
(Lorenzo Castellani – editorialedomani.it) – Si pensi se, a seguito di una possibile bocciatura della riforma costituzionale della magistratura il governo, già indebolito, si dovesse trovare ad affrontare una crisi molto pesante. Ciò implicherebbe una crescita del costo del debito, cittadini e imprese preoccupati dall’inflazione, salari già bassi messi ancora più a dura prova e una riduzione dello spazio fiscale nella prossima manovra di bilancio.
Si pensi se, a seguito di una possibile bocciatura della riforma costituzionale della magistratura il governo, già indebolito, si dovesse trovare ad affrontare una crisi molto pesante. Ecco cosa spaventa davvero la premier
Si può vincere un referendum senza che i leader politici della maggioranza facciano campagna elettorale? È questa una delle caratteristiche più peculiari del prossimo referendum costituzionale sulla riforma della giustizia.
Matteo Salvini e Antonio Tajani hanno partecipato alla promozione del Sì in tono minore. Per il primo la riforma della giustizia non è tra le priorità, se il referendum fallisse ci rimetterebbero di più gli alleati del suo partito; il secondo è stato sorpreso dalla nuova guerra in Iran ed è stato costretto a occuparsi interamente della propria funzione istituzionale.
Colpisce ancora di più la cautela di Giorgia Meloni, anch’ella rimasta sostanzialmente confinata a interviste e messaggi istituzionali senza spendersi particolarmente nelle piazze. La premier, tuttavia, è l’unica che può mobilitare vasti settori dell’elettorato. È vero che teme un effetto contrario di personalizzazione e polarizzazione, ma senza uno sprint negli ultimi giorni Meloni rischia che gli elettori di centrodestra rimangano a casa mentre i contrari vadano tutti a votare.

Governo incastrato
Sembra che la presidente del Consiglio preferisca gestire una sconfitta su cui ha messo poco la faccia che prendersi dei rischi per cercare di vincere la partita. L’atteggiamento è difensivo e probabilmente si lega alla situazione internazionale. La guerra all’Iran ha ridotto molto la portata mediatica del referendum e ha aperto a una difficile situazione sia diplomatica sia economica.
I leader sono terrorizzati da un’opinione pubblica che, anche a destra, non vuole sentire parlare di guerre e men che meno è disposta a pagarne il conto, anche in forma indiretta. Dall’altro lato, però, Meloni sì è impegnata a essere una alleata affidabile di Trump e quindi non può sfilarsi del tutto dal sostenere l’azione americana, come testimonia l’invio di qualche arma nel Golfo.
Mentre è incastrato in questa strettoia tra interni ed esteri, il governo si ritroverà a breve a fronteggiare una situazione economica peggiore del previsto. Nei circoli finanziari internazionali inizia ad aleggiare lo spettro del seguente scenario: la guerra in Iran che prosegue per settimane, lo stretto di Hormuz impraticabile per l’Occidente e quello di Suez con passaggio ridotto per lungo tempo, rapida risalita dell’inflazione, aumento dei tassi di interesse da parte delle banche centrali e possibilità di stagflazione.
Se fino a qualche giorno fa questa ricostruzione era data per possibile ma non probabile, oggi si avvia a diventare quella più credibile per i prossimi mesi. Se così fosse, per un esecutivo che si avvia a entrare nell’anno elettorale, l’economia rischia di divenire un problema quasi insormontabile.

I rischi della crisi
Si pensi se, a seguito di una possibile bocciatura della riforma costituzionale della magistratura il governo, già indebolito, si dovesse trovare ad affrontare una crisi molto pesante. Ciò implicherebbe una crescita del costo del debito, cittadini e imprese preoccupati dall’inflazione, salari già bassi messi ancora più a dura prova e una riduzione dello spazio fiscale nella prossima manovra di bilancio.
A quel punto il rapporto tra promesse e realtà sarebbe radicalmente capovolto: il governo non potrebbe abbassare le tasse o garantire nuovi sussidi nell’anno elettorale e probabilmente sarebbe costretto a concentrare le risorse sul contrasto alla crescita dei costi energetici, sul finanziamento del debito pubblico e si ritroverebbe a dover aumentare il prelievo fiscale.
