A due settimane dal voto, la premier entra a piedi uniti nella campagna con un’arringa di 13 minuti sui social in cui invita a votare Sì spiegando – a suo modo – i contenuti della riforma. Con moltissime affermazioni false o distorte

(di Paolo Frosina – ilfattoquotidiano.it) – “Il 22 e 23 marzo scegliete voi, e io spero che scegliate il cambiamento, che scegliate di aiutarci a liberare la magistratura dalla politica, a renderla più autorevole e più meritocratica. Io spero che scegliate il Sì“. A due settimane dal referendum sulla riforma Nordio, Giorgia Meloni entra a piedi uniti nella campagna con un video da 13 minuti pubblicato sui social, in cui invita gli elettori a “non lasciarsi ingannare” e “scegliere nel merito e con coscienza”. La premier spiega a suo modo i tre pilastri della legge – separazione delle carriere, sorteggio dei Csm, Alta Corte disciplinare – accusando il fronte del No di usare “semplificazioni, slogan e in molti casi informazioni parziali o peggio completamente distorte”. A guardare il suo intervento integrale, però, l’accusa può essere tranquillamente ribaltata: moltissime delle affermazioni della Presidente del Consiglio sulla riforma sono palesemente false e smentibili con dati di fatto, altre omettono elementi fondamentali risultando di fatto scorrette. Le abbiamo analizzate una ad una.
“Al potere dei magistrati quasi mai corrisponde un’adeguata responsabilità. Se un magistrato sbaglia, se è negligente, nella maggior parte dei casi non accade assolutamente nulla”.
Per smentire questa tesi bastano i numeri della Sezione disciplinare del Csm, l’organismo che sanziona i magistrati per i loro illeciti deontologici. Nell’attuale consiliatura (da febbraio 2023 a dicembre 2025) sono state emesse 199 sentenze: 82 di queste, cioè il 41%, sono di condanna. Per quanto riguarda le specifiche sanzioni, solo in due casi è stato deciso per la meno grave, l’ammonimento (sostanzialmente senza conseguenze); in 46 casi la censura, che impedisce al giudice o pm sanzionato di concorrere per posti di vertice nei dieci anni successivi; in 17 casi la perdita di anzianità, che influisce sulle prospettive di carriera e di pensione; in nove casi la sospensione dalle funzioni. Ben otto delle sentenze di condanna pronunciate, il 10%, hanno invece inflitto la sanzione più grave, la rimozione dall’ordine giudiziario. Numeri in proporzione molto più alti di quelli delle altre categorie professionali (a partire dagli avvocati).
Sul piano comparato, invece, l’ultimo rapporto ufficiale del Consiglio d’Europa mostra che il nostro sistema è più severo di quello dei Paesi paragonabili: nel 2022 in Italia sono stati puniti disciplinarmente 38 magistrati su 9.421, lo 0,4%, contro lo 0,39% della Spagna, lo 0,09% della Francia e lo 0,19% dei Paesi Bassi (Germania e Regno Unito non hanno comunicato i dati). Allargando l’arco temporale, viene fuori un quadro ancora più netto: in un dossier pubblicato online e consultabile qui, il consigliere del Csm Marco Bisogni ha ricostruito che negli ultimi 15 anni in Italia sono stati sanzionati 42 magistrati l’anno, lo 0,5%, contro lo 0,2% della Spagna (14 sanzioni l’anno) e lo 0,1% della Francia (appena nove).
Le critiche del governo, inoltre, stridono con il comportamento del ministro della Giustizia: il Guardasigilli infatti ha il potere, come la Procura generale della Cassazione, di mettere sotto accusa i magistrati e impugnare le sentenze del Csm di fronte alla Suprema Corte (a questo scopo ha a disposizione una struttura apposita, l’Ispettorato generale). Può inoltre opporsi alle richieste di archiviazione della Procura generale, imponendo di svolgere indagini e/o di tenere il processo di fronte al Csm. Ebbene, negli ultimi tre anni Nordio ha esercitato l’azione disciplinare contro i magistrati in media 28 volte l’anno, mentre la Procura generale (cioè la magistratura stessa) 52. Soprattutto, non ha impugnato quasi mai le decisioni dell’organo di autogoverno: nell’intera consiliatura l’ha fatto appena sei volte. Tanto che persino il vicepresidente del Csm Fabio Pinelli, eletto in quota Lega, ha rinfacciato al ministro questo dato, definendo “destituite di fondamento” le sue accuse alla Sezione disciplinare.
“La riforma rende la giustizia più libera dai condizionamenti della politica. Attualmente il Csm viene eletto dai magistrati sulla base di liste organizzate dalle correnti ideologizzate, e dal Parlamento con logiche di spartizione politica. La riforma sostituisce questo modello, in mano alle correnti e ai partiti, con un sorteggio”.
