Il ministro arriva al Mic, poi non si presenta. Il videomessaggio sulla« libera e autonoma scelta della Biennale che siamo tenuti a rispettare, ma contraria all’opinione del governo italiano che rappresento»

(di Fabrizio Caccia – corriere.it) – ROMA «Due amici fraterni che non si sono neanche nominati nei rispettivi discorsi», fa notare adesso chi a destra li conosce bene entrambi, Alessandro Giuli e Pietrangelo Buttafuoco, il ministro della Cultura e il presidente della Biennale di Venezia. Ieri mattina i due non si sono citati e, a dire il vero, si sono pure evitati: «Anzi, l’assenza di Giuli è stato un messaggio preciso», continua l’amico comune. Il segno, forse, che la partita della Russia alla Biennale non è chiusa.
Così, è andato in scena il grande gelo. Alle 11 in punto il ministro scende dall’auto blu in via del Collegio Romano, la sede del Mic, dove mezz’ora dopo è in programma la conferenza stampa di presentazione del Padiglione Italia all’Esposizione internazionale d’Arte di Venezia. Ma nella Sala Spadolini, alle 11.30, si presenta solo Buttafuoco che ringrazia vago «il ministro». E Giuli? «Assente per improrogabili impegni istituzionali», la spiegazione ufficiale. Assente a casa sua? Un po’ strano. Però lo stesso ha preparato un videomessaggio di saluto «dettato dal cuore e dalla testa», esordisce così con il suo consueto sorriso largo, maschera per niente rassicurante, a cui infatti segue puntuale l’uppercut tremendo contro il padiglione Russia che torna a Venezia «per la libera e autonoma scelta della Biennale che siamo tenuti a rispettare». Cioè la scelta di Buttafuoco, senza però nominarlo. Ma «contrariamente all’opinione del governo italiano che rappresento», mette in chiaro il ministro. Perché la tensione è alta pure a Palazzo Chigi, da 4 anni al fianco dell’Ucraina invasa.
La tenacia di Buttafuoco: «La Biennale è uno spazio di tregua»
E Buttafuoco? Lui, nominato da Sangiuliano, ha sempre teorizzato che «la Biennale deve restare uno spazio di tregua tra le nazioni, capace di accogliere anche i Paesi in conflitto». E pure se adesso gli stanno arrivando a pioggia le lettere di decine di europarlamentari (la settimana scorsa) e (ieri) pure dei ministri degli Esteri e della Cultura di 22 Paesi e del commissario Ue Glenn Micallef, tutti a chiedergli di «riconsiderare la partecipazione della Federazione Russa», Buttafuoco non demorde: «Se tornassi indietro si creerebbe un precedente anche nei confronti di Israele e degli Usa — così si è sfogato ieri con i suoi amici —. Ricevo migliaia di lettere pure contro la loro partecipazione, ma io ho sempre creduto nella cultura come strumento di diplomazia…». Già, ma bisogna tener conto di due fattori per capire che la partita è ancora aperta: in primis, la missione di Giuli a Odessa nel settembre 2023 da presidente del Maxxi per visitare i siti ucraini distrutti dai missili russi, a partire dalla Cattedrale. Fu un battesimo del fuoco: «Oggi — disse — Odessa ai nostri occhi è la capitale del mondo libero». E infine, a luglio scorso, il caso di Valery Gergiev: quando la Direzione della Reggia di Caserta, dopo due settimane di polemiche roventi, decise l’annullamento del concerto del maestro russo amico di Putin. Anche in quell’occasione Giuli (e il governo) si mostrò contrarissimo: «L’arte è libera ma la propaganda è un’altra cosa». A chiedere l’annullamento arrivarono anche allora le lettere di diversi premi Nobel alla presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen. E la pressione internazionale ebbe la meglio. La Reggia di Caserta, che come la Biennale di Venezia godeva di assoluta autonomia, alla fine cambiò idea.