L’unico vero patrimonio del governo in questo momento resta l’opposizione, ancora divisa e alla ricerca di un assetto e di una leadership unitaria. Certo, una vittoria del No potrebbe compattare il centrosinistra, ma le sue debolezze lascerebbero anche a una Giorgia Meloni azzoppata la speranza di fare il bis nel 2027 contando sulla nuova legge elettorale con premio di maggioranza.
Le guerre e il senso di insicurezza possono spingere l’opinione pubblica a essere maggiormente conservativa e a rimettersi nelle mani sicure dell’unica leadership che ha già governato per una legislatura invece che optare per un campo largo, semmai si farà, senza una guida chiara.
Non si può poi escludere nemmeno un allungo del Sì in extremis nell’ultima settimana di campagna elettorale. Se ciò accadesse Meloni potrebbe affrontare con un importante obiettivo raggiunto i prossimi mesi, che sarebbero comunque difficili per il governo seppur meno impervi rispetto allo scenario della sconfitta al referendum.
Ma mi faccia il piacere
(Di Marco Travaglio) – Era ora. “Col Sì rivoluzione copernicana. Saremo finalmente un Paese democratico e libero. Entreremo a pieno diritto nelle democrazie occidentali. E ci toglieremo i residui della dittatura comunista e di quella fascista” (Carlo Nordio, ministro FdI della Giustizia, 14.3). Nel senso che si dimette?
Senti chi parla. “La lezione di Mattarella agli studenti: ‘Non agire fuori dal diritto internazionale’” (Stampa, 11.3). Cioé non fare come lui in Serbia.
Agenzia Sticazzi. “Cile, la cravatta di Kast al giuramento scelta da Giorgia Meloni” (Ansa, 11.3). E poi dicono che il giornalismo investigativo è morto.
Prendere i voti. “Mantovano: ‘I cattolici voteranno sì’” (Ansa, 3.3). “Catania, da TikTok alla parrocchia, l’omaggio choc al boss Santapaola: ‘Qui ha fatto la storia’” (Corriere della sera, 9.3). “Il No conviene agli islamici” (Giornale, 9.3). “La Mecca dice No” (Tommaso Cerno, Giornale, 14.3). Mi sa che ha ragione Mantovano.
Demenza naturale. “La propaganda Cgil ha ‘convinto’ l’algoritmo dell’Ia a schierarsi per il No” (Giornale, 15.3). Questa Ia è musulmana e pure comunista.
Cetto Laqualunque/1. “Ecco come il Sì risolleverà l’economia” (Gabriele Albertini, Libero, 11.3). Più pilu per tutti.
Cetto Laqualunque/2. “Oggi hanno derubato mia moglie in metro. Se li beccano, il giorno dopo sono di nuovo lì. Votate Sì al referendum” (Marco Rizzo, Democrazia Sovrana Popolare, 12.3). Meno scippi per tutti.
Cappuccetto nero. “Tre ragioni per il Sì” (Fabrizio Cicchitto, Libero, 9.3). Ma soprattutto una: la tessera P2 numero 2232.
Pluralis maiestatis. “Renzi: ‘Sulle carriere divise liberi tutti’” (Giornale, 14.3). “Renzi: ‘Esecutivo incapace, ma sulla crisi dialoghiamo’” (Repubblica, 14.3). Ma “tutti” e “voi” chi?
Già mangiato/1. “La premier arruola l’ex Pd Ceccanti per il Sì” (Stampa, 15.3). Tranquilli, quello è arruolato da quando è nato.
Già mangiato/2. “Gli insulti a Pisapia perché vota Sì: ‘Ormai è anziano’” (Giornale, 14.3). Veramente era già così da giovane.
Telepatie. “Già l’Assemblea costituente prevedeva la separazione” (Antonio Baldassarre, ex presidente Consulta, Corriere della sera, 14.3). “La divisione delle carriere era auspicata dalla Costituente” (Giulio Prosperetti,ex vicepresidente Consulta, Riformista, 14.3). Ma infatti: i costituenti erano così favorevoli che si scordarono di scriverla nella Costituzione.
Martellate. “L’esuberanza dei pm? Quando vedi Gratteri in tv capisci bene di cosa parliamo, sembra uno alla ‘Ercolino faccio tutto io’” (Claudio Martelli, ex Psi, Un giorno da pecora, Radio1, 9.3). E, quel che è peggio, non prende tangenti.
Ignobel. “Per liberarci l’intervento straniero è indispensabile” (Shirin Ebadi, iraniana, premio Nobel per la Pace, Repubblica, 11.3). Così vince pure il Nobel per la Guerra.
