Il coinvolgimento diretto della premier trasforma il referendum in un giudizio sul governo

(Sebastiano Messina – lespresso.it) – Quando un presidente del Consiglio decide di scendere in campo in prima persona in una campagna referendaria significa che la partita ha cambiato natura. Non è più soltanto un confronto tra tesi giuridiche, interpretazioni normative, tecnicismi. Diventa una scommessa sul destino del governo. È esattamente il punto in cui è arrivata Giorgia Meloni.
Le parole dei suoi ministri, nelle ultime settimane, avevano già lasciato intravedere la posta in gioco reale. A cominciare da quelle del guardasigilli Carlo Nordio, che lo ha detto esplicitamente: questa consultazione non riguarda soltanto il contenuto di alcune regole, ma la direzione complessiva della giustizia italiana. Perché così, s’è lasciato scappare il suo capo di gabinetto, Giusi Bartolozzi, «ci togliamo di mezzo la magistratura». È una battaglia politica, dunque. Ma proprio qui si nasconde il nodo della vicenda. Perché nel momento in cui la maggioranza definisce il referendum come una battaglia del governo – e inevitabilmente mette sul tavolo le sentenze che hanno bloccato i centri per migranti in Albania e annullato i sequestri delle navi di soccorso delle Ong – quel referendum smette di essere soltanto uno strumento di democrazia diretta e si trasforma, inevitabilmente, in un giudizio sull’esecutivo.
È una dinamica che la storia della Repubblica conosce fin troppo bene. Ogni volta che un capo del governo ha scelto di personalizzare una consultazione popolare, l’elettorato ha colto l’occasione per trasformarla in qualcos’altro: un voto su chi governa. L’ultimo precedente è ancora fresco nella memoria politica del Paese, il referendum costituzionale del 2016 voluto da Matteo Renzi. Meloni questo precedente lo conosce benissimo. Non a caso, fino a pochi giorni fa, aveva mantenuto una prudente distanza. Lasciando che fossero i ministri e i partiti della maggioranza a sostenere la riforma, mentre lei restava un passo indietro. Una strategia comprensibile: evitare che la consultazione assumesse i contorni di un plebiscito sul suo governo. Quella distanza è evaporata in tredici minuti, la durata del video su X con cui la presidente del Consiglio ha deciso di intervenire direttamente nella campagna. Restare alla finestra era diventato impossibile. I sondaggi che inizialmente promettevano una strada in discesa per il Sì hanno cominciato a raccontare un’altra storia.
Ma l’ingresso diretto della premier nella campagna referendaria – pensato per evitare una sconfitta – rischia di accentuare proprio quella politicizzazione che si voleva evitare. Nel momento in cui la leader della destra guida la battaglia per il Sì, il referendum smette definitivamente di essere tecnico e diventa simbolico: con il governo o contro il governo. Il voto diventa un grande test politico nazionale. E qui cominciano i rischi per Palazzo Chigi. Se dovesse vincere il No, la lettura politica sarebbe immediata: non soltanto la bocciatura di una norma, ma il primo segnale di incrinatura nel consenso che finora ha accompagnato Meloni. Naturalmente una sconfitta referendaria non significherebbe automaticamente la fine della legislatura. Ma cambierebbe il clima politico. L’immagine di invincibilità che ha accompagnato finora la premier verrebbe incrinata, la maggioranza apparirebbe più vulnerabile e l’opposizione potrebbe rivendicare una vittoria simbolica capace di riaprire il confronto politico nel Paese. È per questo che la decisione di Giorgia Meloni di scendere in campo trasforma il referendum in qualcosa di più di una consultazione sulle regole della giustizia. Diventa una sfida personale.
Con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così, come si fa a non votare Sì? 🤣
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