Prima di lasciare palazzo Chigi vuole prendere tutto: legge elettorale, Rai, grandi partecipate di Stato. Si pensa alle urne anticipate per fare il più grande risiko di potere della destra italiana. Prima che il vento cambi

(Marco Antonellis – lespresso.it) – A Palazzo Chigi la chiamano “normalizzazione”, nei corridoi la sussurrano come “operazione pigliatutto”. Nel mirino di Giorgia Meloni non c’è solo la prossima campagna elettorale, ma l’architettura del sistema di potere nazionale dei prossimi dieci anni. Altro che gestione dell’ordinario: qui si gioca d’anticipo, con il cronometro in mano.
Primo tassello: la legge elettorale. In maggioranza la vendono come “Stabilicum”, parola che sa di efficienza e governabilità. Ma sarebbe meglio chiamarla “Meloncellum“. Per le opposizioni è il ritorno mascherato del Porcellum, con trucco e parrucco. Addio collegi uninominali del Rosatellum, proporzionale con premio robusto: 70 seggi alla Camera, 35 al Senato, soglia al 3 per cento e zero preferenze. Tradotto: coalizioni blindate e liste in mano ai capi. L’obiettivo? Mettere il campo largo davanti allo specchio delle sue divisioni e costringerlo a perdere le elezioni.
maledetto tempo
Il timing non è casuale. La finestra ideale, come da noi anticipato più volte, è ottobre 2026. Un anno prima della scadenza naturale. Perché aspettare di logorarsi quando si può capitalizzare? Se il referendum sulla separazione delle carriere dei magistrati passa con una valanga di Sì, la premier si presenta alle urne con il trofeo in mano. Se invece vince il No, meglio votare subito e trasformare la sconfitta in chiamata alle armi contro “le toghe politicizzate”. In entrambi i casi, l’idea è una: sorprendere.
Ma il retropensiero vola anche oltre Atlantico. Le midterm americane incombono (a novembre) e l’ombra di Donald Trump si allunga fin dentro Palazzo Chigi. Se a Washington il fronte trumpiano dovesse uscire ammaccato, l’effetto domino sui governi affini potrebbe essere meno simbolico di quanto si pensi. Uno stallo negli Stati Uniti significherebbe mercati nervosi e alleati meno spendibili. Meglio chiudere la partita prima che il vento in America cambi.
Nel frattempo si stringono i bulloni del potere domestico. Aprile: nomine delle partecipate, partita da miliardi e da poltrone strategiche. Luglio: riforma della governance della Rai (riforma si fa per dire perché in ogni caso il il controllo rimane in mano ai partiti e quindi al governo) sotto l’ombrello dell’European Media Freedom Act. Nuovo cda con scadenza 2031, blindatura settennale. L’attuale ad Giampaolo Rossi potrebbe essere riconfermato mentre nei corridoi si fa il nome del direttore del Tg1 Gian Marco Chiocci per un avanzamento. Fantapolitica? In via Asiago nessuno ride.
Capitolo sicurezza: a maggio scade il vertice della Guardia di Finanza. L’attuale comandante Andrea De Gennaro è in uscita. Nella rosa circolano Bruno Buratti, Umberto Sirico e Francesco Greco. Ma chi conosce il metodo meloniano sa che l’outsider è sempre dietro l’angolo. L’importante per palazzo Chigi è che sia un uomo di fiducia, in una stagione in cui fisco, Pnrr e controlli incrociano politica e affari.
Il quadro è chiaro: legge elettorale su misura, referendum come trampolino, voto anticipato per congelare i consensi ed evitare il logoramento, Rai e grandi partecipate di Stato in sicurezza gestite da fedelissimi, vertici sensibili allineati. Poi se tutto va in porto nel ’29 sarà un gioco da ragazzi prendersi il Quirinale. Un risiko che punta a lasciare all’opposizione solo le briciole (e forse nemmeno quelle) e a trasformare una legislatura fortunata (Meloni al governo ci è arrivata grazie alle divisioni del campo largo) in un ciclo lungo. La scommessa è alta: se l’all-in riesce, il banco resterà alla destra per molti anni ancora. Se salta, resteranno comunque in mano alla destra i principali centri di potere tricolore. Un modo per sedimentare il consenso e creare non pochi problemi e grattacapi a chi verrà dopo.