Trump e gli alleati, chi è il «codardo»?

(di Milena Gabanelli e Giuseppe Sarcina – corriere.it) – Deve fare una certa impressione ai militari italiani, britannici, francesi, tedeschi sentirsi dare dei «codardi» da chi ha scansato per cinque volte la leva obbligatoria. Soprattutto se quell’uomo è Donald Trump chedurante la guerra del Vietnam, evitò la chiamata alle armi grazie ai suoi agganci e a un certificato medico che diagnosticava un’improbabile malformazione al piede. Da quando è tornato alla Casa Bianca, l’ex immobiliarista ha più volte accusato gli alleati di spendere poco per la difesa comune. Di recente ha alzato il tiro, sostenendo di «non essere sicuro che in caso di bisogno» i partner della Nato sarebbero pronti ad accorrere in soccorso degli Stati Uniti. E, in ogni caso, ha aggiunto, «quando ciò è accaduto, le truppe alleate sono rimaste nelle retrovie».

(…) deciso di attaccare Teheran senza neanche informare i principali alleati, e nonostante la guerra provochi in Europa il rincaro dell’energia ed esponga ad un’ondata di profughi e al rischio terrorismo.

Le pretese sull’Iran

La guerra contro l’Iran è l’ultima prova del livore trumpiano, ai limiti dell’insulto, nei confronti degli europei. Il britannico Keir Starmer, il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz hanno dichiarato di non voler partecipare alle operazioni militari, ma hanno concesso l’uso delle basi militari americane dislocate nel loro territorio per missioni di pattugliamento o appoggio logistico. La presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha detto che al momento gli Usa non hanno chiesto all’Italia la disponibilità delle basi di Aviano o di Sigonella, ma nel caso accadesse l’Italia farà come Francia e Germania. Tutto questo nonostante il Presidente Usa e quello israeliano Benjamin Netanyahu abbiano deciso di attaccare Teheran senza neanche informare i principali alleati, e nonostante la guerra provochi in Europa il rincaro dell’energia ed esponga ad un’ondata di profughi e al rischio terrorismo. Ma a Trump non è bastato. Allo spagnolo Pedro Sanchez, l’unico leader che ha negato l’accesso alle basi, ha promesso ritorsioni commerciali. E poi ha polemizzato con il governo britannico perché non ha partecipato al bombardamento di Teheran. «Starmer – ha concluso – non è Churchill». Per Trump la posizione defilata di Londra è un’ulteriore conferma del suo teorema: gli alleati restano sempre un passo indietro. La storia, però, ci consegna una realtà completamente diversa.

Missione Bosnia

La prima iniziativa comune risale al 1995, nello scenario dei Balcani sconvolto dalla dissoluzione della JugoslaviaGli accordi di Dayton, in Ohio (21 novembre 1995), riconobbero l’indipendenza della Bosnia-Erzegovina. Si pose, però, il problema di come garantire la pace. Con la Risoluzione 1031, il Consiglio di sicurezza dell’Onu autorizzò all’unanimità l’istituzione di una «Forza di implementazione multinazionale (Ifor)» affidata al comando della Nato. Ecco come erano ripartiti i pesi tra i principali alleati occidentali: Stati Uniti 20 mila unità, Regno Unito 11 mila, Francia 3.800, Italia 2.500, Germania 1.700 e Olanda 850. La somma dei militari inviati è equivalente: 20 mila gli Usa, 19.800 i cinque Paesi europei. Di conseguenza anche la spesa sostenuta da Stati Uniti e Vecchio Continente è di fatto simile, circa 10 miliardi, visto che ogni Stato pagò i propri militari, mentre la struttura della Nato contribuì marginalmente. I numeri, comunque, non raccontano tutto. Gli europei non si disposero nelle retrovie, ma nelle aeree a rischio: gli italiani a Mostar, i francesi a Sarajevo, i britannici assunsero il comando nei settori chiave.