La premier omette un elemento fondamentale: il sorteggio non sarà uguale per magistrati e politici. Anzi, per i secondi sarà finto: i membri “laici” dei due futuri Csm, cioè professori universitari e avvocati, saranno estratti nell’ambito di liste votate dal Parlamento in seduta comune. Quindi, mentre giudici e pm perderanno il diritto di scegliere i propri rappresentanti, i parlamentari (e quindi il governo) continueranno di fatto a farlo: i membri laici, pertanto, avranno un peso specifico molto superiore di quello che hanno adesso, e l’influenza della politica sui Csm inevitabilmente crescerà. La riforma, peraltro, non specifica quanto devono essere lunghe le liste dei “sorteggiabili”: più saranno brevi più il sorteggio sarà finto. E non è specificata neppure la maggioranza necessaria per compilarle: se le leggi attuative non imporranno un quorum qualificato – come quello dei tre quinti previsto adesso per garantire le opposizioni – basterà la maggioranza semplice. In quel caso, il governo di turno potrà sostanzialmente accaparrarsi tutti i posti.
“Istituiamo l’Alta Corte disciplinare, cioè una corte per giudicare i magistrati che sbagliano, composta anch’essa di magistrati e membri laici estratti a sorte tra persone altamente qualificate, senza logiche di corrente o di partito”.
Idem come sopra: anche per l’Alta Corte il sorteggio dei laici sarà “pilotato”, cioè avverrà nell’ambito di una lista votata dal Parlamento. Il loro peso, inoltre, crescerà anche numericamente: mentre nell’attuale Sezione disciplinare del Csm i membri di nomina politica sono due su sei, nel nuovo organo saranno sei su 15 (di cui tre scelti dal presidente della Repubblica). Questi 15, però, non giudicheranno mai tutti insieme: contro le sentenze dell’Alta Corte, infatti, non è più ammesso ricorso in Cassazione, ma solo alla stessa Alta Corte, che giudica senza la partecipazione dei membri che hanno deciso in primo grado. Una parte dei giudici, quindi, costituirà il collegio (o i collegi) di primo grado, un’altra parte il collegio (o i collegi) d’appello. Ma quanti saranno, in ciascuno di questi tribunali, i membri laici e i membri togati? In teoria nulla impedisce che, in un determinato collegio, i giudici di nomina politica possano essere la maggioranza. E quindi avere, da soli, i numeri per punire i magistrati con sanzioni fino all’espulsione.
“Si dice che la riforma non risolva i veri problemi della giustizia. Invece io penso che lo faccia partendo dalla radice, perché con il nuovo sistema il magistrato che non si dedicherà al lavoro dovrà vedersela con un giudice disciplinare finalmente terzo e con un Csm che valuterà il merito. Forse non vedremo più quei casi di giudici che sono stati palesemente negligenti senza alcuna conseguenza”.
La maggioranza relativa delle condanne disciplinari, 17 su 82, in questa consiliatura è stata emessa proprio per “reiterato, grave e ingiustificato ritardo nel compimento degli atti”; per questa tipologia di illecito le condanne superano le assoluzioni, che sono state 13. In particolare, sono state inflitte 11 censure, tre perdite di anzianità, due sospensioni e una rimozione dal servizio. Meloni, peraltro, finge che i ritardi e le inefficienze della giustizia italiana siano colpa dei magistrati, mentre per capirne le ragioni basta guardare di nuovo i dati del Consiglio d’Europa: secondo il rapporto 2024 (dati 2022), in Italia ci sono 12,2 giudici ogni centomila abitanti, contro una media europea di 21,5, e 3,7 pubblici ministeri ogni centomila abitanti, contro una media europea di 21,5. Il nostro Paese, quindi, ha un quarto dei pm rispetto agli altri e poco più di metà dei giudici. E quanto lavorano? Molto di più: ogni giudice civile gestisce in media 176 fascicoli l’anno, nel resto d’Europa 88; ogni giudice penale 154, nel resto d’Europa 76; ogni pubblico ministero 1.230, nel resto d’Europa 204.
“La riforma è sostenuta con convinzione da moltissimi magistrati, anche molti più di quanti lo dichiarino pubblicamente. Forse ci si dovrebbe interrogare sul perché alcuni preferiscano non dichiararlo”.
I magistrati in servizio che si sono schierati apertamente a favore della riforma, sottoscrivendo l’apposito appello, sono 34 su 9.657 (intervistati quasi quotidianamente dai giornali di destra). All’ultima assemblea generale dell’Associazione nazionale magistrati, lo scorso ottobre, il documento finale che lanciava la campagna per il No è stato approvato con sei voti contrari e un astenuto su 1.296. È certamente possibile, come dice la premier, che altri giudici e pm sostengano la riforma e preferiscano non dirlo (non è chiaro per quale motivo). Ma è un’affermazione ovviamente indimostrabile.
“È una riforma che serve a far recuperare alla magistratura un prestigio compromesso e ad aumentare la fiducia dei cittadini verso la giustizia”.
