Le dimissioni del capogruppo di Forza Italia in Senato Maurizio Gasparri e quelle all’orizzonte del capogruppo alla Camera Paolo Barelli, la premier che raccoglie le deleghe al ministero del Turismo e Antonio Mura che prende il posto di Giusi Bartolozzi. Forse ora non ci sarà giustizia, ma serenità

(Carmelo Caruso – ilfoglio.it) – Roma. Stanno rimanendo più colli che teste. Rotola la quarta, ma è ghigliottina assistita. Si dimette il capogruppo di FI al Senato, Gasparri, e sono già tutte sul vassoio di Meloni quelle dei presidenti delle partecipate di stato che devono essere rinnovate. Si toccano il colletto della camicia gli ad. Meloni, dopo un colloquio con Mattarella, assume l’interim al posto di Santanchè. In due spiegano adesso, a Meloni, la virtù dello spariglio, il voto. Fazzolari è per la linea “senza paura”, al voto, e anche Giorgetti pensa che dopo sarà tardi, “il momento è ora”. Il potere si è fatto piccolo, doloroso, come un foruncolo.

Si passano la mano sulla nuca al Mimit di Adolfo Urso, mentre al ministero della Difesa si guarda attoniti entrare, a passo svelto, gli agenti della Guardia di Finanza che perquisiscono uffici. Si ipotizzano reati di corruzione, riciclaggio, si setacciano appalti di Terna, Rfi. Sui telefoni, su WhatsApp, appare una sigla “inoltrato molte volte” che significa “sta girando, sta girando”. I decreti di perquisizione e di sequestro viaggiano insieme al venticello di un vertice di governo Tajani-Salvini-Meloni, che di mattina non si tiene. La scena è per Gasparri. Lascia a Stefania Craxi il ruolo di capogruppo ma in realtà si scambia la maglia da presidente della commissione Esteri. Antonio Tajani, prima di partire per Parigi, saluta Meloni, ma è un saluto breve, e dopo telefona a Marina Berlusconi e alla Cavaliera dice che se si va oltre il rischio è “di passare per delegittimato”. Quando hanno chiesto alla Cavaliera: cosa ne pensi se cambiamo Gasparri, Marina si è limitata a rispondere che lei non avrebbe aiutato ma neppure fermato. Sono giorni in cui basta una smorfia di Marina e Meloni e si andrebbe a pugnalare come nella casa di Marat. Un Cdm mai convocato non si può sconvocare ma è la spia di chissà quale manovra. Si dovrebbe tenere oggi. Al Quirinale, Mattarella è impegnato fino alle 18 perché riceve i nuovi ambasciatori, e dunque tocca cercare il nuovo ministro del Turismo fino a Dallas. Gianluca Caramanna, che di FdI è stato sempre la pancia e la testa, il possibile successore di Santanchè (così come il deputato Riccardo Zucconi) fa sapere che “lui non vuole cariche e Malagò sarebbe un nome, un grande nome, ma qualsiasi nome che farà Giorgia sarà perfetto”. Solo che il nome di Malagò, che ha imparato tutto da Gianni Agnelli, perfino il guardaroba, evapora.

Arriva per primo il nome nobile di Antonio Mura, quello che ha sempre voluto Mantovano (a dire il vero, voleva anche Luigi Birritteri, l’ex capo del Dag) come capo di gabinetto del ministro Nordio, al posto di Giusi Bartolozzi. Forse ora non ci sarà giustizia, ma serenità. A Chigi si prova a ripartire con due note, una sui fondi di coesione, gestiti da Fitto, la riprogrammazione di sette miliardi (ma l’effetto è che si infuria Attilio Fontana, il nord) e l’altra nota è sui “rimpatri”. C’è qualcosa di preoccupante nel silenzio di Salvini. Il governo dà parere negativo a un emendamento della Lega (del capogruppo Molinari) sul dl Bollette e Salvini ordina di non reagire, di fare silenzio. Si spiega solo con la ragione: si preparano a votare. Alla Camera, Luciano Violante, che chiama Meloni “la ragazza”, spiega che la “ragazza è intelligente, non andrà al voto, vedrete, anche perché queste cose si sa come iniziano ma non si sa come finiscono. E se poi se fanno il governo tecnico? Gli italiani non capirebbero questa scelta. Direbbero: hai perso, hai perso male, e ti metti tutti contro”. Anche Violante difende Santanchè che “povera, non c’entrava nulla. Meloni dovrebbe prendersela con i suoi vice. Uno, Salvini, era a Budapest e l’altro, Tajani, era in Italia, ma comunicava male. C’è solo da stare fermi, assorbire.

Le sconfitte sono come l’acqua per la terra. Si assorbono”. Violante, esempio, ha assorbito, e bene, l’uscita dalla fondazione Leonardo, la stiva della società dell’ad Roberto Cingolani che sarebbe poco amato oltreoceano, per il suo progetto Michelangelo Dome. Peserà sulla nomina delle partecipate? Siamo a quattro teste tagliate, teste mozze (c’è pure un libro, “Teste mozze. Storie di decapitazioni, reliquie, trofei, souvenir e crani illustri”) e cosa ci sarebbe, ancora, di più eclatante che offrirne altre, nientemeno che di presidenti, ad? In Forza Italia i due deputati, Giuseppe Castiglione e Andrea Caroppo si misurano la pancia e scherzando, ma neppure tanto, si domandano “andiamo bene per il casting? O tagliano pure noi?”. Castiglione, che ha conosciuto Berlusconi, il padre, ricorda che “ci teneva all’aspetto, ai giovani, ma misurava anche la testa. Tajani gli è stato leale, ha salvato il partito, piano con la parola ‘novità, novità’”. Il boia di questi tempi fa gli straordinari. Si anticipa che la prossima settimana rotolerà la quinta testa, quella di Paolo Barelli, capogruppo di FI alla Camera, e che al suo posto debba andare Debora Bergamini. Si recuperano torti passati in prescrizione, ci si vendica contro il vicino. In testa di Meloni c’è solo la legge elettorale, da fare, presto, “la prima cosa”. O voto, rimpasto o niente perché si dice sempre, quando si soffre “non è niente, non è niente”. Non è vero che non cambiava nulla. Quando si perde resta sempre una piccola macchia. Un foruncolo.