Il sottosegretario aveva detto di aver venduto le sue quote appena scoperta l’identità di Mauro Caroccia, uomo al soldo della malavita romana. Lasciando intendere una sua presa di distanza da quel luogo. Ma una foto lo smentisce: a gennaio di quest’anno era lì a mangiare con tutta la polizia penitenziaria. La dura nota dei magistrati di Unicost contro il meloniano. L’immagine scattata a fine gennaio 2026 al ristorante Bisteccheria d’Italia del prestanome del clan, dal quale Delmastro era formalmente uscito alcuni mesi prima vendendo le sue quote personali. Insieme a lui Raffaele Tuttolomondo, sindacalista della polizia penitenziaria

L'immagine scattata a fine gennaio 2026 al ristorante Bisteccheria d'Italia del prestanome del clan, dal quale Delmastro era formalmente uscito alcuni mesi prima vendendo le sue quote personali. Insieme a lui Raffaele Tuttolomondo, sindacalista della polizia penitenziaria

(Nello Trocchia – editorialedomani.it) – Il castello di bugie del sottosegretario, Andrea Delmastro Delle Vedove, crolla definitivamente di fronte alla foto che Domani può pubblicare. Dobbiamo tornare a fine gennaio di quest’anno, 2026. Il politico è impegnato sul fronte caldo della riforma della Giustizia. Un impegno istituzionale che non gli ha impedito di trovare il tempo per occuparsi anche di affari privati: da due mesi il potente meloniano ha venduto le quote della srl 5 Forchette che gestisce, insieme alla figlia giovanissima dell’uomo di camorra, l’imprenditore Mauro Caroccia, e ai vertici di Fratelli d’Italia Piemonte.

Delmastro ha venduto a una srl da lui fondata cedendo le sue quote personali, poche settimane dopo tutti scapperanno dalla società. Ufficialmente nel ristorante non compare l’uomo del più potente clan romano, i Senese. Ma tutti sanno che è lui l’oste che intrattiene gli ospiti. Le azioni sono detenute dalla figlia, che presta il nome per evitare nuovi sequestri e con lei c’è il gotha di un partito (incluso il sottosegretario alla Giustizia) che si riempie la bocca con la lotta alla mafia.

Dopo lo scandalo esploso in questi giorni, il padrone delle carceri italiane ha detto di aver ceduto le quote appena saputa l’identità di Caroccia. Solo lui non si era accorto di niente, chi fosse l’imprenditore era cosa nota a mezza Roma.  Lo scatto che questo giornale pubblica smonta proprio la sua versione. Crolla così l’ultima bugia, condita da frasi di circostanza come «la mafia è una montagna di merda».

L’intoccabile di stretta osservanza meloniana cita Peppino Impastato, un film a lui dedicato, militante e intellettuale antifascista ucciso dalla mafia. Lo fa per giustificare le avventure e i rapporti con l’uomo della camorra romana. Ma questa impalcatura difensiva implode grazie alla foto del gennaio scorso. 

Bistecche e bugie

Domani può ricostruire che nel periodo in cui Caroccia era già stato condannato dalla corte d’appello, a quattro anni per intestazione fittizia con l’aggravante di aver favorito il clan, Delmastro ha continuato a frequentare quel locale chiacchierato. Il sigillo giudiziario definitivo sulla storia di Caroccia  è arrivato a metà febbraio. E cosa fa Delmastro a fine gennaio? Partecipa a una cena con la polizia penitenziaria nel ristorante che odora di brace e puzza di mafia. Il sottosegretario alla giustizia viene immortalato in foto con un sindacalista, Raffaele Tuttolomondo, del quale questo giornale si è già occupato per la vicinanza, quasi devozione, nei confronti di Delmastro. «Sempre a difesa delle Donne e agli Uomini della Polizia Penitenziaria insieme al grande amico Sottosegretario Segretario alla Giustizia Andrea Delmastro. GRAZIE GRAZIEEEE», scrive Tuttolomondo, sorridente con Delmastro al suo fianco. Contattati da questo giornale, né Tuttolomondo né il sottosegretario hanno risposto alla richiesta di un commento. 

