede quasi un ligure su cinque in condizione di difficoltà. Peggioramenti registrati anche in Piemonte, dove l’indice è salito dal 13,5% al 16,9%, in Toscana dal 15,2% al 18,1%, nelle Marche dall’11,8% al 13,9% e in Sicilia, dove il rischio coinvolge ormai il 44% della popolazione rispetto al 40,9% del 2024. Nonostante il reddito medio delle famiglie sia cresciuto nominalmente del 5,3% arrivando a 39.501 euro, l’inflazione e il carovita continuano a colpire i nuclei più fragili, come le famiglie con almeno un cittadino straniero dove il rischio povertà sale al 41,5%. Resta inoltre strutturale la piaga del lavoro povero: il 10,2% degli occupati tra i 18 e i 64 anni non guadagna abbastanza per uscire dalla soglia di indigenza.
Oltre i numeri, la battaglia politica. Il senatore di Fratelli d’Italia Marco Lisei rivendica i risultati dell’esecutivo sostenendo che “l’Istat certifica che da quando c’è il governo Meloni gli italiani stanno meglio economicamente di quando governava la sinistra”. Secondo l’esponente della maggioranza, la creazione di “700 mila posti di lavoro e il calo del rischio povertà” dimostrerebbero che “l’operato di Giorgia Meloni ha consentito all’Italia di reagire meglio della maggior parte delle nazioni europee”, aggiungendo che il taglio del cuneo fiscale e le misure energetiche stanno dando i frutti sperati. Di parere opposto è la deputata del Movimento 5 Stelle Valentina Barzotti, secondo cui il dato sul lavoro povero “certifica il fallimento delle politiche adottate dal Governo in questi anni”. E definisce “inaccettabile che lavorare non basti per vivere dignitosamente, una condizione che colpisce milioni di cittadini dimostrando l’urgenza di un intervento strutturale”. Così anche Arturo Scotto del Pd: “I dati Istat parlano chiaro: i lavoratori dipendenti in povertà sono oltre il dieci per cento: non servono misure spot, serve il salario minimo come misura di civiltà”.
Tino Magni di Alleanza Verdi e Sinistra propone di portare la soglia oraria a 11 euro per contrastare una condizione che definisce simile alla schiavitù, mentre Raffaella Paita di Italia Viva parla di dati “devastanti” per il ceto medio tra caro bollette e sanità al collasso. Le critiche arrivano anche dal mondo sindacale. La segretaria confederale della Cgil Daniela Barbaresi definisce “allarmanti” i dati sulla condizione di 13,3 milioni di persone e accusa l’esecutivo di ignorare la mancanza di politiche inclusive. Barbaresi sottolinea che “si diventa poveri anche per la mancanza di adeguate politiche di contrasto alla povertà” e chiede servizi pubblici in grado di rispondere ai bisogni abitativi, sociali e sanitari delle famiglie. Infine l’Unione Nazionale Consumatori attacca il decreto bollette, definendo “gravissimo” il taglio del bonus luce da 200 a 115 euro e il crollo della soglia Isee di oltre 15 mila euro, lasciando milioni di famiglie senza protezione contro i rincari energetici.
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Articolo in stile feste comandate; con cadenza periodica si ripresenta sempre uguale a se stesso.
La sintesi di tutto l’articolo è: il miglioramento è trainato da occupazione a basso reddito e quindi il sistema sta creando lavoro, ma non benessere; non è una novità ormai è un dato cronico.
Altro dato importante è che la ricina (tanto per stare in linea con un fatto di cronaca recente) della povertà non attacca più i ribosomi del sud Italia; anche quelli del nord sono sotto attacco ed in modo serio a leggere i numeri.
Ma le ragioni strutturali sono totalmente assenti dall’articolo e dal dibattito pubblico: bassa produttività, bassi investimenti, scarsa attrattività di investimenti esteri a causa della burocrazia, della pervasività della criminalità organizzata, di un capitalismo di tipo relazionale, di istituzioni fragili, di ridotte dimensioni medie d’impresa.
Il problema non è solo la distribuzione della ricchezza, ma la sua scarsa creazione: un sistema a bassa produttività, pochi investimenti e imprese troppo piccole genera inevitabilmente salari bassi.”
E qui entra in scena la politica, che come al solito propone soluzioni facili a problemi complessi. Il salario minimo? Può avere senso solo se inserito in un contesto di riforme strutturali che aumentino produttività, investimenti e dimensioni d’impresa.
Preso da solo rischia di peggiorare la situazione: aumenta i costi per le piccole imprese, molte delle quali non potrebbero sostenerlo, e alimenta l’inflazione senza migliorare realmente il reddito dei lavoratori.
Come a voler dire: sono totalmente incapace di governare, ma a prendervi per il kulo non ho rivali.
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nulla cosmico 70 leggo le ragioni strutturali sono… Pervasività della criminalità organizzata….ma come , abbiamo discusso io e te recentemente per il reddito di cittadinanza locale.. ho scritto sul referendum ( tanto che il mito Santo Loquasto mi replicò:Cucchi cosa dici o scrivi..) a riguardo di Tridico e te ne esci zitto zitto quatto quatto così?
cioè: di fronte ad una ottima persona, preparata, la Calabria vota il candidato di FI, ( strano che a S.Luca si sia votato al referendum come Marina Berlusconi) e tu te la sei presa con il reddito di cittadinanza locale…. Quando si dice teste pensanti
P.s.
la realtà del salario minimo, la si può vedere in altro modo…avendo una certezza, sicuramente aumenteranno i consumi, aumento dei consumi sinonimo di aumento della produzione e dovrebbero beneficiarne anche le PMI…
ma constato che sei una testa pensante a te non la si fa’ … Com’è quel detto : fatta la legge , trovato l’inganno. Non si può proporre nulla, a te la scala non la si fa con il primo scalino o la fai completa( anche di rampe mi raccomando) o tempo perso mettersi dietro……
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Io affronto qualunque tema, con chiunque.
Ma hai ragione con gli imbecilli preferisco starmene zitto zitto.
Quindi per quel che ti riguarda, la conversazione finisce qui.
Del resto non ha senso confrontarsi con un nulla cosmico.
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molto molto fiero di essere imbecille di fronte a cotanto sapere
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nulla cosmico 70 grazie per imbecille , sapere che Johnny Dio ti ha messo un like,, manca solo Santo Loquasto, è un super onore…
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