Smorzacalenda. “Serve un salto di qualità nella partnership con la Russia. Il prossimo obiettivo è la diffusione territoriale delle nostre imprese anche fuori Mosca e San Pietroburgo. Stiamo lavorando con il governo centrale russo e con i diversi governatori su 340 proposte legate a progetti di investimento comune”, “Nessuna grande azienda italiana ha mai chiuso bottega in Russia, in qualunque circostanza, e questo è il segno di un’amicizia. Qui ci sono tutte le grandi aziende, il presidente del Consiglio, il ministro, le associazioni economiche, le banche. Più di così non potevamo portare, dovevamo traslocare il Colosseo…” (Carlo Calenda, ministro Sviluppo del governo Renzi, al Forum economico di San Pietroburgo alla presenza di Putin, Agenzia Italia e Tv di Stato russa, 17.6.2016). “Vedi Giuseppe Conte io non mi siederei mai con uno che appoggia Putin nascondendosi dietro la parola pace” (Calenda, leader Azione, 14.3.2026). “Non vorrei mai far parte di un club che accettasse tra i suoi soci uno come me” (Groucho Marx).
Ha stato Putin. “La nave russa che affonda e appesta il Mediterraneo colpita dagli ucraini. Regalo di Mosca” (Libero, 14.3). Quindi se affonda e appesta non è colpa di chi l’ha colpita.
Le parole per dirlo. “È morto Contrada, l’ex 007 dei misteri” (Corriere della sera, 14.3). “Contrada, il superpoliziotto dei misteri” (Repubblica, 14.3).“Lo 007 dei misteri” (Stampa, 14.3). “Il calvario di Contrada” (Giornale, 14.3). “Contrada si porta nella tomba i segni di una tortura più crudele di un ergastolo” (Foglio, 14.3). “Contrada, il superpoliziotto vittima della malagiustizia” (Libero, 14.3). “Contrada, l’enigma” (Sole 24 ore, 14.3). “Contrada, lo 007 dei misteri di Palermo” (Messaggero, 14.3). Eppure bastavano tre parole: complice della mafia.
Il titolo della settimana/1. Cortina, la pista sovranista è un caso: ‘Danni da 1 milione’” (Repubblica, 9.3). La pista sovranista si riconosce dalle altre perché i bobbisti sorpassano a destra.
Il titolo della settimana/2. “Mai violato il diritto in Iran. Era a un passo dall’attacco. Usa e Israele hanno risposto a rischi seri e concreti” (Fiamma Nirenstein, Giornale, 10.3). Ovvio: l’Iran stava per invadere gli Stati Uniti.
Il titolo della settimana/3. “Quello sfottò in pubblico a The Donald. Zelensky non ne può più di giochetti” (Anna Zafesova, Stampa, 14.3). Oh no, e adesso come facciamo?
Il titolo della settimana/4. “Qualcuno crede ancora al sistema giustizia?” (Luca Palamara, Libero, 13.3). Da quando ti hanno radiato dalla magistratura, un pochino.
Il titolo della settimana/5. “La sinistra alla frutta schiera Ficarra e Picone” (Libero, 15.3). Invece la destra alla grappa schiera Nordio.
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Il titolo della settimana/2. “Mai violato il diritto in Iran. Era a un passo dall’attacco. Usa e Israele hanno risposto a rischi seri e concreti” (Fiamma Nirenstein, Giornale, 10.3). Ovvio: l’Iran stava per invadere gli Stati Uniti.
Provate voi a credere se siano più verosimili le motivazioni della Nirenstein oppure la seguente di cui in America in tanti parlano.
Non passa certo in second’ordine il ricatto subito da Trump su certi Epstein-Files esplosivi che lo riguardano tenuti in mano da Netanyahu (Mossad). Pare che, tra l’altro, esista un video del cowboy americano che dopo aver stuprato una tredicenne e ricevuto da questa un morso al pene l’abbia picchiata selvaggiamente. E’ ovvio che Bibi custodisca con cura anche questa prova per far nascere e orientare a suo piacimento le volontà guerrafondaie del suo grande alleato.
Mai siamo stati così vicini a un’escalation mondiale della guerra. Se le cose volgeranno al peggio, si sappia anche di questo particolare di cui sono già a conoscenza in molti oltre oceano.
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