Il presidente della Corte Costituzionale Amoroso è tornato su premio di maggioranza, ballottaggio e candidature a liste bloccate

Il presidente della Corte Costituzionale Giovanni Amoroso

(Francesco Grignetti – lastampa.it) – Il messaggio ai naviganti, a volerlo capire, c’è stato. Forte e chiaro. Ed ora è ben difficile ignorarlo. Ci ha pensato il presidente della Corte costituzionale, Giovanni Amoroso, nel corso della conferenza stampa di qualche giorno fa, parlando di leggi elettorali. Discorso che vale per quelle del passato come per quella in discussione in queste ore. Il presidente Amoroso ha infatti citato le due sentenze con cui la Consulta nel 2004 demolì il Porcellum, di Roberto Calderoli, e poi nel 2017 inibì in via preventiva l’Italicum, a firma di Matteo Renzi. «Nella prima sentenza del 2004 – ha detto – ma direi forse ancor di più nella seconda sentenza del 2017, sono affermati dei principi che riguardano sia il premio di maggioranza, sia l’eventuale ballottaggio, sia le candidature a liste bloccate».

Tre paletti che il Parlamento non potrà ignorare, pena una sicura nuova bocciatura. «Sono quelli i principi che la Corte ha affermato e che quindi non potranno non costituire riferimento per la valutazione di una nuova legge elettorale», ha concluso.

Ebbene, quasi dieci anni sono trascorsi dall’ultima pronuncia, i giudici costituzionali sono tutti cambiati nel frattempo, ma il presidente Amoroso ha avvertito: quei capisaldi non si abbandonano.

Ha anche fatto capire, nell’intervista che apre l’Annuario 2026, che c’è particolare attenzione ai possibili effetti distorsivi di ogni eventuale nuova legge elettorale. Si riferiva all’Italicum, la legge elettorale che non fu mai applicata proprio perché bocciata in un ricorso preventivo. La legge fu dichiarata incostituzionale nella parte sul turno di ballottaggio. «Perché mancava la previsione di una soglia minima di voti ottenuta al primo turno. Una lista poteva accedere al turno di ballottaggio anche avendo conseguito al primo turno un consenso esiguo e ciò nonostante ottenere il premio, vedendo in ipotesi notevolmente incrementato il numero di seggi rispetto a quelli che avrebbe conseguito sulla base dei voti ottenuti al primo turno».

Occhio ai paletti della Corte costituzionale, dunque. Il legislatore deve sapere che non c’è soltanto un limite per il premio di maggioranza, su cui la sentenza del 2017 è stata particolarmente chiara (è ammissibile un premio di maggioranza per una coalizione che abbia raggiunto almeno il 40% dei voti, consegnandogli al massimo il 55% dei seggi). La Corte ha fissato anche un secondo principio, vietando le lunghe liste bloccate, perché va restituita all’elettore la possibilità di scegliersi quale eletto vuole.

«Il parametro non è aritmetico», spiega il costituzionalista Stefano Ceccanti, ex parlamentare del Pd, entrato però in rotta di collisione con il suo partito sul referendum appena celebrato perché spingeva per il Sì. «Mentre sul premio hanno disposto il parametro chiaro, i giudici costituzionali non hanno messo un numero “magico” sulle liste bloccate. Hanno solo detto al legislatore: non devi fare liste bloccate troppo lunghe».

Che cosa potrebbe significare oggi? «Non è una indicazione verso il proporzionale o verso le preferenze. È chiaro comunque che il principio enunciato nel 2017 potrebbe entrare in conflitto con la questione dei collegi, ma anche con il premio di maggioranza. Dipende tutto da come si costruirà la legge. Dal punto di vista della Costituzione, l’importante è dare la possibilità di scelta all’elettore».

Aggiunge il professor Gaetano Azzariti, costituzionalista anche lui, che si è speso per il No al referendum: «Si gioca con il fuoco – avverte – perché la Corte costituzionale è stata esplicita nell’affermare il principio che affidare alle segreterie di partito la scelta sugli eletti, attraverso lunghe liste bloccate, è incostituzionale». Che siano le preferenze su una lunga lista di candidati, o che siano collegi uninominali, o ancora piccole liste bloccate, «il principio che vale è l’individuabilità dei candidati».

Il professor Azzariti personalmente preferirebbe il sistema dei collegi uninominali. «Non è l’unico, ma il migliore per rispettare quanto dice la Corte costituzionale. A quel punto tutto è chiaro». In subordine c’è il ritorno alle preferenze. “Una lunga lista e l’elettore sceglie. Forse non è il sistema migliore, ma è compatibile con quanto dice la Corte».

E poi c’è la terza via. Quella delle liste bloccate e del potere di vita e di morte delle segreterie di partito. «La terza, chissà perché, o forse senza chissà perché, è la più delicata sotto il profilo costituzionale ma è anche quella più perseguita dai partiti», commenta con tono sarcastico. «Ecco perché dico che oggi si sta giocando col fuoco. Con la scelta delle liste bloccate, ci si sta allontanando terribilmente da quanto la Corte costituzionale ha stabilito».

A volere imporre di nuovo le liste bloccate, la partita sarà sulla loro lunghezza. Se fossero 3 o massimo 4 candidati, le si può ritenere ammissibili dalla Corte. Se fossero 10 candidati, molto difficile. Ancor di più se si arrivasse a 12 candidati come vogliono alcuni boatos. «Già la legge elettorale vigente – dice ancora il professor Azzariti -, ovvero il Rosatellum rivisto e corretto alla luce del taglio dei parlamentari, secondo alcuni è a rischio di incostituzionalità. Ovvio: con la riduzione del numero di parlamentari, automaticamente si sono allungate le liste dei candidati. E se si continua ad allungare la lista bloccata, è evidente che la Corte a un certo punto interverrà».

Insomma, il presidente Amoroso nei giorni scorsi ha lanciato il suo “alert”. Si vedrà presto se e quanto sarà ascoltato.