La spinta Usa su Belgrado

Nel 1999 il leader della Serbia, Slobodan Milosevic, scatenò una campagna di pulizia etnica nel Kosovo, colpendo la comunità degli albanesi musulmani, cioè la maggioranza della popolazione. Questa volta il Consiglio di Sicurezza dell’Onu non riuscì a deliberare, perché Cina e Russia fecero sapere che avrebbero posto il veto. Il presidente americano Bill Clinton spinse la Nato ad agire comunque. Gli aerei dell’Alleanza Atlantica bombardarono Belgrado per 10 settimane, fino a quando le truppe di Milosevic non si ritirarono dal Kosovo. Milosevic fu poi accusato di crimini di guerra dal Tribunale penale internazionale, ma morì prima che si concludesse il processo. Il bombardamento di Belgrado fu un avvenimento traumatico per l’Europa e tuttora controverso. In ogni caso i partner degli americani non si tirarono indietro. Ecco l’elenco dei Paesi europei che accolsero l’invito di Clinton: Regno Unito, Germania, Francia, Italia, Spagna, Portogallo, Danimarca, Norvegia, Olanda, Belgio. Una partecipazione che evitò l’isolamento politico degli Stati Uniti.

I numeri del Kosovo

Nel dicembre del 2004 gli Usa lasciarono la responsabilità delle operazioni in Bosnia-Erzegovina all’Unione europea. Cominciò allora la missione «Eufor», con la copertura di una risoluzione delle Nazioni unite. All’inizio vennero mobilitati seimila militari, poi la forza si è progressivamente ridotta. Ma ancora oggi 1.100 soldati dell’Unione europea aiutano i circa 10 mila colleghi dell’esercito locale. Infine la terza spedizione di peacekeeping nei Balcani, la «Kfor» (Kosovo Force), come stabilito da un’altra risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu. Dal giugno del 1999 hanno preso posizione 15.700 militari provenienti da 33 Paesi. Gli Stati Uniti hanno inviato 1.454 militari, meno della Germania (2.508), dell’Italia (2.152), della Francia (1.953).

2001: Afghanistan

La missione più importante, quella evocata dagli insulti di Trump, resta l’Afghanistan. Dopo l’attacco dell’11 settembre 2001 alle Torri gemelle e al Pentagono, George W. Bush dichiarò «guerra totale al terrorismo». Per la prima volta e, finora, anche l’ultima, si attivò l’articolo 5 del Trattato Nato: tutti gli alleati corrono in soccorso di un partner aggredito. Non ci fu alcuna esitazione: il giorno dopo gli attentati, il 12 settembre 2001, il Consiglio del Nord Atlantico, l’organismo decisionale dell’Alleanza in cui siedono i rappresentanti dei Paesi membri, decise all’unanimità l’intervento a sostegno della campagna americana contro il terrorismo di matrice islamica.
L’occupazione dell’Afghanistan, durata 20 anni, è stata condotta dalla leadership americana, sotto tutti i profili, con la mobilitazione di 100 mila soldati e lo stanziamento di circa 730 miliardi di dollari. Ma il contributo degli alleati non è stato marginale. I numeri li prendiamo dallo studio forse più completo, «The cost of war», realizzato dal Watson Institute, un dipartimento della Brown University, che ha fotografato la situazione al 2011, il momento di massimo sforzo. Alle spalle dei soldati americani, c’erano i 9.500 del Regno Unito; i 4.920 della Germania; i 4 mila della Francia; i 3.770 dell’Italia, con una spesa complessiva europea di 52 miliardi di dollari. Naturalmente questi numeri vanno moltiplicati se si considera i turni di avvicendamento. Giusto per fare un esempio: dal 2001 al 15 agosto 2021, il giorno del ritiro, circa 50 mila militari italiani, hanno prestato servizio in Afghanistan.
La presenza degli europei ha consentito una migliore copertura del grande e aspro territorio afghano. Gli italiani hanno presidiato il lato ovest, con la base ad Herat. I britannici, insieme con i canadesi, sono stati impegnati sul fronte forse più difficile: il versante meridionale con la base di Kandahar e l’avamposto di Helmand, a stretto contatto con i guerriglieri talebani. Gli americani hanno lasciato sul campo 2.461 morti; gli europei 886.

