La donna aveva scritto: “Faccia di merda”

Insulti social: “L’indigente” Santanchè chiede 58mila € a un’anziana invalida

(estr. di Thomas Mackinson – ilfattoquotidiano.it) – […] Due donne, la stessa età, la stessa parola: indigente. Ma solo una lo è davvero. L’altra è ministra. La storia incrocia i loro destini perché entrambe, in momenti diversi, hanno detto di non avere i soldi per pagare i danni di una diffamazione. La prima ha 67 anni, vive a Lomazzo (Como) e ha passato la vita a fare l’operaia in fabbrica e a pulire le case altrui per crescere quattro figli da sola. Juna Scafetta oggi è invalida all’80% e sopravvive in una casa popolare con 630 euro al mese di pensione sociale. Non ha nemmeno un’auto. La seconda è la ministra Daniela Santanchè, che di anni ne ha 64 e da una vita viaggia in auto blu.

Nel diffamare e pianger miseria, come ha rivelato Il Fatto quattro anni fa, è una vera campionessa. Nel 2015 venne condannata a risarcire l’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia per averla definita in tv “organizzazione integralista”. “Mi pignorino anche lo stipendio, non pagherò mai”, tuonò. Ma davanti al pignoramento, in gran silenzio, fece scrivere ai suoi legali di versare in “gravi difficoltà economiche” e “indisponibilità economica”. Il giudice, impietosito, le accordò di saldare i restanti 14.146 euro in 18 comode rate da 786 euro al mese. Il tutto mentre aveva stipendio parlamentare, la quotata Visibilia Editore, azioni del Twiga e una villa di proprietà a Milano di 980 metri quadri, con sauna, piscina in madreperla e servitù. Eppure oggi, la stessa “incapiente” che ha rateizzato 14 mila euro per una grave diffamazione televisiva, bussa alla porta della vera indigente per chiederle fino a 58 mila euro di danni. Per cosa? Per un insulto scritto d’impulso sotto a un post di Facebook.

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Era la scorsa vigilia di Natale. Santanchè, pelliccia e colbacco in testa, sotto la neve di Cortina augura buone feste a chi lavora. Sotto al post piove una valanga di insulti. Ma la ministra decide di passare all’incasso: si affida a uno studio legale specializzato nel “monetizzare” l’odio social passando in rassegna i vecchi post e inviando raccomandate-fotocopia. Se non pagate entro 30 giorni, avvertono, vi trasciniamo davanti all’autorità giudiziaria. Le raccomandate, tutte uguali, fioccano da Bolzano a Palermo. È la prova provata della cinica “pesca a strascico”. Quando Juna apre la sua busta, a momenti sviene: “Ho cominciato a tremare e piangere. Non sapevo cosa fare. Abito in una casa popolare, vivo con 630 euro… da me cosa possono prendere?” Spiega così quel “Ma vai a fanculo faccia di merda”, scritto di getto, che rischia ora di costarle quel che mai potrebbe dare: “Quando ho visto che faceva gli auguri, ma non pagava i suoi dipendenti, sfoggiando vestiti da mille euro, ho visto nero e ho scritto mossa dalla rabbia”.

[…] Nella diffida la ministra-querelante fa valere l’aggravante del ruolo pubblico. L’indigente-querelata può invocare forse l’attenuante della provocazione. Non è dato sapere se la ministra abbia mai letto quel commento tra migliaia, né perché se la sia presa tanto. Magari perché alla faccia tiene molto, e tanto ha investito per contrastare i segni del tempo da sembrare più giovane della Venere-influencer delle sue campagne sul turismo. Servirebbe allora un bel faccia a faccia, senza avvocati, per stabilire chi porti meglio i segni dell’indigenza. Di sicuro, non quella con la piscina in madreperla.