Grillo, l’idea clamorosa dietro la guerra a Conte: riprendersi logo e simbolo prima delle elezioni (affondando il Campo largo). Nuovo post del fondatore dei Cinque Stelle, che cita Caproni: «Se non dovessi tornare, sappiate che non sono mai partito». E che spera in un processo «breve» per riprendere il controllo di logo e simbolo prima del voto

01 apr 2026

(di Emanuele Buzzi – corriere.it) – Beppe Grillo sceglie i versi di Giorgio Caproni per tornare a pungere. Lo fa sui social, il giorno dopo la divulgazione della notizia della causa su logo e simbolo M5S. «Se non dovessi tornare, sappiate che non sono mai partito/ Il mio viaggiare è stato tutto un restare qua, dove non fui mai», scrive il poeta. Parole che il fondatore dei Cinque Stelle fa sue. 

Chi lo conosce bene sostiene sia un messaggio a Giuseppe Conte, quel «sappiate che non sono mai partito» che suona un po’ come una dichiarazione di intenti, di riprendere in mano quel che considera suo. Grillo ha rotto davvero gli indugi. E tenta uno sgambetto che potrebbe avere ripercussioni sulle prossime Politiche.

Dopo 15 mesi di voci, illazioni, stop improvvisi il fondatore dei Cinque Stelle ha deciso di fare causa a quella che è stata per lungo tempo la sua creatura politica. Grillo vuole titolarità del simbolo e del nome del M5S. Un nome condiviso dal 2009 a oggi da tre associazioni che hanno fatto da esoscheletro ai Cinque Stelle: una del 2009, retta da un non-statuto, una del 2013 con sede a Genova e una del 2017 con sede a Roma. L’associazione Movimento 5 Stelle di Genova – di cui l’ex garante è presidente del consiglio direttivo – ha notificato, come ha rivelato Open, l’atto di citazione al Tribunale di Roma. Nel mirino un’altra associazione, quella fondata nel 2017 da Luigi Di Maio e Davide Casaleggio, che governa tuttora gli stellati. L’udienza al momento è fissata a fine luglio (non è escluso che slitti dopo la pausa estiva).

Secondo la tesi di Grillo – che è assistito dai legali Matteo Gozzi e Giulio Enea Vigevani (quest’ultimo molto attivo sul fronte del No nella campagna referendaria) – nome e logo sono del M5s con sede a Genova, mentre quello con sede a Roma li ha solo «in uso». Fonti vicine al fondatore del Movimento spiegano che «sul piano giuridico è incontestabile che simbolo e nome siano del M5S di Genova». E citano proprio l’articolo 1 del primissimo statuto dell’associazione presieduta ora da Giuseppe Conte, un passo in cui si rimarca che la titolarità del simbolo è dell’associazione genovese (quella che ora muove causa) e che è «concesso in uso».

«Affrontiamo con assoluta tranquillità questa iniziativa di Beppe Grillo, che si manifesta già a un primo esame assolutamente infondata», replica il notaio e deputato Alfonso Colucci, uomo di fiducia di Conte che ha seguito tutte le vicissitudini statutarie dell’era contiana. «La vita democratica di una comunità politica non può né deve essere piegata a logiche padronali», aggiunge Colucci. «Risponderemo con fermezza in giudizio alla richiesta di Grillo e – anticipa il deputato – valuteremo con equilibrio una eventuale nostra richiesta di danni per un’iniziativa che appare chiaramente temeraria».

Prima di arrivare allo scontro legale, si sono mossi dei mediatori. Grillo, è noto, considera che il Movimento abbia perso i suoi valori e non condivide (per usare un eufemismo) la linea politica di Conte. Eppure per mesi ci sono stati contatti tra le due parti: un filo invisibile per non sfociare nella querelle giudiziaria. Un filo che si è spezzato definitivamente. Ma al di là delle prese di posizione delle parti, perché Grillo ha agito proprio adesso? Fonti vicine al fondatore spiegano che si tratterà di un «processo documentale», con poche persone chiamate a deporre. Un processo quindi dai tempi rapidi. Un processo su cui aleggia lo spettro ingombrante delle Politiche del 2027: se si arrivasse a sentenza prima di quella data Grillo potrebbe «riprendersi» nome e simbolo, sfilandolo a Conte e affondando un colpo importante al disegno del Campo largo.