La finanziarizzazione è la causa principale della deindustrializzazione statunitense. In tal senso, se questa dinamica non viene attenuata, la strategia di Trump – reindustrializzare il paese con dazi e conflitti – rischia di essere del tutto inefficace. E all’orizzonte non mancano i rischi, tra cui il balzo dell’inflazione

(Guglielmo Forges Davanzati – editorialedomani.it) – Il principale obiettivo economico esplicitamente perseguito dall’amministrazione Trump risiede, come è noto, nella reindustrializzazione degli Stati Uniti. Un obiettivo per il cui conseguimento si ritiene che lo strumento dei dazi sia essenziale. Il ricorso ai dazi, teorizzato in particolare dall’economista Stephen Miran, consigliere di Trump, ex presidente del Council of Economic Advisers, dovrebbe essere funzionale ad accrescere il gettito fiscale e a ridurre il passivo della bilancia dei pagamenti, a vantaggio – si suppone – della produzione manifatturiera Usa. Il ricorso alle guerre non è, poi, estraneo a questa strategia, dal momento che – in modo intenzionale o meno -– gli shock geopolitici che le guerre producono tendono, di fatto, a rendere convenienti le rilocalizzazioni, per numerose ragioni: fra queste, soprattutto quella per la quale l’aumento (effettivo o atteso) del prezzo del petrolio, combinato con l’incremento dei costi della logistica, possono spingere imprese statunitensi a tornare in patria.

A ciò si somma l’aumento della domanda di gas naturale da parte delle aree (Europa in primo luogo) fortemente dipendenti da energia importata, che stimola la produzione interna statunitense. È anche da considerare che l’instabilità geopolitica spinge verso il cosiddetto “friendshoring” – fenomeno già in atto – e, dunque, verso la rilocalizzazione della produzione in paesi politicamente non ostili.
Questa impostazione di politica commerciale si imbatte in due rischi. Il primo rischio è l’aumento dell’inflazione, come, del resto, è accaduto durante la prima amministrazione Trump. Su fonte Bureau of Labor Statistics ed Eurostat, il tasso di inflazione si è ridotto di circa 6 punti percentuali dal 2022 al 2025 negli Usa, secondo una dinamica simile a quella europea.
L’aumento della spesa pubblica per scopi militari, in un’economia con basso tasso di disoccupazione, combinato con l’incremento dei dazi può generare nuovi incrementi dei prezzi, in particolare per i beni difficilmente sostituibili (per esempio i beni intermedi nella catena globale del valore). Il secondo rischio è che i cambi di regime rafforzino l’uso del dollaro come riserva di valore e mezzo di scambio internazionale.

Disporre, da parte degli Stati Uniti, della valuta di riserva internazionale (a partire dagli accordi di Bretton Woods del 1944) costituisce un «esorbitante privilegio» – così ebbe a definirlo il presidente francese Valéry Giscard d’Estaing – dal momento che consente a quel paese di emettere i titoli di Stato più sicuri perché denominati nella moneta più domandata al mondo e, dunque, di garantirsi l’egemonia finanziaria su scala globale.
Si consideri, a riguardo, che i due conflitti armati più recenti portati avanti dagli Usa lo dimostrano: sebbene in contesti molto diversi, Venezuela e Iran condividono lo status di paesi ricchi di petrolio e inclini a sostituire il dollaro come valuta utilizzata negli scambi internazionali.
L’aumento del peso del dollaro negli scambi internazionali accresce i flussi di capitale in arrivo negli Stati Uniti e questi incentivano i processi di finanziarizzazione.
La finanziarizzazione – ovvero il fenomeno per il quale la produzione di beni e servizi diventa progressivamente subordinata ai mercati finanziari – si è sviluppata storicamente soprattutto negli anni Novanta, a partire dall’abolizione da parte dell’amministrazione Clinton del Glass-Steagall Act (un provvedimento emanato nel 1933 per separare le banche commerciali dalle banche di investimento).

La possibilità di destinare capitali nell’attività finanziaria di breve periodo con rendimenti elevati ottenibili in tempi brevi disincentiva gli investimenti produttivi, determinando una condizione per la quale all’espandersi della sfera finanziaria si riduce il peso dell’industria.
La Banca Mondiale stima che, negli Stati Uniti, l’incidenza delle transazioni in Borsa sul Pil è passata dal 42 per cento del 1975 al 153 per cento del 2025. L’incidenza del settore “finanza e assicurazioni” è più che raddoppiata dagli anni Cinquanta a oggi (dal 10 per cento al 22 per cento).
La Banca Mondiale fa anche registrare che, parallelamente, la quota della produzione manufatturiera Usa sul Pil si è contratta di 5 punti percentuali negli ultimi trent’anni. È rilevante considerare che la finanziarizzazione è da considerarsi la causa principale della deindustrializzazione statunitense. In tal senso, se questa dinamica non viene attenuata, la strategia di Trump – reindustrializzare il paese con dazi e guerre – rischia di essere del tutto inefficace.
Oggi stellium di Guru o grandi “masticatori” che dir si voglia:
Tommaso Merlo
Andrea Zhok
Guglielmo Forges Davanzati
Marcello Veneziani
ANNA FOA
Professor Pons
Giovanni Tonlorenzi
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Milena Gabanelli
Giuseppe Sarcina
Poi alcuni postati:
Vincenzo Costa
Massimo Mazzucco
poi i post di alcuni S-postati
………………………oggi decisamente non è giornata!!
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