Dopo lo scontro con Confindustria, si teme la relazione sulla crescita della Banca d’Italia. La premier cerca il rilancio: pensa a Zaia ministro. L’incognita della legge elettorale 

(Giulia Merlo – editorialedomani.it) – A sette giorni dal voto referendario, la nebbia intorno al governo non accenna a diradarsi. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che dal giorno del voto non si è più fatta vedere in pubblico né ha rilasciato dichiarazioni se non attraverso le note ufficiali di palazzo Chigi, ha solo una domanda in mente: voto anticipato sì o no?

La risposta sembra essere arrivata dalla cena informale a casa sua che si è svolta venerdì scorso dopo il consiglio dei ministri, con i vicepremier Matteo Salvini e Antonio Tajani. Dei tre, quello uscito meno acciaccato dal voto è stato il leghista, che può vantare – pur avendo speso il minimo sforzo – la vittoria del Sì solo nelle regioni governate dal suo partito. L’azzurro, invece, è arrivato a tavola con il cruccio delle dimissioni da capogruppo di Maurizio Gasparri e la necessità di blindare l’omologo alla Camera, il cognato Paolo Barelli. La convitata di pietra, infatti, è stata Marina Berlusconi, che ha còlto la delusione referendaria come la dimostrazione che Forza Italia vada riformata, svecchiato e soprattutto resa meno romanocentrica e servile nei confronti di FdI, mettendo così un bersaglio sulla schiena del suo segretario.Sfida al tetto e nuove nomine: parte il grande repuliRai

In questo quadro, la premier si sarebbe convinta che il voto anticipato non sia una strada percorribile né auspicabile. Innanzitutto perché «significherebbe tradire la parola, dopo aver spergiurato che il governo non sarebbe caduto in caso di vittoria del No», spiega una fonte d’area. Ma anche e forse soprattutto perché non c’è garanzia che, una volta salita al Colle, Sergio Mattarella sciolga le camere: il contesto internazionale è tale e ha talmente tanti riverberi sul piano economico, che il voto anticipato sarebbe un azzardo per la tenuta del Paese. Senza contare che, senza una nuova legge elettorale, con il campo progressista unito e il Sud che apparentemente le ha voltato le spalle, il centrodestra rischia la sconfitta.

L’anatra zoppa

Eppure, a palazzo Chigi si è fatta largo la grande paura del logoramento. «In ogni caso sarà un’anatra zoppa», era stata la sinistra profezia sul governo di Matteo Renzi, che di referendum se ne intende. In ogni sede, Meloni ha ripetuto: «Non intendo galleggiare». Dunque sa di dover cambiare passo e che le purghe post referendarie (il ministro Carlo Nordio è stato descritto come ancora irrequieto dopo le dimissioni della sua capa di Gabinetto, Giusi Bartolozzi) non siano sufficienti, ma ora serva cambiare alcuni tasselli nella formazione. «Stringere i bulloni», come si è scritto nei giorni scorsi, e sostituire chi non appare all’altezza delle sfide dell’ultimo anno di legislatura. Se alcuni sono intoccabili (i vicepremier, ma anche il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti e quello della Difesa, Guido Crosetto), altri vacillano da mesi e nel mirino, c’è in particolare il Ministero delle imprese e del Made in Italy guidato da Adolfo Urso.

Proprio sabato Urso è stato tra i chiamati in causa da Confindustria per il mancato rispetto dei patti per i cosiddetti “esodati” di Transizione 5.0: il governo aveva promesso gli incentivi anche alle aziende che avevano regolarmente presentato progetti ed erano in lista d’attesa a causa dell’esaurimento delle risorse, invece il dl Fisco ha stabilito che riceveranno solo il 35 per cento del credito d’imposta richiesto. A poco è servito che dal Mimit si facesse filtrare la notizia di nuove risorse per l’iperammortamento: viale dell’Astronomia ha espresso pubblica sfiducia nei confronti di chi sta seguendo i dossier imprenditoriali.

Secondo il Corriere della Sera, Urso potrebbe essere il primo a saltare. Non con un “licenziamento” come Santanché, ma con un passo di lato: la premier ha tenuto l’interim sul Turismo dove potrebbe transitare Urso, per far spazio a un sostituto considerato più capace sui delicati dossier dei prossimi mesi. Il nome sarebbe quello dell’ex governatore del Veneto e già ministro dell’Agricoltura, Luca Zaia, che con la premier ha sempre avuto un rapporto esclusivo e di stima, e che conosce molto bene il tessuto imprenditoriale del Settentrione.

Sulla carta sarebbe perfetto, ma la pratica è complessa. Il Colle dovrebbe accettare quello che è stato definito un «rimpasto chirurgico», il centrodestra un avvicendamento spurio rispetto agli equilibri di coalizione: fuori un meloniano, dentro un leghista, e nulla per Forza Italia, che pure è considerata stabilmente sopra la Lega nei sondaggi.

I bilancini politici, però, sono solo una parte del problema. Dopo lo scontro con Confindustria, in settimana è attesa anche la relazione sulla crescita del governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, e anche da quel pulpito potrebbero arrivare brutte sorprese.

Del resto, Giorgetti lo ha anticipato: la guerra e la crisi energetica hanno scombinato i piani e ora si ragiona di decimali per scampare la crescita zero. Bisogna lavorare per priorità perché non tutte le promesse potranno essere rispettate. Invece proprio di questo la premier avrebbe bisogno rilanciare il suo governo e scongiurare che la sconfitta comprometta del tutto il suo feeling con il Paese.

In serata, infatti, è intervenuta sul tema più congegnale (e a costo zero rispetto alle misure chieste dalle imprese) del decreto Sicurezza: «Il governo continuerà a muoversi per garantire sicurezza», ha scritto sui social commentando i fermi preventivi di militanti anarchici.