Il Presidente e la famiglia hanno molte attività in tanti settori redditizi. E ora crescono i dubbi di insider trading preguerra

(di Marco Valsania – ilsole24ore.com) – C’è l’America imperiale e c’è l’impero di Donald Trump. Indissolubilmente legati: la famiglia presidenziale – e per estensione la cerchia dei collaboratori – tesse una propria politica economica ed estera parallela. Che muove miliardi verso casseforti personali, gonfiate da attività sulle quali l’amministrazione ha voce in capitolo, dagli asset crypto all’intelligenza artificiale, dall’energia alle comunicazioni, da relazioni con ricchi paesi arabi del Golfo fino alle guerre – Iran compreso, tra investimenti in droni e ombre di speculazioni sui bombardamenti.
Calcoli esatti della fortuna targata Trump hanno dato filo da torcere ad associazioni etiche, centri di ricerca accademici, analisti congressuali e inchieste dei media. L’opacità è di regola nella rete di operazioni e asset nelle mani di Trump, dei figli Eric e Donald Jr, della First Lady Melania, come del genero Jared Kushner e del personale inviato nelle crisi Steve Witkoff e dei suoi figli Alex e Zach.
La girandola dei numeri
Le stime dei “guadagni da presidenza” ruotano così attorno a più cifre, che hanno contribuito a salvare Trump da guai finanziari per processi e scandali e a ridar lustro alla sua immagine di successo . In gioco, secondo le più recenti stime, sono almeno quattro o cinque miliardi nell’arco di un anno d’oro, almeno per lui, e attribuiti al ritorno alla Casa Bianca. Abbastanza perché la classifica dei miliardari di Bloomberg valuti ora il suo patrimonio in 6,8 miliardi e Forbes oltre i 7 miliardi. Il Digital Grift Wealth Tracker, elaborato dall’opposizione democratica alla commissione di Vigilanza della Camera, azzarda cifre ancora maggiori: il suo polemico “orologio delle truffe” segna 9,7 accumulati fino a gennaio. Con 600 milioni legati a interessi stranieri.
Il contagio della fortuna presidenziale vede il primogenito Donald Jr vale da solo 300 milioni per Forbes, sei volte più di un anno prima. Il genero Kushner, informale diplomatico per la pace in Medio Oriente e alfiere di progetti per una ricostruzione di Gaza in riviera di lusso, è a sua volta protagonista di iniziative frenetiche: secondo il New York Times sta rastrellando entro dicembre cinque o più miliardi dai governi locali per il suo private equity Affinity Partners, per raddoppiare una dotazione già in gran parte fornita da fondi sovrani arabi. E prestigiosi quotidiani e riviste dal Wall Street Journal al New Yorker, setacciando ogni documento depositato alle autorità, hanno disegnato mappe che a colpo d’occhio evidenziano ragnatele di interessi sotto le bandiere di Trump First. Il Journal a fine 2025 aveva ricostruito un puzzle con 268 tasselli.
Quel puzzle è in espansione. Una delle più recenti – e controverse – avventure familiari vede protagonisti proprio Eric e Donald Jr e il loro impegno sui droni militari, arma cruciale in Iran. Sono «significativi investitori» in Powerus Corporation, pronta a sbarcherà in Borsa grazie a una fusione con una holding di campi di golf appoggiata dai Trump, Aureus Greenway. Il proposito: «Sostenere il dominio dell’industria Usa dei droni attraverso la manifattura domestica, l’innovazione dei sistemi autonomi e partnership strategiche nella difesa».
Eric promuove i droni come «la strada del futuro» e ne sa qualcosa: un fondo dove lui e il fratello sono partner, American Ventures, ha nell’insieme investimenti nel comparto calcolati in 750 milioni. Le loro operazioni nei velivoli senza pilota, accanto a Powerus, vedono Eric alle spalle di un deal da 1,5 miliardi per la quotazione al Nasdaq dell’israeliana Xtend. Don jr è dal 2024 consulente di Unusual Machines nella componentistica. E la sua 1789 Capital ha partecipazioni nella Anduril Industries, specializzata in arsenali automatici e reduce da contratti governativi. Il Pentagono, che contro Teheran ha per la prima volta mobilitato droni unidirezionali, sta moltiplicando spesa e contratti per un’armata di centinaia di migliaia di velivoli – 1,1 miliardi di dollari entro il 2027 – mentre l’amministrazione ha messo al bando simili tecnologie cinesi e estere per ragioni di sicurezza nazionale.
