
(di Martin Wolf per il Financial Times) – “Sic semper tyrannis” (“così sempre ai tiranni”). Questa celebre espressione evoca il destino che spetta ai despoti.
Che Ali Khamenei fosse un tiranno e che il suo regime teocratico fosse tirannico non può essere messo in dubbio.
Vi sono pochi dubbi anche sul fatto che abbia ucciso migliaia di manifestanti all’inizio di gennaio. Le persone perbene dovrebbero accogliere con favore la decapitazione del regime. Tuttavia, prima di farlo, bisognerebbe anche chiedersi: che cosa verrà dopo?
I mercati, come sempre, hanno cercato di rispondere a questa domanda dalla prospettiva ristretta — ma comunque importante — di investitori e trader. Finora la reazione è stata contenuta. Al 3 marzo, il prezzo del Brent era salito a 80 dollari, il 9 per cento sopra il livello registrato poco prima del lancio dell’“Operation Epic Fury” il 27 febbraio.
Né il livello né la variazione sono particolarmente notevoli se confrontati con gli shock storici dei prezzi del petrolio: in termini reali, il petrolio era solo del 6 per cento sopra la sua media dal 1972 e molto al di sotto dei livelli raggiunti durante i maggiori shock petroliferi.
L’aumento dei prezzi del gas è stato molto più marcato: i prezzi spot del gas TTF olandese sono balzati del 40 per cento […]. I mercati hanno effettivamente mostrato preoccupazione per il futuro dell’inflazione, con il prezzo dell’oro in aumento e quello delle obbligazioni in calo. Ma nulla di tutto questo è sorprendente o drammatico. L’assunto implicito è che la furia sarà breve, con poche — se non nessuna — conseguenze di lungo periodo. […]
Eppure ciò che sta accadendo è esattamente lo scenario più dirompente che avevo immaginato quando la guerra di Gaza è iniziata nel 2023, cioè un conflitto che coinvolge l’intero Golfo Persico.
Questa regione è di gran lunga il più importante fornitore energetico del mondo. Secondo la Statistical Review of World Energy 2025, contiene il 48 per cento delle riserve petrolifere provate globali e ha prodotto il 31 per cento del petrolio mondiale nel 2024.
Contiene inoltre il 40 per cento delle riserve globali di gas naturale e ha fornito il 24 per cento di tutte le esportazioni di GNL nel 2024. Inoltre, secondo la U.S. Energy Information Administration, un quinto della fornitura mondiale di petrolio passa attraverso lo Stretto di Hormuz.
Questo è il vero collo di bottiglia delle forniture energetiche mondiali. Una guerra prolungata che interrompesse le esportazioni dal Golfo o, peggio, ne danneggiasse la capacità produttiva potrebbe avere costi enormi.
L’amministrazione statunitense deve esserne consapevole. Forse non sapremo mai perché abbia iniziato la guerra. Ma quando insiste sul fatto di volerne una breve, potrebbe dire la verità. Che questo sia davvero l’esito è un’altra questione: gli Stati Uniti non avevano certo pianificato di combattere una guerra di vent’anni in Afghanistan, che poi hanno perso in modo così umiliante.
[…] per Donald Trump esiste una proposta molto più allettante e plausibile: “l’opzione venezuelana” — entrare, raggiungere un accordo, uscire.
Purtroppo, vi sono poche probabilità di una rapida transizione alla democrazia. Oggi esistono poche delle condizioni necessarie. I petro-stati non sono quasi mai democrazie, perché le loro entrate derivano dalle rendite delle risorse naturali e non dagli sforzi economici della popolazione.
L’Iran è stato — e probabilmente rimarrà — un’eccezione a questa triste regola.
Inoltre, Trump non nutre alcun interesse per la democrazia. Un collasso nel caos è possibile. Ma è ancora più probabile che emergano nuovi “uomini forti” con radici nei Guardiani della Rivoluzione.
Trump potrebbe allora cercare un accordo: noi vi lasciamo al potere se smettete di minacciare i vostri vicini e ci permettete di condividere il petrolio. L’Iran possiede il 9 per cento delle riserve petrolifere globali ma produce solo il 5 per cento del petrolio mondiale: il potenziale di crescita è evidente.
[…] Se un simile accordo venisse raggiunto, il Golfo potrebbe tornare alla stabilità, anzi a una stabilità ben maggiore rispetto ai decenni successivi alla rivoluzione iraniana. Inoltre, un simile esito potrebbe ridurre anche la possibilità più pericolosa di tutte: un collasso dello Stato, di cui il politologo Stephen Holmes mette in guardia su Project Syndicate — con il materiale nucleare dell’Iran, i suoi scienziati e ingegneri nucleari lasciati liberi nel mondo. Un Iran stabile e non in guerra con i vicini sarebbe certamente preferibile.
Inoltre, questo esito potrebbe avere altri benefici per gli Stati Uniti: la loro posizione nel Golfo verrebbe rafforzata a scapito di Cina e Unione Europea, le due grandi potenze economiche più dipendenti da quella regione; i prezzi del petrolio tornerebbero alla normalità; e l’economia mondiale si stabilizzerebbe dopo una breve fase di turbolenza.
