L’ipotesi di un colloquio al Quirinale nei prossimi giorni. Possibile un confronto con le opposizioni sulla legge elettorale

(di Tommaso Ciriaco – repubblica.it) – Incubi notturni, risvegli bruschi e amarissimi. Domenica notte Giorgia Meloni capisce, solo un miracolo può invertire la rotta di un referendum che punta dritto contro di lei. Le scrivono i suoi dirigenti, incessantemente: i numeri non tornano, qualcosa sembra essersi inceppato anche in alcuni storici fortini. La premier infine comprende: «Stiamo perdendo». Rompe il silenzio elettorale, telefona ad Antonio Tajani e Matteo Salvini, che intanto lanciano a loro volta un ultimo appello alla partecipazione. Inutile: attorno a mezzogiorno, i sondaggisti comunicano i primi exit poll, quelli che anticipano lo svantaggio poi ufficializzato alle 15. Una cosa, però, Meloni non riesce a cogliere finché non la tocca con mano: la portata della sconfitta. La valanga dei giovani, quei due milioni di voti in meno al centrodestra. Non lo immaginava lei, né il suo cerchio magico e neanche la classe dirigente dei Fratelli d’Italia. A quel punto detta la linea ai più fidati: dovete sostenere che andiamo avanti, il resto lo decideremo a mente fredda.
Medita molto altro, soltanto che conosce la politica e sa che la prima reazione deve essere ispirata alla calma. E però c’è rabbia, preoccupazione, risentimento. Accarezza l’idea di un blitz per non farsi rosolare: servirebbe a spiazzare avversari che soltanto ora iniziano a programmare le primarie. È uno scenario sul tavolo, anche se non si può pronunciare, al momento l’unica linea prevede di «andare avanti fino a fine legislatura».
Il video col sottofondo melodico dei “parrocchetti monaci”, i pappagallini verdi che hanno colonizzato Roma Sud, lo registra in un giardino lontano da Palazzo Chigi. Su Whatsapp comunica ai suoi anche un’altra profezia: insisteremo sulla legge elettorale e magari adesso la sinistra, sperando di vincere, potrebbe aderire alla proposta. Ma pure in questo caso, fa parte delle riflessioni del primo giorno: vale insomma fino alla prossima mossa.
In realtà, la presidente del Consiglio è consapevole che il sistema presentato alle Camere poco prima del referendum rischia di essere un reperto confinato nel passato, travolto da 15 milioni di voti. Insistere avrebbe un effetto simile a quello provocato dalle forzature sulla giustizia: mobiliterebbe gli avversari, facendoli gridare al colpo di mano. Sa anche che gli alleati, adesso, si concentreranno sui propri interessi, più che sul testo scritto da FdI. L’unica strada immaginata a caldo, semmai, è pianificare un appello alle opposizioni per aprire un tavolo che accolga i suggerimenti del centrosinistra per una riforma elettorale, vedendo l’effetto che fa.
Un altro percorso che appare impervio. Prima, comunque, c’è da gestire l’immediato. Il viaggio in Algeria, programmato la settimana scorsa, la porterà domani in Nord Africa. Nei giorni successivi, però, potrebbe andare al Colle per discutere con il presidente della Repubblica di quanto accaduto. È un’opzione che ai vertici del melonismo non escludono, sia pure depotenziando il valore politico. Suggeriscono anche che la premier non esclude di andare alle Camere, magari per richiedere la fiducia, anche se consapevole che questa mossa potrebbe essere interpretata come un atto dirompente e, dunque, destabilizzante. Per questo legano l’eventualità alla possibilità che Sergio Mattarella le consigli di farlo (scenario neanche lontanamente verosimile, il Quirinale non si esporrà).
Si procede per aggiustamenti progressivi, dunque. Anche l’azzardo di tornare prima del previsto al voto per evitare di governare almeno un anno in un clima di incertezza interna e internazionale non è considerato un’eresia. Ma significherebbe aumentare le chance di un pareggio, dunque trovarsi di fronte al bivio per le larghe intese: i meloniani giurano che la premier non voglia farlo, anche se a quel Parlamento spetterebbe la scelta del prossimo Capo dello Stato. Eppure, la domanda rimbalza a sera: conviene davvero arrivare ad aprile del 2027, o sarebbe meglio bruciare i tempi e portare il Paese al voto prima? La finestra si restringe a giugno, perché ottobre sarebbe un azzardo, considerata la sessione di bilancio. Dubbi, tormenti.
Due dati, poi, preoccupano Meloni. Il primo: l’enorme affluenza dei giovani – tra loro, quelli delle piazze per Gaza, assieme a chi si è mobilitato sui social in nome di Nicola Gratteri. Il secondo: il voltafaccia del Sud Italia. Strappo enorme, che lascia temere per le politiche, soprattutto se dovessero restare i collegi del Rosatellum.
Il resto è armamentario polemico buono per il giorno della sconfitta: la rabbia della premier per le uscite scomposte di Carlo Nordio (a proposito, rischiano il posto Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi), per lo scarso impegno dei leghisti, per la campagna timida di Forza Italia. Colpa loro, anche se la sconfitta è sua, il voto contro di lei. Infine, gli spettri. Quelli che indica Giovanbattista Fazzolari, denunciando il rischio che le toghe blocchino i provvedimenti del governo come prima, più di prima. Parla per la premier, come sempre. E il messaggio assomiglia a quelli che hanno preceduto il referendum. Il risultato, va detto, non è stato dei migliori.
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