Il presidente del Senato definisce «poco paludato» il suo stile. Dopo che in aula ha appellato un senatore come “coglione” non rendendosi conto di avere il microfono aperto, è però lecito chiedersi se faccia anche questo «borbottio» parte del suo repertorio anti-palude

(Alice Valeria Oliveri – editorialedomani.it) – «Poco paludato». È questa la definizione che Ignazio Benito Maria La Russa ha dato del suo stile. Curiosa la scelta della metafora palustre, visto che gli abitanti di Paternò, sua città natale, in dialetto siciliano vengono chiamati “larùnchi”, cioè rane; sarà piuttosto un rimando a certe bonifiche pontine.
Probabile che l’intenzione della seconda carica dello Stato, durante la seduta dello scorso 5 marzo, non fosse quella di smuovere le acque parlamentari con il suo proverbiale aplomb – «la mediazione è sempre stata la cifra politica del mio comportamento», diceva in versione agnellino-zen sullo sgabello di Belve, addolcito dall’atmosfera ferina dello studio.
Eppure, quel microfono aperto non udibile in sala ma ben riconoscibile a posteriori, a mo’ di fuorionda di Striscia, ha lasciato che sfuggisse una gemma preziosa da incastonare al repertorio larussiano: «Chi è quel coglione che continua a urlare?», chiede. È Antonio Nicita del Pd, scopriamo.

Borbottii
Sarà un «borbottio» (questa la parola che ha usato in sua difesa) poco istituzionale? Sarà un affronto al ruolo di presidente del Senato? Un comportamento inadeguato? O sarà semplicemente una delle innumerevoli, e neanche così sorprendenti, uscite che si aggiunge alla vasta collezione di espedienti anti-palude di La Russa, che qualcuno ha soprannominato “La Rissa” per via di certe sue antiche e mai abbandonate passioni tumultuose.
Dai cimeli fascisti agli slogan coniati in diretta – «siamo tutti eredi del duce» disse da Myrta Merlino – passando per i calci ai giornalisti e gli inviti galanti a «tapparsi la bocca con un turacciolo», quel frammento goliardico non è una caduta di stile, semmai una conferma della sua tanto riconoscibile quanto democratica impronta dialettica. Para-citando Jessica Rabbit, La Russa non è cattivo, è che lo eleggono così.
Il trionfo del Cretino
(Di Marco Travaglio) – Mentre la geniale guerra di Trump&Netanyahu sortisce l’agognato regime change democratico a Teheran (Khamenei figlio al posto di Khamenei padre), come già a Caracas (la vice di Maduro al posto di Maduro), mandando definitivamente in malora l’economia europea, una domanda resta sospesa: tra i governi cretini d’Europa, qual è il più cretino? La risposta giunge da Giuli, ministro della Cultura. Che scomunica il presidente della Biennale di Venezia, Buttafuoco, intellettuale di destra nominato dal governo, perché l’ha riaperta agli artisti di tutti i Paesi, a prescindere dai governi, in quanto “deve restare uno spazio di tregua tra le nazioni e accogliere anche quelle in conflitto”. Vale per Usa e Israele, ma fin qui tutto ok. E vale per la Russia, e qui infuria la canea. Mentre l’India riacquista l’energia da Mosca, Trump autorizza gli alleati a farlo e tanti ne approfittano (beati loro), noi siamo ancora mummificati alla comica russofobia di quattro anni fa, quando la Bicocca sospese il corso di Nori su Dostoevskij, il Festival Fotografia di Reggio cacciò un fotografo russo (che tornò a Mosca, manifestò contro la guerra e fu arrestato dalla polizia di Putin), la Scala bandì Gergiev, l’Ue mise in fuga soprano, pianisti, ballerini, scienziati, atleti olimpici e paralimpici.
Poi qualcuno propose di fare lo stesso con gli israeliani al Festival di Venezia perché il governo Netanyahu fa molto peggio di Putin e lì cascò l’asino: tutti dissero giustamente che un conto sono gli artisti, un altro i governi. Si sperava che valesse per tutti, invece la Reggia di Caserta, che aveva invitato il russo Gergiev e l’israeliano Oren, cacciò il primo e fece esibire il secondo, fra gli applausi di Giuli, noto “liberale”. Che ora, anziché fare almeno il sovranista e mandare a farsi fottere i 22 governi Ue che minacciano di tagliare i fondi alla Biennale e Zelensky che ci dà ordini come fossimo una colonia ucraina, dichiara guerra a Buttafuoco perché va “contro l’opinione del governo” e “isola la Biennale dal mondo libero”. E un bello ’sticazzi non ce lo vogliamo aggiungere? Dove sta scritto che il governo comanda sugli enti culturali? Mollicone, quello che voleva spezzare le reni a Peppa Pig e ora presiede la commissione Cultura (tutto vero), spera che “i russi non partecipino” perché “il Cremlino non ammette voci libere”. Invece Arabia, Emirati, Qatar, Azerbaigian, Cina, Egitto, Turchia, Guatemala &C., da sempre presenti alla Biennale, sono “mondo libero” e nessuno li discute. Ora abbatteranno il Colosseo perché l’han fatto Vespasiano e Tito, o la Cappella Sistina perché la fece affrescare da Michelangelo il papa guerrafondaio Giulio II? Anzi no, cancelliamo la domanda: questi giganti del pensiero potrebbero prenderla per un suggerimento.
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