Emirati, già persi 15 mld di energia: lusso, turismo, immobili sono ko

((di Nicola Borzi – ilfattoquotidiano.it) ) – Quindici miliardi di entrate dalle fonti fossili già andate in fumo nelle ultime due settimane, decine e decine di introiti mancanti nel turismo e nei viaggi. Senza dimenticare la prospettiva di tensioni a lungo termine sulle rotte marittime e di perdite ingenti sul fronte immobiliare, del lusso e degli investimenti. A 14 giorni dall’inizio del conflitto scatenato da Israele e Usa contro l’Iran, al rosso del sangue nel Golfo Persico si somma anche il rosso dei bilanci di centinaia di aziende. Con la prospettiva concreta che un certo tipo di hype su Dubai, Abu Dhabi e sulle altre metropoli degli Emirati Arabi Uniti sia persa per sempre.

I conti della guerra in corso
non sono facili da fare, anche perché le monarchie nascondono la situazione reale con un ferreo controllo di media e social network. Ma dalle società di analisi finanziaria e dai dati commerciali la realtà traspare in tutta la sua cruda evidenza. Le previsioni di crescita del Pil per i paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo, che comprendono gli Emirati Arabi, sono state drasticamente ridotte, con una diminuzione stimata di circa l’1,8%, portando la crescita al 2,6% nel 2026 rispetto alle stime precedenti. Se però la guerra dovesse prolungarsi la frenata potrebbe tramutarsi in recessione. Secondo il Financial Times, dall’inizio degli attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran i produttori di petrolio del Golfo hanno perso circa 15,1 miliardi di dollari di entrate energetiche, con milioni di barili di greggio bloccati dalla chiusura quasi totale dello Stretto di Hormuz, dove ogni giorno in tempo di pace transitano petrolio, prodotti raffinati e gas naturale liquefatto per circa 1,2 miliardi di dollari. L’Arabia Saudita, in quanto maggiore esportatore, ha subito le perdite maggiori, con un mancato guadagno stimato in 4,5 miliardi. Pure Kuwait e Qatar sono fortemente esposti, ma possono contare su ingenti fondi sovrani per attutire l’impatto a breve termine. L’impatto è compensato solo parzialmente dall’aumento dei prezzi del greggio.

Negli Emirati anche il settore turistico e quello dei trasporti aerei stanno subendo un durissimo colpo. La chiusura dello spazio aereo ha già causato la cancellazione di circa 40mila voli. Nel 2026 sono già previsti cali sino al 27% degli arrivi internazionali, con potenziali perdite per il turismo tra i 34 e i 56 miliardi di dollari. Impatti che riguardano anche il lusso, un mercato che nel Golfo vale tra 50 e 70 miliardi di dollari l’anno, il 5% del totale globale. Si stima che il conflitto potrebbe dimezzare le vendite regionali. Così da inizio marzo le azioni del comparto hanno perso il 10% circa.

Quanto al settore immobiliare e agli investimenti, Dubai e gli Emirati stanno vivendo il crollo dei prezzi immobiliari più duro da oltre un decennio: sinora i costi sono calati del 20% per la fuga di capitali esteri e le preoccupazioni per la sicurezza che hanno smontato l’immagine di “porto sicuro”. Ma la guerra porta anche altre uscite. Gli Emirati stanno sostenendo spese massicce per la difesa aerea, con stime che indicano costi tra 1,31 e 2,61 miliardi di dollari per la gestione del conflitto, una cifra molto superiore a quella spesa per l’invio di droni. Numeri che andranno ricalcolati quanto più la guerra durerà.