Certamente la magistratura non gode del suo momento di maggiore popolarità. Ma un sondaggio Ixé pubblicato nelle scorse settimane mostra che la fiducia nei magistrati è comunque il quadruplo di quella nei partiti: il 51% degli intervistati dice di averne “molta” o “abbastanza” (dato in crescita di sei punti rispetto al 2025) mentre solo il 12% afferma lo stesso dei politici (l’anno scorso era il 14%).
“Se chi ti accusa e chi ti giudica sono due colleghi di lavoro, con percorsi di vita e lavorativi che si incrociano di continuo, è possibile che chi ti giudica abbia, diciamo così, un occhio di riguardo per quello che dice chi ti accusa? Noi pensiamo di sì”.
Opinione legittima, ma i numeri dicono altro: nell’anno giudiziario 2020/21 (ultimi dati resi noti dal ministero) il 54,8% dei giudizi ordinari di merito – cioè quelli che si svolgono nel contraddittorio delle parti in seguito a un’udienza preliminare – termina con una sentenza di assoluzione, il 36,8% con una sentenza di condanna, l’8,4% con sentenze “miste” (assoluzioni per alcuni capi d’accusa e condanne per altri). Considerando anche i giudizi “speciali”, cioè quelli accelerati – a cui si ricorre per reati meno gravi o quando la prova è particolarmente solida – i due esiti sono quasi alla pari: 46,2% di condanne e 46,3% di assoluzioni. Spostando lo sguardo alla fase delle indagini, invece, si scopre che nel 40% dei casi è lo stesso pm a chiedere l’archiviazione.
“Con la separazione delle carriere il processo diventa più giusto e il cittadino più garantito”.
Anche qui, i dati comparati dicono il contrario: nei Paesi dove giudici e pm appartengono a due ordini separati, o dove i magistrati dell’accusa rispondono all’esecutivo, gli errori giudiziari e le ingiuste detenzioni sono molti di più che in Italia. I numeri: in Italia tra il 2018 e il 2024 sono state risarcite in media 565 ingiuste detenzioni ogni anno su 49.037 arresti in fase d’indagine, l’1,15%. Troppe? Può darsi, ma a guardare la Francia sembrano poche: Oltralpe le ingiuste detenzioni viaggiano tra le 500 e le 520 l’anno, ma su un totale di 12-15 mila arresti, con un’incidenza quindi di circa il 4%, più che tripla rispetto all’Italia. Passando agli errori giudiziari veri e propri, in Italia le condanne annullate in sede di revisione sono in media sette l’anno, pari a 0,12 casi per milione di abitanti; nel Regno Unito sono 0,31, più del doppio; negli Usa 0,44, oltre il quadruplo.
“Il sorteggio dei magistrati avverrà su una platea qualificata, formata da persone che normalmente decidono della libertà dei cittadini, sulla sorte delle famiglie, dell’economia italiana. Mi volete dire che le stesse persone non sarebbero capaci di decidere chi va a fare il procuratore della Repubblica o il presidente di un Tribunale?”.
Come tutto il fronte del Sì, Meloni distorce il ruolo del Csm descrivendolo come un ufficio di collocamento che si occupa solo di nomine e promozioni. In realtà l’organo di autogoverno ha un ruolo molto più ampio e importante, che è sostanzialmente politico: garantisce l’autonomia e dell’indipendenza della magistratura dalle ingerenze degli altri poteri, in primis del governo. Lo fa proteggendo i magistrati nel mirino della politica con le cosiddette “pratiche a tutela“, ma anche vigilando sulle scelte degli stessi magistrati in posizioni di potere: ad esempio, può annullare il provvedimento con cui un procuratore capo toglie a un pm un fascicolo delicato in violazione delle regole interne. Il Consiglio esprime pareri su disegni di legge in materia di giustizia e decide, attraverso circolari interne, i criteri di organizzazione degli uffici e quelli per la nomina dei dirigenti: può optare per modelli più “orizzontali” o più verticistici, può scegliere di valorizzare alcune esperienze rispetto ad altre. Tutto questo fa già capire come il ruolo del consigliere del Csm sia molto diverso da quello del giudice o del pm: richiede competenze specifiche, esperienza, sensibilità politica e una legittimazione che può essere fornita solo da un voto dei colleghi.
Ma il Consiglio può diventare anche un terreno di resa dei conti della politica nei confronti del potere giudiziario: in questi anni abbiamo assistito più volte a tentativi, da parte del ministro o dei membri laici in quota centrodestra, di punire magistrati sgraditi attraverso iniziative disciplinari infondate o richieste strumentali di trasferimento. Queste offensive sono sempre finite nel vuoto grazie alla compattezza dei consiglieri togati eletti – compresi quelli di orientamento conservatore – che si sono opposti. Dei consiglieri sorteggiati, trovandosi per caso in un ruolo di così grande potere, esposti alle lusinghe dei membri scelti dalla politica, avrebbero la stessa forza?
Il sorteggio rende la magistratura più meritocratica……. roba da chiamare il 118……
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