Affluenza al 59 percento per il referendum: 53,4 per cento di contrari. Freno per il premierato, montano dubbi sull’iter della legge elettorale. La premier: «Andiamo avanti. C’è rammarico per l’occasione persa»

(Stefano Iannaccone – editorialedomani.it) – Il mito dell’invincibilità di Giorgia Meloni è crollato sotto i colpi dei 15 milioni di No al referendum sulla giustizia. Una bocciatura senza appello per la riforma e per la presidente del Consiglio. La personalizzazione del voto degli ultimi giorni non ha portato alla svolta che pure a destra vagheggiavano o comunque speravano: le interviste televisive a raffica, la partecipazione al podcast di Fedez, i video sui social non hanno portato le truppe di centrodestra alle urne.
I Sì sono stati staccati di 2 milioni dai No, fermati a poco più di 13 milioni. In termini percentuali, quando lo scrutinio dei voti degli italiani all’estero non è ancora terminato, è finita 53,4 per cento a 46,6, quasi sette punti di divario (il Sì ha recuperato oltre 100mila voti, chiudendo davanti, 55,3 a 44,7 fuori dall’Italia). Il tocco magico meloniano non c’è stato. L’approccio muscolare, a tratti arrogante, ha spinto gli italiani a dire un secco No.
C’è stata, invece, una festa di partecipazione popolare, con il 59 per cento di affluenza, un bagno di democrazia inatteso, che mette il freno alla brama di pieni poteri della premier. L’ordinamento giudiziario non si tocca, l’antico sogno del centrodestra – con il marchio di Silvio Berlusconi – non è stato realizzato.

Sconfitta politica
La grande corsa alle urne degli elettori per il referendum ha ampliato il significato politico del voto. Nessuno può sminuirne l’esito, non esistono letture consolatorie. È stato respinto il “contesto” della riforma, la sua visione politica, con il desiderio di mettere al guinzaglio i magistrati ponendo il sistema giudiziario sotto il controllo del governo.
Meloni ha preso atto della batosta, pubblicando un video sui social. Scura in volto ha detto che «gli italiani oggi si sono espressi con chiarezza e rispettiamo la loro decisione», esprimendo «rammarico per l’occasione persa». E ha ribadito che non ci saranno conseguenze: «Questo non cambia il nostro impegno per continuare con determinazione». Concetto ripreso dal vicepremier Antonio Tajani: «Non cambia nulla». E dal leader della Lega, Matteo Salvini. «Il governo deve andare avanti con compattezza e determinazione», ha scritto in una nota.

Dunque, nessun effetto sull’esecutivo, come era stato annunciato, ma si deve imporre una modifica dell’agenda. Un primo cambiamento è arrivato nei toni. Tajani, erede di Berlusconi al timone di Forza Italia, ha lanciato l’appello a un «dialogo pacifico e sereno» sulla giustizia, omettendo che la maggioranza non ha concesso nemmeno di approvare un emendamento durante l’iter parlamentare della riforma sulla giustizia. La mano tesa arriva solo dopo il fallimento della prova muscolare. Un ripensamento postumo.
E in ogni caso non si può far finta di niente. Il voto sulla separazione delle carriere era il grimaldello per scardinare la Costituzione. Un lavoro di riscrittura che sarebbe proseguito con altre riforme, che avevano un solo obiettivo: accentrare il potere a Palazzo Chigi. Ancora meglio intorno a una sola persona: Meloni.
Insieme alla separazione delle carriere per i magistrati affonda – o comunque subisce un colpo pesante – un’altra riforma, quella del premierato. Il testo era stato già riposto nel cassetto in attesa di un’approvazione per la prossima legislatura. Ora finirà in archivio a meno che la destra non voglia intestardirsi a sbattere contro la Costituzione con tutti i rischi connessi.

Riforme affondate
Già nelle scorse settimane ai vertici di Fratelli d’Italia c’era una certa prudenza a parlare della riforma, anche se in pubblico era stata rilanciata dalla reggente del partito, la sorella della premier, Arianna Meloni. Resta aperta la questione della legge elettorale: il testo è stato deposito in Parlamento a febbraio, in tutta fretta, in pieno periodo sanremese.
L’esame è stato poi rinviato a dopo il referendum, nell’auspicio di una vittoria che potesse dare la spinta politica all’approvazione. La storia è andata diversamente, le opposizioni escono ringalluzzite. «Non credo che cambierà la nostra agenda parlamentare», ha detto il capogruppo di FdI alla Camera, Galeazzo Bignami. Ma uno strappo a colpi di maggioranza sulla legge elettorale sarebbe difficile da spiegare, visto che il cosiddetto Stabilicum è in realtà il Melonellum, cucito intorno ai desiderata della premier.
La sconfitta impone alla destra un’inedita analisi della sconfitta, visto che deve fare i conti con il primo vero ko dalle politiche del 2022. Certo, c’erano state alcune battute d’arresto alle regionali, ma mai perentorie come in questo caso. Le responsabilità cadono inevitabilmente su Meloni, frontwoman del governo, con Salvini che si è tenuto più defilato. Ma il risultato riguarda a cascata l’intera alleanza del centrodestra e più in generale il cosiddetto fronte del Sì. All’inizio della campagna referendaria il vantaggio sul No oscillava – secondo alcuni sondaggi – tra i 10 e i 15 punti percentuali.

Numeri che facevano presagire a una cavalcata trionfale per i sostenitori della riforma. I calcoli erano sbagliati. La gestione della comunicazione è stata disastrosa ed è partita la remuntada del No. Cosa non ha funzionato? Una marea di cose: messaggi aggressivi («il plotone di esecuzione» evocato da Giusi Bartolozzi, capa di gabinetto del ministro Nordio e lo stesso Guardasigilli che aveva parlato di sistema «paramafiosa» al Csm) e contraddittori (è diventata celebre la frase di Giulia Bongiorno che spiegava come la riforma non avesse effetti sulla giustizia).
Gli elettori hanno capito che si tratta di un pasticcio. E non hanno convinto, risultato alla mano, nemmeno le strumentalizzazioni dei casi di cronaca, da Garlasco alla famiglia nel bosco, che nulla c’entravano con il contenuto del testo. Meloni andrà avanti con il supporto degli alleati. Ma da oggi non è più la leader infallibile.
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