(dagospia.com) – Nelle stanze dei board della Silicon Valley circola da anni un incubo ricorrente: folle di disoccupati, impoveriti dall’automazione e dall’intelligenza artificiale, che marciano armate verso i campus di Google, Amazon e Meta, decise a fare giustizia contro i miliardari che hanno rubato loro il futuro.

Non è uno scenario da film di fantascienza ma una preoccupazione concreta che esprimono da tempo futurologi, imprenditori tech e analisti. Molti ne parlavano già prima dell’esplosione dell’AI generativa.

Queste visioni apocalittiche richiamano i luddisti del XIX secolo – quegli operai inglesi che tra il 1811 e il 1816 distrussero i telai meccanici contro i padroni delle fabbriche che li usavano per licenziare e abbassare i salari. La storia, avvertono questi osservatori, sta per ripetersi su scala globale, con conseguenze potenzialmente catastrofiche.

Nel 2017, il documentarista britannico Jamie Bartlett per la BBC realizzò “The Secrets of Silicon Valley”, penetrando dietro le quinte del mondo tech californiano. Una delle testimonianze più inquietanti venne da “Antonio”, pseudonimo di un imprenditore della Bay Area, che delineò uno scenario da incubo: entro trent’anni, stimava, metà della forza lavoro mondiale sarà sostituita da robot e software intelligenti.

“Ogni volta che incontro qualcuno che lavora fuori dalla Silicon Valley, mi vengono immediatamente in mente dieci aziende che stanno lavorando per togliergli il posto”, confessava Antonio, con un misto di fascinazione e terrore.

Le sue previsioni non lasciavano spazio all’ottimismo: scioperi massivi che si diffondono da un settore all’altro, unendosi in un fronte comune di resistenza; persone letteralmente “spinte in strada” dalla disperazione economica; e negli Stati Uniti – dove le armi da fuoco sono ubique – una rivolta armata inevitabile.

“Ci saranno giorni molto, molto oscuri”, avvertiva, paragonando la situazione alla rivoluzione industriale ma “decisamente peggiore”. Antonio dipingeva un futuro distopico ma inevitabile, dove le big tech diventano i nemici pubblici numero uno, con le loro sedi aziendali trasformate in fortezze assediate da eserciti di disoccupati furibondi.

Sempre al 2017 risalgono le prime notizie sui bunker di lusso dei miliardari della Silicon Valley: case, fortezze sotterranee, rifugi acquistati principalmente in Nuova Zelanda e Hawaii, con investimenti che oscillavano tra i dieci e i cinquanta milioni di dollari ciascuno.

Peter Thiel, cofondatore di PayPal e primo investitore di Facebook, aveva già ottenuto la cittadinanza neozelandese come “piano B”. Sam Altman, CEO di OpenAI (l’azienda che avrebbe poi creato ChatGPT), ammise in interviste di possedere “armi, oro, antibiotici e terra” per ipotetici scenari da fine del mondo.

La motivazione esplicita dietro questi preparativi era, ed è, il timore di “una rivolta contro coloro che sono responsabili” della disoccupazione tecnologica di massa.

Douglas Rushkoff, critico dei media e teorico della tecnologia, ha vissuto in prima persona la paranoia di queste élite. Anni fa venne convocato nel deserto da cinque miliardari tech che, anziché farlo salire su un palco per una conferenza, lo interrogarono in una green room su questioni binarie: “Bitcoin o Ethereum? VR o AR? Nuova Zelanda o Alaska?” – dove posizionare i bunker per “l’evento”.

Per “evento” intendevano il collasso: impulso elettromagnetico, cambiamento climatico, disastro nucleare, o “disordini economici che rendono il mondo invivibile per tutti, tranne loro”.

Rushkoff rimase scioccato: “Questi erano gli uomini più ricchi e potenti con cui mi fossi mai seduto nella stessa stanza, eppure si sentivano completamente impotenti a influenzare il futuro. Il meglio che potevano fare era prepararsi al collasso inevitabile e resistere.”

