Dopo il referendum perduto tocca all’autonomia differenziata. Ma la legge Calderoli è già stata colpita dai verdetti della Corte costituzionale e nell’esecutivo affiorano divergenze. La Lega la vuole fortemente. Forza Italia è titubante. E i meloniani si trovano con un Nord guidato dagli alleati e un Sud contrario alla nuova norma

(Gianfrancesco Turano – lespresso.it) – Come passa il tempo quando si riforma. Sembra ieri che Giorgia Meloni voleva cambiare la giustizia, introdurre il premierato, governare fino al 2032, secondo la previsione del vicepremier Matteo Salvini. Nel libro dei sogni finiti in rottami, rischia anche l’autonomia differenziata che il 18 febbraio a Palazzo Chigi, appena quattro giorni prima del referendum sulla giustizia, ha visto l’accordo preliminare tra l’esecutivo e quattro regioni del Nord: Liguria, Piemonte, Lombardia, Veneto. Tutte amministrate da giunte di centrodestra, nessuna presieduta da un meloniano. Il Veneto ha subito giocato la carta economica annunciando l’arrivo di 300 milioni di euro in più. Ma la manovra pre-elettorale non ha avuto effetto né in Liguria, dove il No ha conquistato il 57 per cento, né in Piemonte con il No in linea con il dato nazionale (53,5 per cento). Alla fine, la riforma Nordio ha prevalso soltanto nel lombardo-veneto con l’aggiunta del Friuli-Venezia Giulia che però l’autonomia ce l’ha già da statuto e guarda con diffidenza la nuova legge.
Le regioni del Sì, che sarebbero la «parte sana e produttiva del paese» secondo il presidente della Lombardia Attilio Fontana, hanno così rispolverato l’imperativo vetero-leghista “Federalismo!” caro a Umberto Bossi, scomparso il 19 marzo scorso. È un segnale che questa legislatura lascia pochi margini agli interventi legislativi strutturali e che la stangata referendaria sta agitando non poco il mare interno della coalizione di governo.
Mentre l’attenzione mediatica va alle epurazioni di Giorgia Meloni in Fdi e di Marina Berlusconi in Forza Italia, con una Lega colpita dalla scissione vannacciana, la maggioranza cerca di recuperare il terreno nella prospettiva del voto politico. L’autonomia differenziata può fare la differenza nei consensi.
La legge che porta il nome del ministro leghista agli affari regionali Roberto Calderoli (numero 86 del 2024) non è meno divisiva della riforma targata Carlo Nordio. Anche su questa norma si è rischiato un referendum che la Corte costituzionale ha bocciato con una sentenza del febbraio 2025. A dicembre del 2024 però la stessa Consulta aveva ridotto l’ambito dell’autonomia differenziata, accogliendo in parte il ricorso di alcune regioni governate dal centrosinistra (Puglia, Toscana, Sardegna e Campania). Erano stati esclusi dall’ambito dell’autonomia l’ambiente, la scuola, l’energia, il commercio estero. Soprattutto era arrivata l’indicazione di rimodulare i Lep, i livelli essenziali delle prestazioni che rappresentano gli standard minimi di servizi civili e sociali da garantire sul territorio nazionale per non aggravare il divario fra Nord e Sud.
«Sono solo tredici punti», aveva commentato l’allora presidente della giunta veneta, il leghista Luca Zaia, sul verdetto dei giudici. «Potremo fare velocemente». Nulla di più relativo della velocità. Dopo un tentativo fallito di inserire i Lep nella manovra a ottobre del 2025, il governo ha puntato su previdenza complementare, albi professionali e sul ricco piatto della sanità, che è già di competenza regionale ma che con l’autonomia differenziata offre ulteriori spazi di manovra ai governi locali in termini di gestione delle risorse finanziarie. La possibilità di offrire stipendi più alti rischia di attirare verso Lombardia e Veneto non soltanto personale dal Sud ma ancora di più da regioni vicine, come hanno denunciato i rappresentanti liguri di Anaao-Assomed, il principale sindacato nazionale dei medici e dirigenti sanitari.
Fra i tre partiti dell’esecutivo, i leghisti sono quelli che temono di più un ulteriore rallentamento dell’iter della legge Calderoli. Con il revival dell’oltranzismo federalista i salviniani puntano a recuperare il bacino elettorale delle origini, quello delle camicie verdi che hanno accompagnato il feretro di Bossi a Pontida, peraltro contestando il segretario nazionale.
Forza Italia sta mostrando divisioni interne di fronte alla prospettiva di una crisi economica molto dura. Il partito-azienda è dato in crescita nei sondaggi con una presa ancora consistente al Sud e Antonio Tajani è sempre stato tiepido sulla legge Calderoli criticandola in modo esplicito sul tema del commercio estero, da mantenere sotto una regia nazionale a maggior ragione dopo la tempesta sui dazi. Nel mirino di Roma è finita anche la giunta siciliana a trazione berlusconiana di Renato Schifani che dopo il referendum sulla giustizia si è vista congelare i ristori statali per il ciclone Harry.
Sul fronte Fdi, la mancata presa sulle regioni del Nord resta la spina nel fianco della presidente del consiglio. Nessuna giunta potrà essere presieduta da un meloniano prima delle prossime politiche, siano anticipate o regolari al 2027. Lombardia e Friuli-Venezia Giulia voteranno nel 2028. Piemonte e Liguria nel 2029. Il Veneto ha votato quattro mesi fa eleggendo come erede di Zaia un altro leghista, Alberto Stefani, nonostante il crollo della Lega alle politiche del 2022.
In tempi di crisi economica globale l’autonomia differenziata somiglia sempre più a un aiuto di Stato riservato alle cosiddette locomotive d’Italia, che ne hanno urgente bisogno. In realtà, i dati delle superpotenze regionali del Nord davano segni di rallentamento fin da prima della guerra in Medio Oriente. L’ultimo rapporto Svimez, presentato a fine novembre 2025, segnala che nel quadriennio 2021-2024 il pil del Sud ha un aggregato dell’8,5 per cento contro il 5,8 per cento. Per i due anni successivi le stime confermano la tendenza con uno 0,7 per cento contro lo 0,5 nel 2025 e uno 0,9 contro lo 0,6 per cento nel 2026. La guerra in Iran sta già cambiando al ribasso queste cifre ma lo scarto resterà grazie agli investimenti del Pnrr nelle regioni meridionali e nonostante il contributo straordinario dei Giochi invernali di Milano-Cortina che, secondo le stime più entusiastiche, avrebbero aumentato dell’1,7 per cento il pil per la sola Milano.
Adesso il governo corre, o dovrebbe correre, contro il tempo. Il percorso è tortuoso. Dopo l’intesa preliminare del 18 febbraio si attende il parere della Conferenza unificata, che si è appena incontrata l’1 e il 2 aprile 2026. Da lì le Camere hanno 90 giorni per esprimersi e, a seguire, Palazzo Chigi ha 45 giorni per rendere definitiva l’intesa che poi tornerà alle regioni per l’approvazione.
Non finisce qui perché l’accordo deve tornare al Consiglio dei ministri che l’approverà con un ddl da votarsi in parlamento. Ci sono in mezzo una guerra, l’estate e l’urgenza di modificare il sistema elettorale in senso favorevole al governo. Politicamente parlando, è lo stretto di Hormuz.
Se arrivano fino a giugno sarà già un miracolo, figuriamoci se riusciranno a cambiare la legge elettorale, che danneggerebbe soprattutto Lega e FI.
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