L’ombra dell’insider trading
Ipotesi più inquietanti sfiorano l’entourage di Trump: il giallo dell’insider trading sulla guerra. Hanno attirato l’attenzione scommesse anonime dal sospetto tempismo, appena prima dell’attacco a Teheran del 28 febbraio, sulla piazza Polymarket; nel frattempo restano senza risposta appelli a riforme dei cosiddetti prediction markets, scarsamente regolamentati e di dubbia attendibilità. Un utente dal nome in codice Magamyman, ad esempio, ha intascato mezzo milione con una scommessa bellica avvenuta 71 minuti prima dell’annuncio a sorpresa delle ostilità. Allarme avevano destato simili puntate alla vigilia del blitz segreto ordinato dalla Casa Bianca in Venezuela per catturare Nicolas Maduro. L’amministrazione nega qualunque coinvolgimento in manovre speculative.
L’associazione Project on Government Oversight ha denunciato che i nuovi deal legati a spese nella difesa e per i conflitti sono, come minimo, all’apparenza impropri, coronamento di una lunga lista di dubbie sovrapposizioni tra politica e affari. Se la famiglia Trump afferma che il presidente non partecipa a decisioni di business, di sicuro nel suo secondo mandato ha trattato i conflitti di interessi sempre più liberamente, rivendicando totale immunità per legge e incurante di polemiche. Non utilizza un blind trust, piuttosto un trust revocabile, veicolo pilotato, appunto, dai figli e sul quale può avere l’ultima parola. Gli esperti di etica e governo, prendendo a prestito il vocabolario di enormi e rari successi imprenditoriali, definiscono Trump un “unicorno” quando si tratta di ricchezza costruita su cariche pubbliche. L’opposizione democratica denuncia più apertamente scambi di favori e corruzione senza precedenti, un boom di oligarchie e capitalismo clientelare.
Tutte le iniziative collaterali
Ma le molteplici operazioni dell’impero del presidente, imperniato sulla holding Trump Organization, promettono di restare a caccia di opportunità. Dalle origini immobiliari e nella reality Tv, la strada è stata lunga e non si ferma. Il mondo cripto è diventato la sua passione e il principale tesoro: secondo il New Yorker da qui ha derivato almeno 2,4 miliardi in un anno. Ha lanciato token e volatili divise meme ($Trump, $Melania) e ha una quota in World Liberty Financial, forte di asset digitali e stablecoin. Tra i partner conta gli immancabili Witkoff.
La stessa Trump Technology and Media, nota per il social Truth, oggi si dedica al management di valute digitali. Non solo: nella più recente evoluzione ha orchestrato un matrimonio da sei miliardi con il marchio della fusione nucleare Tae Technologies, per avvantaggiarsi della fame di energia dei centri dati. Dalla finanza (dove riceve investimenti internazionali) sono giunti alla famiglia guadagni per forse 340 milioni. L’ospitalità (una quindicina di campi da golf, resort e alberghi, con progetti in fase di sviluppo dall’Arabia Saudita al Vietnam) è affare da centinaia di milioni, di guadagni (27o milioni) e asset. Dieci campi negli Usa oggi valgono 550 milioni. I media hanno portato in dote 166 milioni, compreso un documentario su Melania strapagato da Amazon. Altre voci – jet privato, merchandising, patteggiamenti legali – hanno generato 280 milioni.
Trump ha fatto anche la fortuna di imperi familiari alleati, in particolare tech, in una partita di reciproco raffozamento. Su tutti gli Ellison, suoi grandi finanziatori. Larry Ellison con Oracle è ora leader nella corsa all’intelligenza artificiale. Il figlio David è alla testa di un colosso mediatico, la combinazione tra Paramount Skydance e Warner Bros Discovery nata battendo Netflix e con i favori del Presidente. Che, all’apice della combattuta asta per il merger, non ha dimenticato di cercare affari: ha investito due milioni su obbligazioni Warner e Netflix.