La maggior parte del tempo venne spesa su una domanda ossessiva: come mantenere il controllo delle guardie di sicurezza private dopo che il denaro diventerà inutile? Stavano “giocando” con scenari post-apocalittici usando lo stesso modello individualista che avevano sempre applicato – dove vincere significa salvarsi da soli, abbandonando il resto dell’umanità.

Rushkoff, marxista dichiarato, notò l’assurdità: “Il punto del marxismo è guardare alle condizioni materiali di persone reali in luoghi reali. Per questi tizi, in parte a causa della loro tecnologia e della loro comprensione distorta del capitalismo, l’obiettivo del gioco è raggiungere quel punto omega, quell’attrattore strano alla fine del tempo, per letteralmente lasciarci indietro.” Ray Kurzweil, futurologo di Google, vuole caricare la sua coscienza su un chip e “salire interamente dalla crisalide della materia nell’etere come dati”.

Già nel 2013, uno studio dell’Università di Oxford condotto dagli economisti Carl Benedikt Frey e Michael Osborne calcolava che il 47% dei posti di lavoro negli Stati Uniti era a rischio di automazione nei successivi dieci-vent’anni.

L’OCSE nel 2018 raffinò la stima al 14% nei paesi sviluppati, ma sottolineando impatti fortemente asimmetrici: autisti, cassieri, operai manifatturieri, operatori di call center, contabili – tutte categorie destinate a una contrazione drastica. In Italia, rapporti dell’ISTAT tra il 2015 e il 2018 indicavano tra i cinque e i sette milioni di posti di lavoro potenzialmente a rischio, con il Mezzogiorno particolarmente esposto.

L’accelerazione dell’intelligenza artificiale dopo il 2022, con l’avvento di ChatGPT e sistemi simili, ha drammaticamente peggiorato queste proiezioni. McKinsey nel 2023 stimava che entro il 2030 fino a 800 milioni di posti di lavoro a livello globale potrebbero essere eliminati dall’automazione, con Stati Uniti e Cina in prima linea.

Goldman Sachs nel 2023 calcolava che l’AI generativa potrebbe automatizzare l’equivalente di 300 milioni di posti di lavoro a tempo pieno. Nel 2025, Amazon da sola ha tagliato oltre 30.000 posizioni sostituendole con sistemi AI per gestione magazzini e customer service.

Ma i dati più allarmanti riguardano la disuguaglianza. Secondo la Federal Reserve, nel 2025 l’1% più ricco degli americani detiene il 32% della ricchezza nazionale, una concentrazione che non si vedeva dall’età dorata dei baroni rapinatori di fine Ottocento.

I CEO delle big tech incarnano questa disparità: Elon Musk vale circa 400 miliardi di dollari, più del PIL di nazioni intere. Mark Zuckerberg ha speso 270 milioni per costruire un bunker sotterraneo nel suo compound hawaiano, completo di scorte alimentari per anni e sistemi di filtraggio dell’aria anti-radioattivi. Jeff Bezos e Larry Page hanno investito in ranch fortificati nelle zone più remote degli Stati Uniti.

Per comprendere la natura di queste paure, bisogna tornare ai luddisti originali. Ned Ludd e i suoi seguaci non erano tecnofobici irrazionali: erano tessitori qualificati che vedevano i telai meccanici distruggere non solo i loro lavori, ma l’intero tessuto sociale che garantiva dignità e sussistenza.

Come scrive Brian Merchant nel suo libro del 2023 “Blood in the Machine”, “sostenere che un tessitore è deluso nel riconoscere che una macchina distrugge il suo lavoro è ‘contrario’ ai suoi interessi sembra l’eclissante illusione. Se una persona deve lavorare per sopravvivere, e il suo lavoro viene automatizzato, dovresti essere o deluso o volontariamente disonesto per sorprenderti quando combatte per mantenerlo.”

Attaccavano le macchine perché quelle macchine erano nelle mani di padroni che le usavano come armi economiche contro i lavoratori, per abbassare i salari e imporre condizioni disumane. Il vero nemico, più che la tecnologia in sé, era il potere che la controllava.

I luddisti non erano contrari al progresso tecnologico in sé – erano artigiani qualificati con una storia di incorporazione di nuove tecnologie nella loro professione.

