Le opposizioni: misure tardive per il caro energia ma il decreto Bollette passa con la fiducia, ora tocca al Senato. La premier in aula il 9 aprile «sull’azione politica». Si va verso un taglio bis delle accise. Il governo: «Si continua a lavorare»

(Giulia Merlo – editorialedomani.it) – «Pragmatismo», secondo Fratelli d’Italia. «Ennesimo tradimento degli italiani», secondo il Movimento 5 stelle. Così è stata accolta e spiegata, alla Camera, la mozione di fiducia posta dal governo sul decreto Bollette. Decreto simbolo delle acque burrascose in cui naviga l’esecutivo di Giorgia Meloni che, oggi più che mai, preferisce evitare rischi.
Il testo, approvato in prima lettura, offre soluzioni tardive, ma soprattutto pensate prima della crisi iraniana (il decreto legge è del 20 febbraio), al problema del caro bollette. Tra le misure principali c’è un contributo straordinario di 115 euro ai titolari di bonus sociale (con Isee fino a 9.796 euro o fino a 20mila euro se con almeno quattro figli a carico). Viene poi introdotto un meccanismo per ridurre le bollette elettriche delle utenze non domestiche, e l’aliquota per le aziende che operano nel settore energetico sale dal 3,9 al 5,9 per cento per il 2026 e il 2027. L’unica misura davvero incisiva sul lungo periodo è invece la proroga al 2038 delle centrali a carbone, ovvero quelle più inquinanti: ben tredici anni dopo la data fissata dal Piano nazionale per il clima. «Il decreto non risolve il caro energia», ha detto la capogruppo dem Chiara Braga, chiedendo «interventi strutturali per sostenere la transizione verde e ridurre la nostra dipendenza dal gas». Annusata la fase di difficoltà del centrodestra, il voto contrario è arrivato anche dai tre deputati del Fronte Nazionale, come da indicazione del generale Roberto Vannacci.
Il pacchetto avrà infine bisogno di un ulteriore passaggio: un portavoce della Commissione Ue ha detto che il governo ha contattato i servizi della concorrenza per discutere le previsioni del decreto che sono configurabili come forme di aiuti di Stato, e che dovranno essere formalmente notificate. In realtà qualche speranza per l’esecutivo arriva proprio dal fronte europeo: oggi viene presentata la proposta della Commissione sulla revisione degli Ets (il sistema di scambio di quote di emissione), di cui l’Italia aveva chiesto la sospensione proprio per la crisi in Medio Oriente.
Il fronte politico
La fiducia incassata, tuttavia, giova poco all’umore del centrodestra. Tallonata dalle opposizioni e decisa a raddrizzare definitivamente il corso del suo governo dopo lo sbandamento referendario, Giorgia Meloni ha infine deciso di riferire alle Camere il prossimo 9 aprile. Tema all’ordine del giorno: «L’azione politica del governo». Dopo Pasqua, quindi, col rischio che nel frattempo la situazione internazionale precipiti. Il ministro per i Rapporti col Parlamento, Luca Ciriani, ha chiarito che «il presidente non sfugge dal Parlamento, non l’ha mai fatto» e «racconterà l’attività del governo con la stessa forza, coerenza e coraggio» di sempre.
È un fatto, tuttavia, che questa sarà la prima comparsa della presidente del Consiglio in aula senza l’obbligo di farlo alla vigilia di un Consiglio europeo. Sarà il momento della verità, in cui verranno fissate le priorità per l’ultimo anno di legislatura e si farà ordine dopo le scorie dell’ondata di dimissioni chieste e ottenute. Il governo, per bocca di Ciriani, ha bollato come «fantasie» sia il voto anticipato sia i rimpasti di cui pure si è insistentemente parlato in questi giorni. «Si continua a lavorare», riferiscono fonti di palazzo Chigi. È il segnale che per ora si mantiene l’assetto attuale, salvo nuovi imprevisti. Troppo rischioso toccare la compagine governativa, con il rischio di scoperchiare il vaso delle gelosie e delle ambizioni (non è un mistero che Matteo Salvini vorrebbe tornare al Viminale).
La parola d’ordine è «avanti così». Bisogna risolvere problemi, non crearne di nuovi. L’avviso è arrivato soprattutto al ministro delle Imprese, Adolfo Urso. Allontanata, almeno temporaneamente, l’ipotesi di una sua sostituzione, a lui toccherà risolvere la crisi con Confindustria causata dalle promesse non mantenute per i cosiddetti “esodati” della Transizione 5.0. Su questo proprio oggi risponderà in un question time alla Camera e incontrerà le categorie in un tavolo ministeriale che dovrebbe servire a riannodare i fili del dialogo.Ma Meloni non dovrà dare solo rassicurazioni politiche. Il vero allarme rosso che ora lampeggia a palazzo Chigi riguarda i conti: il timore di una stagnazione economica, il rischio di non uscire dalla procedura di infrazione europea e, dunque, di dover rinunciare alla flessibilità sui vincoli di spesa anche nell’ultima manovra di legislatura ma, soprattutto, il caro prezzi di energia e carburanti che sta sempre più mettendo in crisi l’immagine del governo.
Anche su questo la maggioranza prova a correre ai ripari: il taglio delle accise scadrà il 7 aprile e si sta valutando una proroga in un Cdm già venerdì. C’è però il problema delle coperture degli almeno 500 milioni che costerà. Il titolare del Mef, Giancarlo Giorgetti, è stato chiaro: la coperta è corta e non si potrà finanziare tutto, quindi il governo dovrà scegliere le priorità insieme alle imprese: incentivi o taglio delle accise. Con l’effetto inevitabile che qualcuno rimarrà scontento.
Intanto, delle difficoltà politiche punta ad approfittare anche la Corte dei Conti. La legge che la riforma già approvata contiene misure «simili a quelle non approvate dal referendum», scrivono le toghe contabili, che ora puntano a ottenere un «rimedio» con i decreti attuativi.