Dietro i due si vede il logo di Bisteccheria d’Italia, il ristorante dove il sottosegretario ha fatto accomodare poliziotte e poliziotti di un corpo, diventato troppo in fretta alla stregua di una polizia privata. Un corpo dello stato a cena dove il gestore è cresciuto e si è servito dei soldi del clan, quelli provento di narcotraffico e delitti di ogni genere.  Mettendo così a rischio la credibilità ed esponendo un’intera istituzione che lavora nelle carceri, luoghi cruciali per gli imperi criminali. 

Dopo la bufera per la notte di capodanno, quando l’amico deputato Emanuele Pozzolo da pistolero avevo ferito un uomo, con gli agenti penitenziari partecipi di quella serata esplosiva, ora arriva la cena nel ristorante gestito dall’imprenditore al soldo della camorra romana e di cui lo stesso sottosegretario è stato socio fino a pochi mesi fa, nei mesi in cui si occupava di riforma della Giustizia.

«I suoi fedelissimi andavano in giro a sponsorizzare il ristorante, uno di loro mi ha più volte invitato: “Andrea si è preso un ristorante a Roma. Dai vieni a mangiare, c’è una carne fantastica”», ha raccontato a Domani chi frequentava il mondo piemontese di Fratelli d’Italia.

Smentito dai fatti

La parabola societaria è ormai nota. La società viene fondata nel dicembre 2024. Dentro 5 Forchette ci sono il fedelissimo Davide Zappalà, consigliere regionale, Elena Chiorino, assessora e numero due della giunta, Cristiano Franceschini, segretario provinciale di FdI e assessore in comune a Biella, Donatella Pelle, moglie dell’avvocato Domenico Monteleone. Ma soprattutto azionista e amministratrice è Miriam Caroccia, figlia di Mauro, il ristoratore, ora in carcere, condannato a quattro anni per intestazione fittizia con l’aggravante di aver agevolato la camorra. Firmano un atto con una giovanissima, ma non si accorgono di nulla. Un’altra foto, quella del 2023 nel vecchio locale, in piedi grazie alla camorra, immortalava proprio Caroccia con Delmastro. 

Delmastro cancella il suo nome tra i soci della srl a novembre, quando il sottosegretario cede le sue quote personali a una società da lui fondata. Tra febbraio e marzo di quest’anno, dopo che la corte di Cassazione ha messo il sigillo alla condanna dell’imprenditore, scappano tutti. «Ho lasciato l’azienda quando ho saputo della storia di Caroccia», in sintesi la giustificazione di Delmastro dopo lo scandalo sollevato dal Fatto Quotidiano. Dunque è ancora più grave il senso di questa foto di gennaio, dopo che il meloniano ha lasciato formalmente la società con la figlia del prestanome dei Senese. Perché seppure a conoscenza del curriculum di Caroccia, ha deciso di tornarci a gennaio: non da solo ma con la polizia penitenziaria, nel locale dell’uomo dei Senese, i padroni criminali di Roma. Oggi Senese, il pazzo, è in carcere dopo anni di impunità, condannato come padrone della camorra romana. Il suo uomo, l’imprenditore Caroccia, anche. Mentre il sottosegretario è ancora al suo posto, la legalità delle destre è così: un castello di sabbia. 

Dura la presa di posizione della corrente centrista della magistratura, Unicost: «Mentre c’è in gioco un referendum che mette a rischio l’autonomia e l’indipendenza della magistratura, e in cui i toni inquisitori verso i magistrati sono a livelli mai raggiunti prima, apprendiamo che uno degli uomini di punta del Governo era in rapporti d’affari con personaggi legati a uno dei clan mafiosi più attivi, anche nell’infiltrazione nelle attività economiche, nel nostro Paese e con proiezioni internazionali».