La specifica tecnologia che opponevano (il telaio meccanico) era destinata a distruggere la loro industria e sostituirli con fabbriche piene di bambini lavoratori, che avrebbero inondato il mercato con merci di prezzo inferiore e qualità inferiore.

Merchant ricostruisce minuziosamente come i luddisti furono criminalizzati, processati e impiccati come terroristi dal governo britannico, che schierò più truppe contro di loro che contro Napoleone. La ribellione durò quindici mesi – dal 1811 al 1816 – e fu massiccia in scala.

Ma fu anche futile, perché lo Stato era governato dai ricchi e avrebbe continuato a sorvegliare e reprimere la popolazione fino a proteggere gli interessi della ricchezza e della proprietà.

Ma ciò non significa che la resistenza luddista non abbia fatto alcuna differenza. Nel decennio dopo la repressione della rivolta, l’Inghilterra abrogò il Combination Act, segnando uno dei primi passi importanti verso la formazione della classe lavoratrice e del movimento operaio moderno. Lo spettro della resistenza luddista influenzò anche la cultura popolare, in particolare il romanzo di Mary Shelley “Frankenstein”.

Come osserva Dave Karpf nella sua recensione del libro di Merchant, “quando tutte le vie legittime per esprimere resistenza e dissenso sono precluse, le persone si rivolgono a tattiche illegittime.”

I tessitori avevano richieste ragionevoli – salari equi, protezioni per l’industria professionale esistente, condivisione dei profitti che queste nuove tecnologie avrebbero generato – ma furono ignorate dallo Stato. Così presero di mira le macchine stesse: distrussero telai meccanici, bruciarono fabbriche, imposero costi diretti agli industrialisti nel tentativo di ottenere condizioni di lavoro migliori.

Rushkoff definisce “The Mindset” l’ideologia comune alle élite tech: la fede che possano in qualche modo isolarsi usando denaro e tecnologia dai danni che stanno creando, come “costruire un’auto che va abbastanza veloce da sfuggire al proprio scarico”.

Questa mentalità include uno scientismo ateo (la coscienza umana è solo un’illusione perpetrata dal DNA), aderenza ai pregiudizi del codice digitale, comprensione di tutte le relazioni umane come fenomeni di mercato, paura delle donne, della natura, dei neri e degli indigeni, e comprensione del progresso come linee rette verso il futuro.

“The Mindset” richiede una vera fede nella tecnologia, e nel fatto che essa possa solo portare a una evoluzione in positivo della società: che le macchine possano costruire innovazioni sufficienti per mantenere l’economia in crescita esponenziale indefinitamente.

Ma come nota Rushkoff, “il cambiamento climatico è già avvenuto; è già cotto. Siamo già oltre l’orizzonte degli eventi in una catastrofe lenta e crescente.” Eppure le élite tech continuano a plasmare la realtà attuale per i loro guadagni futuri immaginati, cercando disperatamente le chiavi per lasciare il pianeta – quantum computing, intelligenza artificiale, esperienza Web 3.

Rushkoff sottolinea l’assurdità della “strategia bunker”: “Potrebbe funzionare per settimane o mesi, ma poi cosa succede quando hai bisogno di un nuovo riscaldatore per la jacuzzi, o la lampadina nel proiettore si spegne e non hai una di riserva? Questi tizi stanno costruendo sale di proiezione, piscine sotterranee, e roba semplicemente bizzarra – e hanno bisogno di chef, bagnini e dentisti.” La sopravvivenza umana dipende dalla sopravvivenza della società, non dall’isolamento individuale.

Nel 2025, a San Francisco, diversi robotaxi di Waymo (controllata da Google) sono stati vandalizzati, tagliati e persino incendiati da gruppi che si autodefiniscono “neo-luddisti” e protestano contro la disoccupazione nell’industria dei trasporti.

In Europa, la Francia ha visto scioperi violenti contro le piattaforme gig economy; in Italia, proteste contro l’algoritmo INPS nel 2024 hanno visto manifestanti scandire slogan che richiamavano esplicitamente il luddismo contro “il digitale che licenzia”. In Cina, dove la disoccupazione giovanile ha raggiunto il 20% nel 2025 (parzialmente attribuita all’automazione), le proteste sono state represse duramente ma continuano a covare sotto la cenere.