Iraq: alleati anche nella menzogna

Nel 2003 un’altra guerra, la più controversa, iniziata dagli Stati Uniti guidati da George W. Bush: l’invasione dell’Iraq. Gli americani erano convinti che il regime di Saddam Hussein possedesse «armi di distruzione di massa» in grado di destabilizzare l’intero Medio Oriente. Ordigni che però non furono mai trovati. Questa volta, la scelta di Bush divise gli europei. Solo Regno Unito, Italia, Spagna e Polonia si imbarcarono in un’avventura che si rivelò ben più difficile del previsto. Lo schieramento americano fu poderoso: 160 mila soldati nella fase di massimo sforzo (fonte: Brown University). Blair, nel nome della «relazione preferenziale» con gli Usa, fu il partner più disponibile, mandando in Iraq 8.500 militari. Aznar ne inviò 1.300, ma furono ritirati l’anno dopo, quando al potere arrivò Josè Luis Rodriguez Zapatero. Il governo Berlusconi contribuì con 2.600 unità; il presidente polacco Aleksander Kwansievski 1.400. I governi di Roma e Varsavia si mossero con un chiaro obiettivo politico: consolidare lo stretto legame con Washington, nonostante una larga parte dell’opinione pubblica, specie in Italia, fosse contraria all’intervento.
Tra il 2003 e il 2008 gli Stati Uniti bruciarono 756 miliardi di dollari, il Regno Unito 9,9 miliardi, l’Italia 3 miliardi, la Polonia, 449 milioni di dollari. I contribuenti britannici, italiani e polacchi pagarono, dunque, un conto pesante.
L’invasione dell’Iraq ebbe un impatto devastante sulla popolazione: secondo le stime della Watson School of International Affairs, morirono circa 200 mila civili iracheni. Mentre gli americani persero 4.487 militari, i britannici 179, i polacchi 23 e i caduti italiani furono 33.
È ancora viva nella memoria la strage di Nassiriya del 12 novembre 2003: una bomba distrusse il presidio dei carabinieri, uccidendone 12, più altri 5 militari e due civili, tra i quali il regista Stefano Rolla.

Libia: nelle retrovie c’erano gli Usa

L’ultima operazione condotta dalla Nato è nel 2011: «Unified Protector». Muammar Gheddafi, padrone del Paese da 42 anni, reprime con la violenza le proteste della cosiddetta «Primavera araba». La rivolta si trasforma rapidamente in guerra civile. Il Consiglio di sicurezza dell’Onu adotta due risoluzioni che lanciano un appello per proteggere la popolazione civile, «con i mezzi necessari, esclusa un’azione militare». La richiesta viene accolta dai Paesi Nato. Si muove la flotta americana di stanza nel Mediterraneo, ma Barack Obama preferisce lasciare spazio agli alleati. Comincia una lunga serie di bombardamenti aerei per frenare l’avanzata dell’esercito di Gheddafi verso Bengasi, la città in mano ai ribelli. I protagonisti diventano il presidente francese Nikolas Sarkozy e il premier britannico David Cameron. Sul sito della Nato si legge che nei sette mesi dell’operazione, dal 19 marzo al 31 ottobre 2011, le aviazioni degli alleati hanno condotto circa 26 mila raid. Secondo ricostruzioni di vari media (dal New York Times alla Bbc), la Francia ha portato a termine il 33% delle missioni, il Regno Unito il 21%, l’Italia il 10%, gli Stati Uniti il 16%, mentre il resto è suddiviso tra Danimarca, Canada e Norvegia.
Ciò significa che Francia, Regno Unito, Italia e altri stati europei coprirono circa il 70% dell’operazioni. In quel caso furono gli americani a rimanere nelle seconde linee.

Una solidarietà pagata con il terrorismo

Va considerato che, affiancando gli Stati Uniti in Afghanistan e i Iraq, i Paesi del Vecchio continente hanno accettato il grave rischio di diventare a loro volta obiettivi per i jihadisti. I nemici dichiarati di Osama Bin Laden e di al Qaeda erano Israele e gli Usa. Ma Aznar, Blair, Chirac e Berlusconi non risposero a Washington: Spagna, Regno Unito, Francia o Italia first. Ed è un dato di fatto che negli anni successivi l’Europa fu colpita sanguinosamente. L’11 marzo 2004 i terroristi attaccarono i treni dei pendolari nella stazione di Atocha a Madrid: 192 morti. Il 7 luglio 2005 attentatori suicidi fecero esplodere le bombe nella metropolitana di Londra: 56 vittime. Il 13 novembre 2015 i killer islamisti seminarono orrore nelle strade di Parigi e al Bataclan: 130 morti.
Bosnia, Kosovo, Afghanistan, Iraq, Libia: una storia che racconta trent’anni di collaborazione e di solidarietà tra le due sponde dell’Atlantico. E che smonta, fino a ridicolizzare, la propaganda trumpiana. Mentre oggi è sempre più evidente come la Casa Bianca abbia deciso di lasciare da sola l’Europa ad aiutare l’Ucraina. Il presidente Usa non manda più armi a Kiev, a meno che non siano i partner del Vecchio Continente a pagarle. Gran finale surreale: ora gli americani chiedono i droni a Zelensky per alimentare la campagna militare in Iran.

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