La politica democratica non può limitarsi ad amministrare le conseguenze dei conflitti. Deve anche interrogarsi sul proprio silenzio

(di Paolo Gallo – ilfattoquotidiano.it) – Ricordatevi della vostra umanità, e dimenticate il resto. Con queste parole, nel 1955, Bertrand Russell e Albert Einstein concludevano il celebre Manifesto Russell-Einstein, scritto nel pieno della Guerra fredda per mettere in guardia il mondo dal rischio di un conflitto nucleare. Era un appello semplice e radicale: prima di ogni ragione di Stato, prima di ogni alleanza, prima di ogni strategia militare, viene l’umanità.
Settant’anni dopo, quella frase suona meno come un monito storico e più come un interrogativo rivolto al nostro presente. Mentre il Medio Oriente torna a essere attraversato da un’escalation che coinvolge direttamente gli Stati Uniti, Israele e l’Iran, il dibattito politico europeo, e italiano in particolare, appare sospeso in una zona grigia fatta di cautela, rinvii, dichiarazioni misurate fino alla neutralità retorica.
Ma la storia del pensiero europeo è piena di intellettuali che, proprio nei momenti più oscuri, hanno rifiutato il silenzio. “La guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”, scriveva Carl von Clausewitz nel suo trattato Della guerra. Una formula spesso citata per giustificare la logica dei conflitti, ma che in realtà contiene una verità più inquietante: ogni guerra è sempre una decisione politica. Non un destino, non una fatalità storica. Una scelta.
E se la guerra è politica, allora anche il silenzio lo è. Lo sapeva bene George Orwell quando, nel romanzo 1984, immaginò uno Stato capace di rovesciare il senso stesso delle parole fino allo slogan paradossale: “La guerra è pace”. In quel mondo distopico, la guerra permanente serviva a mantenere l’ordine interno e a disciplinare le società. Non è necessario credere alla distopia per riconoscere quanto la retorica bellica contemporanea giochi spesso con lo stesso paradosso.
In Italia, un’altra voce scomoda fu quella di Lorenzo Milani. Nella sua celebre lettera ai cappellani militari, poi raccolta nel testo L’obbedienza non è più una virtù, scrisse parole che ancora oggi risultano difficili da digerire: “Se voi avete il diritto di dividere il mondo in italiani e stranieri, io reclamo il diritto di dividerlo in oppressi e oppressori”. Per lui la fedeltà morale non coincideva con la fedeltà nazionale, ma con la difesa della giustizia.
C’è un filo che lega queste voci lontane nel tempo: l’idea che la responsabilità morale non possa essere delegata interamente agli Stati. Gli intellettuali del Novecento — da Russell a Orwell, da Einstein a don Milani — non avevano illusioni sulla complessità del mondo. Ma avevano una convinzione: che la neutralità, quando la guerra avanza, rischia di trasformarsi in una forma di complicità.
Oggi non si tratta di pretendere risposte semplici a crisi geopolitiche intricate. Né di ignorare le responsabilità e le tensioni che attraversano il Medio Oriente. Si tratta piuttosto di ricordare ciò che gli intellettuali europei hanno ripetuto per tutto il secolo scorso: la politica democratica non può limitarsi ad amministrare le conseguenze dei conflitti. Deve anche interrogarsi sul proprio silenzio. Perché se la storia insegna qualcosa è proprio questo: il momento in cui le parole mancano è spesso quello in cui la guerra ha già cominciato a vincere.
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