Il premio di maggioranza, i rischi di un sistema distorto e il nodo delle preferenze che difficilmente verrà sciolto. Sulle regole del voto scritte a destra il confronto è appena agli inizi

(Giuliano Torlontano – lespresso.it) – Sulla nuova legge elettorale, Fratelli d’Italia ha voluto l’accordo con gli alleati di governo prima del referendum. Obiettivo: separare le due partite e blindare subito l’intesa. La strategia del “campo progressista” – Pd in testa – è diametralmente opposta: dopo aver bocciato il testo depositato in Parlamento dal centro-destra, Schlein e Conte attendono la prova del 22-23 marzo.

Il calcolo politico è legato all’esito del referendum, nella speranza che vinca il No: il conflitto interno che esploderebbe nel centro-destra sarebbe tale – secondo la previsione il Nazareno – da investire anche lo Stabilicum (come è stato battezzato dai suoi artefici) sul quale già pesano alcune questioni non di poco conto, emerse subito. Questioni da risolvere comunque ed indipendentemente dal voto sulla separazione delle carriere, che vede peraltro anche i ministri in campo per la vittoria del Sì, nelle ultime settimane decisive della campagna referendaria.

In vista dell’esame parlamentare della riforma elettorale che comincerà a Montecitorio quando gli italiani si saranno già pronunciati su quella della giustizia, c’è da riesaminare il premio di maggioranza che, non solo secondo le opposizioni, ma anche a giudizio dei costituzionalisti – in particolare Stefano Ceccanti e Gaetano Azzariti – può consentire a chi vince di arrivare fino al 59% dei seggi, compresi quelli del Trentino Alto Adige, della Valle d’Aosta e della Circoscrizione Estero.

In questo modo, sfondando il limite del 55% fissato dalla Corte Costituzionale, la maggioranza sarebbe numericamente in grado di eleggere da sola il presidente della Repubblica e anche i giudici costituzionali, svuotando le garanzie a vantaggio delle minoranze parlamentari. Inoltre, il ballottaggio previsto, se le due coalizioni pur non avendo raggiunto il 40% abbiano ottenuto almeno il 35%, potrebbe produrre due diverse maggioranze, anche considerando che il Senato è eletto su base regionale diversamente dalla Camera.

Sono questioni sulle quali Fratelli d’Italia, attraverso propri esponenti, non esclude un intervento correttivo, ma le opposizioni non si fidano. «C’è il precedente del premierato, quando si preferì procedere a colpi di maggioranza, nonostante  le nostre proposte di modifica», ricorda Alessandro Alfieri. Per il responsabile Riforme della segreteria del Pd, quello che conta «è un testo tutto sbagliato e inaccettabile, per il  premio di maggioranza e per l’abolizione dei collegi uninominali che condurrebbe ad un Parlamento di nominati». I toni delle opposizioni sono molto duri e nel centro-destra non c’è certo l’intenzione di ricominciare daccapo. «Siamo pronti – avverte il portavoce nazionale di Forza Italia Raffaele Nevi – ad affrontare in Parlamento una discussione di merito, ma ci sono dei paletti per noi fondamentali, a partire dalla costruzione di un sistema che porti alla maggiore stabilità politica possibile. Non saremo mai disponibili a regole del voto che consegnino l’Italia a giochi di potere che permettano di mettere in discussione dopo le elezioni i programmi sottoposti agli elettori».

L’Istituto Cattaneo osserva che quello della maggioranza è il modello già in vigore per le Regioni. Il direttore Salvatore Vassallo (già deputato del Pd) ritiene che la proposta «laddove fosse approvata, meglio se con alcuni ritocchi e con il consenso, esplicito o implicito, di forze politiche dell’opposizione, potrebbe stabilizzare, nel bene e nel male, la dinamica bipolare così come l’abbiamo conosciuta dal 1994 ad oggi». Il politologo osserva che «dopotutto, al netto della parentesi creata dall’ascesa del M5S nella fase in cui si è proposta come una radicale alternativa ai due poli, la dinamica bipolare ha garantito governi più stabili che nella Prima Repubblica e alternanze». Non è diversa l’analisi dell’ex ministro delle Riforme Gaetano Quagliariello, che però non esclude uno scenario diverso: lo schema del centro-destra «regge fino a quando il sistema politico mostra di per sé una propensione bipolare». Se questa dovesse venir meno, come è accaduto nelle elezioni del 2013 e del 2018, il progetto «prevede che si debba obbligatoriamente virare verso il proporzionale puro». Si aprirebbe un’altra storia, svuotando il «premierato di fatto» che secondo Quagliariello ispira la riforma. Ma anche per l’ex ministro, i veri limiti sono costituiti dall’eccessivo premio di maggioranza e dall’eventuale ballottaggio che «in un sistema perfettamente bicamerale come il nostro potrebbe produrre due risultati divergenti». È «un rischio, neppure teorico, che non si può correre».

Invece, è improbabile che le preferenze – escluse dal testo per le resistenze Forza Italia e della Lega – possano essere introdotte in Parlamento nonostante  l’emendamento annunciato da Fratelli d’Italia. «La tendenza al rafforzamento dei leader, a danno della autonomia dei singoli e dei gruppi parlamentari – sottolinea Vassallo – è in atto da tempo, a destra e a sinistra. I leader di partito hanno potuto scegliere i candidati da collocare in posizioni eleggibili con tutti i sistemi elettorali adottati dal 1993 in poi, a destra e a sinistra, e continueranno a farlo. Ed è difficile credere, e io non lo credo, che siano veramente favorevoli alla reintroduzione delle preferenze anche quei capi di partito che le invocano con veemenza. Penso che lo facciano proprio perché sanno che non accadrà». A fronte di partiti più deboli rispetto alla Prima Repubblica, abbiamo ormai leader dominanti. Su questo, la politica è davvero bipartisan.