Un reportage di Wired del 2018 contava oltre venti miliardari americani con rifugi anti-apocalittici, motivati specificamente dalla “job apocalypse”. Un’inchiesta del New Yorker rivelava che dal 2018 oltre cinquanta bunker di lusso sono stati venduti in California e Nuova Zelanda, con prezzi che vanno da tre a cento milioni di dollari, dotati di protezione anti-EMP (impulso elettromagnetico), sistemi idroponici per cibo autonomo e arsenali privati.

Rushkoff collega “The Mindset” alla filosofia del “longtermismo” di Nick Bostrom: l’idea che ci saranno trilioni di esseri umani sparsi nell’universo tra mille o duemila anni. “Quando pensi ai bisogni di quei trilioni di persone, cosa importa il dolore e la sofferenza di meri otto miliardi di umani sulla Terra oggi? Siamo solo lo stadio larvale, e le larve muoiono. Molte larve moriranno per le mosche che effettivamente sopravvivono, e dovremmo semplicemente accettarlo.”

Questa visione dipende dalla presunzione capitalista di crescita esponenziale eterna. Come nota Rushkoff, “stanno sfruttando o ipotecando la nostra realtà attuale – quella in cui tu e io viviamo in questo momento – per questo guadagno futuro immaginato, se solo possono ottenere abbastanza tecnologia. Ma non funziona davvero – siamo ancora confinati dalle leggi della fisica e della materia. Non ci sono davvero abbastanza unità di energia sul pianeta per portare a trilioni di unità di felicità nell’universo.”

Come sottolinea Karpf nella sua recensione di “Blood in the Machine”, i neo-luddisti moderni non sono persone che rifiutano la tecnologia e vivono fuori dalla rete. Sono persone come Chris Smalls (organizzatore Amazon Workers Union) e Timnit Gebru (ricercatrice AI licenziata da Google per aver criticato i bias algoritmici) – persone che organizzano resistenza e chiedono che i guadagni dalla tecnologia beneficino lavoratori e comunità.

“I neo-luddisti moderni, in altre parole, sono tecnologi critici”, scrive Karpf. “Per la maggior parte, fanno uso di sbocchi legittimi per la resistenza (quelli che non erano disponibili 200 e più anni fa). Non sono contrari al progresso tecnologico; stanno sfidando definizioni pigre e autocompiacenti di progresso tecnologico.”

Karpf conclude con un appello potente: “Non devi rifiutare la tecnologia per essere un luddista. Quella è sempre stata una truffa. Merchant dimostra in modo convincente che un luddista è qualcuno che pensa al potere, e che chiede che costruiamo un futuro digitale dove prendiamo seriamente come la ricchezza e la prosperità aumentate saranno distribuite. Prendiamolo come un appello alle armi: dovremmo essere tutti luddisti ora.”

PERCHÉ L’ASSALTO POTREBBE DAVVERO AVVENIRE

Le condizioni per una rivolta luddista moderna stanno convergendo.

Primo: l’automazione sta accelerando senza che vi siano alternative occupazionali equivalenti. La World Bank nel 2025 ha confermato che l’AI non crea posti di lavoro netti – distrugge più di quanto costruisce.

Secondo: la fiducia nelle istituzioni democratiche è ai minimi storici. L’Edelman Trust Barometer del 2025 registra solo il 42% di fiducia globale nei governi e nel settore privato.

Terzo: la concentrazione geografica dell’industria tech rende obiettivi fisici facili da identificare. Il 40% del venture capital mondiale passa attraverso la Bay Area californiana; i campus di Google, Apple, Meta e Tesla sono tutti nel raggio di cinquanta chilometri.

Quarto: la diffusione di armi negli Stati Uniti (oltre 400 milioni di armi da fuoco in circolazione) rende plausibile che una rivolta assuma caratteri militari. Antonio, l’insider intervistato dalla BBC, non esagerava: in America, una folla disperata è potenzialmente una folla armata.

Quinto: i precedenti storici mostrano che quando le disuguaglianze superano certe soglie, la violenza diventa statistica. La Rivoluzione francese esplose quando il 2% della popolazione controllava oltre il 60% della ricchezza; oggi negli USA l’1% controlla il 32%, una traiettoria pericolosamente simile.