Sto suggerendo che qualcosa di così coerente fosse nella mente di Trump quando ha deciso di andare avanti? No. Sto suggerendo che ciò accadrà sicuramente? Ancora no. È possibile che l’Iran rimanga altamente instabile per molto tempo. Oppure la guerra potrebbe semplicemente continuare […] .
Eppure, quando si considera questa amministrazione, la scommessa migliore è la più cinica. Che Trump l’abbia pianificato o meno, potrebbe aver creato le condizioni per un accordo con chi controlla le leve del potere in Iran. Un simile accordo sarebbe accettabile per i suoi vicini, che non desiderano un Iran democratico.
La potenza americana sarebbe stata dimostrata. Europa e Cina sarebbero state messe in difficoltà. I governanti iraniani (e la famiglia Trump) sarebbero più ricchi. Cosa ci sarebbe di sgradevole in tutto questo, almeno dal punto di vista di Trump?
Sono veramente curiose certe presunte analisi: l’ indirizzo e la base confessionale non sono unici ma le bombe occidentali fanno poca distinzione dato che stiamo sterminando musulmani in maniera sistematica da almeno un quarto da secolo, sempre mossi da interessi e motivazioni mai rivelate . Ma i morti ci sono, sono reali. E si pensa che a ogni tempesta scatenata non vi siano pericolose reazioni, magari non immediate, che sono frutto di queste pesanti e sanguinose ingerenze occidentali.
Possiamo cercare di mantenere, ove possibile e con grande utilizzo e predilezione delle vie diplomatiche, buono rapporti con tutti e lasciare che siano i popoli a decidere le loro sorti?
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Bravo Martin,lo sappiamo,qui,che Donaldo non viene consigliato da coglions; ma poteva evitare di innervosire il mio capo che ha l’abitudine di schiavizzarmi per il pomeriggio intero quando gli prudono gli occhi.Bella vita quella del giornalista scialbo.
Nel periodo osservato, il prezzo spot del gas TTF ha registrato un aumento del 40%, configurando un idiosincratic supply shock con impatto transitorio sull’economia reale e sui mercati finanziari. L’evento ha generato un repricing tattico su fixed income, commodities e asset risk-on, pur senza segnali di disancoraggio strutturale delle aspettative di inflazione di lungo periodo. La curva dei tassi nominali sovereign ha evidenziato un aumento dei rendimenti forward sui segmenti medio-lunghi, mentre i credit spread investment grade hanno registrato un widening moderato; i bond a duration elevata hanno subito una compressione dei prezzi coerente con l’aumento dei tassi nominali attesi. L’analisi dei TIPS e dei futures su inflazione indica che l’incremento della volatilità inflazionistica è percepito come transitorio, confermato dal mantenimento di spread IG e HY contenuti.
Sul fronte delle commodities, l’oro ha registrato un apprezzamento coerente con la riduzione dei tassi reali impliciti (r nominale – inflazione attesa), confermando il suo ruolo di hedge reale. La curva forward dei future sul gas presenta elevata steepness, indicando aspettativa di normalizzazione dei prezzi energetici entro 6–12 mesi. Questo repricing dei future riflette un aumento dei costi industriali circoscritto e temporaneo.
Nei mercati equity, l’outperformance si è concentrata sui settori high energy e utilities, mentre i comparti ad alta intensità energetica hanno registrato compressione dei margini operativi. La volatilità implicita, misurata su VIX ed Euro Stoxx V2X, è aumentata in modo moderato, coerente con shock transitorio, e i multipli aggregate (P/E, EV/EBITDA) sono rimasti sostanzialmente stabili, con repricing osservato principalmente a livello micro-settoriale, in particolare su consumer e industrials.
Gli inflation breakevens a cinque anni/cinque anni forward hanno mostrato un rialzo limitato, indicando che le aspettative di inflazione di lungo periodo restano ancorate ai target delle principali banche centrali. Il pass-through sull’inflazione headline è stimato tra 1–2 punti percentuali, mentre la componente core resta stabile. La curva dei tassi forward a breve termine ha subito repricing tattico, senza alterare il segmento lungo.
Il mercato tratta l’evento come transient supply shock, con politiche monetarie sostanzialmente invariate e repricing tattico dei mercati obbligazionari, delle commodities e dei micro-settori equity, senza evidenze di cambiamento strutturale dei risk premia di lungo periodo. Resta un rischio al rialzo qualora lo shock si consolidasse, generando effetti secondari su salari e core inflation, con possibile aumento duraturo dei tassi reali, widening dei credit spread, compressione dei multipli azionari e incremento del premio per il rischio inflazione.
In sintesi, bond, commodities e equity hanno reagito coerentemente con le aspettative di shock temporaneo: prezzi obbligazionari compressi in funzione della duration, oro in apprezzamento come hedge reale, repricing micro-settoriale dei titoli azionari con beta stabile e credit spread contenuti. Il repricing osservato risulta tattico, senza evidenze di shock strutturale o cambiamento di regime macro-finanziario, confermando che il mercato percepisce la volatilità come circoscritta e transitoria.
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