Lo scrittore dall’11 marzo su La7 con “La giusta distanza”, sei puntate che raccontano il Paese attraverso le vite che si sfiorano nel crimine e nella legalità. Si parte con Francesca Morvillo e Giovanni Brusca

Roberto Saviano torna in tv: “La finta neutralità è la cosa peggiore. Io scelgo da che parte stare”

(di Silvia Fumarola – repubblica.it) – Si intitola La giusta distanza, come il bellissimo film di Carlo Mazzacurati, il nuovo programma con Roberto Saviano in onda dall’11 marzo su La7 (stasera lo scrittore è ospite di Corrado Augias a La Torre di Babele). Sei puntate (prodotte da Stand by me) per raccontare come destini lontani possano sfiorarsi e influenzarsi, esplorando crimine, legalità, potere, memoria. Protagonisti della prima puntata la magistrata Francesca Morvillo, che dedica la vita al Tribunale dei minori, e muore a Capaci con il marito Giovanni Falcone e la scorta, e il pentito Giovanni Brusca, che preme il telecomando della bomba.

Com’è nata l’idea del programma? «Quando ho incontrato il direttore de La7 Andrea Salerno, l’idea era quella di costruire una narrazione del Paese, attraverso la feritoia del potere criminale, non più raccontata. Ho pensato all’idea plutarchiana delle vite parallele: o sono in conflitto, come Giovanni Brusca e Francesca Morvillo, o in parallelo, Tommaso Buscetta e Patrizio Peci».

L’emozione di raccontare nei luoghi dove i fatti sono avvenuti? «Già il fatto di girare in strada, per me è stata una novità. L’idea era che il mio corpo fosse centrale, un modem attraversato non da dati ma da racconti. Ho provato la sensazione, incredibile, di stare nell’aula bunker del Tribunale di Palermo, nella stanza di Buscetta usata solo da lui. Nessuno sapeva che fosse lì: l’accusa pronuncia il suo nome, a disposizione della corte, e il palazzo trema. Anche a Torino ho vissuto l’emozione di essere fisicamente nella caserma dei carabinieri dove si tenne il primo processo contro le Brigate Rosse. Anche lì non ho voluto fare un’operazione museale, ma raccontare la radicalizzazione, il tentativo di polarizzare, strategie mai declinate. Quanto pesa difendere il diritto? Molto. E, per spiegare quanto, ho intervistato la figlia del capo della squadra mobile di Napoli, ucciso dai brigatisti, Antonio Ammaturo, che fu lo scambio tra Br e Nuova Camorra Organizzata».

Oggi Brusca è un uomo libero: la libertà è giusta? «È una sconfitta. Una sconfitta che lo stesso Falcone avrebbe ritenuto necessaria, un prezzo da pagare. Comunque non abbiamo avuto il recupero di una persona. Né Brusca, né nessun altro pentito ha parlato del denaro di Cosa nostra. Loro stessi non lo sanno, loro sanno a chi hanno affidato i soldi, ma non ne conoscono i percorsi. Il denaro mafioso è sempre una garanzia, lo sanno le banche anglosvizzere che vengono irrorate dei capitali. La vicenda del collaboratore di giustizia è centrale: Buscetta arriva a stimare Falcone e lui sa benissimo che non può lasciarsi condizionare da questa empatia».

In Rai faceva “Insider”, che significa per lei questo ritorno in tv? «Mi hanno bloccato in ogni forma possibile, c’è ancora oggi l’interessante stigma che questo governo ti lascia addosso, perché – rispetto ad altre forme censorie – c’è il passaggio: “Dategli spazio, poi vedete, vi prendete voi la responsabilità”. Hanno lasciato intendere che se fai il divulgatore e parli di cose lontane ti viene concesso, ma se sei attivo nell’analisi del tuo tempo – non perché parli di Ong o attacchi Meloni – è proprio il tema affrontato che fa paura. Quando parli di legalità, parli anche a un pubblico conservatore, di destra, ecco è quello che li spaventa. Non penso che dia fastidio che un intellettuale prenda posizione, dà fastidio quando riesce a superare la linea rossa della sua bolla, quando parla a un pubblico che gli riconosce credibilità. Lo usa anche la sinistra questo metodo, investe qualcuno di un ruolo simbolico, alla prima contraddizione viene scaricato e demonizzato».

Nella sua vita è riuscito a tenere la “giusta distanza”? «No, mai. Un disastro. Da un lato, la giusta distanza è il metodo. Quello del fotografo Robert Capa è il mio preferito: per fare una foto bella, la giusta distanza è leggermente fuori fuoco. Se stai completamente addosso all’oggetto è sfocata, se sei distante, non vedi bene. Ho provato a rivendicare che scegliere da che parte stare non è affatto essere determinati dall’ideologia. La finta neutralità è una delle cose peggiori».