Rushkoff è chiaro sulla soluzione: “Il modo in cui sopravviviamo non è isolandoci ma attraverso l’azione collettiva: rendendo le nostre città più resilienti, promuovendo economie circolari che distribuiscono prosperità a più persone, avvicinandoci alle nostre fonti di cibo, incontrando i nostri vicini – facendo l’opposto di costruire un bunker personale.”

Citando sopravvissuti dell’Idaho, nota: “La cosa più importante è assicurarsi che i tuoi vicini non stiano bussando alla tua porta per cibo. Il modo per essere un prepper è preparare tutto il tuo blocco e quartiere. Ma se prepari il mondo intero, allora non hai bisogno di un prepper. Una volta che siamo tutti preparati e resilienti, allora il mondo non finirà affatto.”

Esistono alternative teoriche: tasse sui robot, come proposto da Bill Gates nel 2017; Reddito universale di base, sperimentato in Finlandia tra il 2017 e il 2018 con risultati misti ma promettenti; regolamentazione AI stringente, come l’EU AI Act del 2024; programmi massicci di riqualificazione professionale finanziati pubblicamente. Ma tutte queste soluzioni richiedono volontà politica e cooperazione internazionale che, per ora, sono largamente assenti.

La Silicon Valley stessa è divisa: mentre figure come Sam Altman sostengono retoricamente l’UBI, le big tech lobbiano ferocemente contro tasse più alte e regolamentazioni vincolanti. Il risultato è un limbo politico dove tutti parlano di “transizione giusta” ma nessuno agisce concretamente. Nel frattempo, il risentimento accumula. I sondaggi mostrano che la percezione pubblica delle big tech è precipitata: dal 71% di opinioni positive nel 2015 al 38% nel 2025 negli USA; in Europa la sfiducia è ancora maggiore.

Paradossalmente, i preparativi degli stessi miliardari tech potrebbero accelerare la crisi che temono. Quando Zuckerberg costruisce un bunker da 270 milioni, quando Musk accumula oro e armi, quando Thiel fugge in Nuova Zelanda, inviano un messaggio inequivocabile: sanno che il sistema è destinato a crollare e hanno scelto di salvare se stessi anziché riformarlo. Questo cinismo alimenta la rabbia popolare, trasformando le big tech da simboli di progresso a emblemi di tradimento sociale.

Gli storici del luddismo notano che Ned Ludd divenne un mito solo dopo che le élite decisero di reprimere anziché negoziare. Se i governi e le corporation tech continueranno a ignorare i segnali di allarme – vandalismo crescente, proteste, crollo della fiducia – la “rivolta luddista 2.0” potrebbe materializzarsi non come delirio di futurologi, ma come inevitabile conseguenza storica.

Non sarebbe composta da folli tecnofobi, ma da masse razionali che vedono nei data center e nei campus della Silicon Valley i nuovi telai da distruggere, perché quelle macchine hanno distrutto loro.

Come conclude Rushkoff: “Il vero punto di partenza è essere in grado di ridere di queste persone. Queste sono storie su quanto siano divertenti e patetiche molte delle nostre eroi aziendali e culturali.”

La risposta non è costruire bunker, ma incontrare i vicini, imparare a condividere, realizzare che “non è nostro compito servire l’economia, è compito dell’economia servirci. E se un’economia basata sulla crescita esponenziale si rivela incompatibile con la vita, come non c’è nulla che cresce esponenzialmente in natura – tranne il cancro, che uccide il suo ospite – se realizziamo questo, rifacciamo un’economia che serve gli esseri umani.”

Le profezie di Antonio del 2017 non erano fantasie: erano calcoli di chi conosce i meccanismi che ha contribuito a creare. E la storia dei luddisti insegna una lezione semplice: ignorare chi perde tutto nel progresso significa invitare il sangue nelle macchine.

La Silicon Valley ha ancora tempo per scegliere se essere ricordata come l’élite che condivise la ricchezza o quella che costruì bunker mentre il mondo bruciava. Ma quella finestra si sta rapidamente chiudendo.