Nel 2017, per ricordare i 25 anni di Capaci, con Fabio Fazio, faceste da Palermo, su Rai1 una serata di televisione civile indimenticabile, “Falcone e Borsellino”: si chiudeva con l’auto del giudice che proseguiva sull’autostrada. Un segno di speranza. Ha mai pensato a cosa sarebbe successo se Falcone non fosse stato ucciso?

«Sì. È una domanda che hanno posto ai suoi colleghi e hanno sottoposto ai pentiti. Il pentito Galasso, ad esempio, spiegò: “Noi della camorra non lo avremmo ucciso, era già considerato annientato perché legato ai socialisti”. È stata una vendetta, ma nella dinamica criminale se non fosse stato ucciso, i colleghi nemici avrebbero visto la sua caduta. Il ricordo più bello fu quello pronunciato da Ilda Boccassini quando disse: “Falcone è stata la figura italiana più bocciata: al Csm, alla procura di Palermo, alla procura che lui stesso aveva creato”. Se fosse sopravvissuto avrebbe subìto anche l’umiliazione della Procura nazionale, che non sarebbe andata a lui. È evidente, gli stessi che l’hanno pianto erano i primi pronti a isolarlo».

Dopo la cattura di Messina Denaro, la mafia è sparita dalla cronaca. Continua a operare?

«Senza dubbio sì, dobbiamo capire cosa è mafia. Cosa nostra è in una crisi totale, dovuta a tutta una serie di motivi che dipendono da Cosa nostra stessa. L’organizzazione non è finita, Palermo vive le paranze, i gruppi di ragazzini che ambiscono a entrare nell’organizzazione. Ma Cosa nostra li costringe alla disciplina: devi stare al servizio, avere uno stipendio, capire come fare per essere considerato necessario. E loro si stancano. I ragazzini palermitani non hanno paura di andare in carcere, mi ha molto stupito, vanno in galera come se entrassero in accademia. Il decreto Caivano ha portato in carcere molti, troppi minori che potevano e dovevano essere gestiti fuori, invece dentro, in massa, è stata consegnata una generazione ai clan. C’è miseria: prima ti rivolgi allo “zio” per il dentifricio, poi per avere l’avvocato migliore, e così diventi un affiliato».

Tutto gira sempre intorno al denaro.

«Questo governo è quello che meno si è mosso contro le organizzazioni criminali rispetto al controllo del denaro, tema scomparso dal dibattito pubblico. I ragazzi su TikTok non considerano giusti Pablo Escobar o Cutolo, li considerano autentici. Loro vogliono i soldi e lo dicono, uccidono quelli che li maltrattano. Rispetto alla persona della società civile che parla della guerra, dicono: lo fa per un gettone in tv. Nessuno che vota Trump lo considera una brava persona, ma autentico sì. Chiamò “animali” i portoricani, che se la presero, ma non così tanto. “Non è come gli altri che lo pensano e non lo dicono”».

Come ha cambiato la sua vita l’incontro con Michela Murgia?

«È stata davvero una figura che risolveva: era terapeuta, amica, in conflitto anche. La sua perdita è stata devastante. Sul piano pubblico ha significato perdere l’alleanza che riusciva a non farti sentire solo, dopo di che il pensiero è ossessivo: cosa avrebbe detto? Mi prendeva in giro quando parlavo di questi temi: “Guarda la tua faccia come si trasforma”, diceva».

Oggi si sente più solo? «Oggi la dinamica non riguarda più me, quello che veniva fatto a me e a Michela vale per tanti: fate questo, cosa vi aspettate? Vale per il finanziamento ai film, per gli attacchi costanti, dall’attivismo performativo allo squadrismo da social che travolge tutti».

I suoi genitori cosa le dicono? «Resistono. Ogni volta che c’è un progetto, sono stupiti che diventi pubblico. Ho registrato La giusta distanza mesi fa, sono sempre stato con il patema. E non è mai stata in dubbio la messa in onda. Ricordo che Insider poi fu sbloccato perché si spese Vincenzo Agostino, se lo ricordano tutti, si fece crescere una lunga barba e chiese tutta la vita verità sull’omicidio del figlio, l’agente di polizia Nino Agostino, e della nuora incinta. Scrisse una lettera e la Rai sbloccò il programma ».

Da quasi 20 anni vive sotto scorta. Ha mai pensato: ok, basta protezione, torno a essere libero cittadino e come va, va?

«Spero che possa accadere. La dinamica che si è creata, in modo folle, è che l’autorevolezza sia data dalla protezione, come se fosse il mantello di Superman. Quando all’estero riesco a essere libero, parte la diffidenza più che la gioia. Come riesco a andare in Italia in un ristorante, partono le critiche: ah tu sei al ristorante. Invece di creare una costruzione di protezione, c’è quasi un senso di colpa. La libertà di movimento è un percorso lungo».