Paul De Grauwe, economista della London School of Economics, spiega in un’intervista a Repubblica che l’attacco al regime degli Ayatollah è un modo del capo della Casa Bianca per oscurare i problemi interni. Un’opinione che viene condivisa anche sui social e in alcuni commenti sui media internazionali

(ilfattoquotidiano.it) – “Sull’immigrazione è stato il disastro più assoluto, finito con gli omicidi degli scherani dell’Ice e poi gli 80mila posti di lavoro persi in un anno come non succedeva dai tempi della Grande Depressione, per non parlare degli Epstein Files. Non gli resta che ricorrere a qualche colpo di teatro dal crescente effetto-shock”. Chi parla è Paul De Grauwe, economista della London School of Economics: in un’intervista a Repubblica, si dice convinto che “anche in questo settimo attacco armato lanciato da Trump, portato al massimo livello e alla massima visibilità mediatica, c’è alla base la componente del diversivo”. Dunque, usare l’attacco all’Iran come arma di distrazione di massa: per De Grauwe “sono troppi i colpi a vuoto che sta mettendo a segno in patria, specialmente nell’economia, a partire ovviamente dalla vicenda dei dazi appena bocciati dalla Corte Suprema“. E dallo scandalo degli Epstein Files, nell’ambito dei quali è stata anche interrogata la coppia Clinton. “È la prima volta che la guerra coinvolge praticamente tutti 1 Paesi dell’area del Golfo, accomunati dal tragico disagio di dover far passare le petroliere attraverso lo stretto di Hormuz, proprio il braccio di mare che gli iraniani hanno chiuso con imprevedibili conseguenze”, prosegue l’accademico che sposa la teoria del diversivo, per una guerra sulla quale in Congresso Usa – peraltro – non si è ancora espresso e, probabilmente, non lo farà prima di mercoledì.
L’idea che l’attacco al regime degli Ayatollah sia un altro tentativo del capo della Casa Bianca per distogliere l’attenzione dalla crisi interna, trova spazio tra commentatori e media critici del tycoon e anche su X, dove l’hashtag #epsteindistraction viene rilanciato da settimane, ben prima dell’attacco all’Iran del 28 febbraio. Sui social, in generale, è diventato virale il termine “Operation Epstein Fury”, utilizzato in contrapposizione al nome ufficiale dell’operazione militare (“Operation Epic Fury”). Molti utenti sostengono che Trump stia cercando di aumentare il proprio consenso interno per proteggersi proprio dalle implicazioni dei file, dai quali peraltro è risultato siano scomparse oltre 50 pagine in cui una donna, minorenne all’epoca dei fatti, aveva descritto abusi subiti proprio dal presidente in carica.
Tra gli articoli sui media internazionali che sostengono la “teoria del diversivo”, spicca un commento su Al Jazeera del 26 febbraio firmato da Yoav Litvin– vicepresidente presso il Whatcom Peace and Justice Center, organizzazione non-profit con sede a Bellingham, nello stato di Washington, dedicata alla promozione della pace e della giustizia sociale attraverso l’azione non violenta e l’educazione. “La guerra agisce come una forza stabilizzatrice quando le contraddizioni interne non possono essere risolte attraverso la mobilitazione collettiva. Con le sue uniformi e le sue marce – si legge nel pezzo -, la guerra canalizza il malcontento unendo una popolazione frammentata e indignata contro un nemico esterno, trasformando la giusta rabbia per la violenza, l’oppressione e l’avidità di una classe dominante in unità, eroismo e significato artificiali attraverso la violenza contro “l’altro”. Queste dinamiche – prosegue l’articolo di opinione -, delineate da Benjamin decenni fa, risultano familiari nel momento presente, anche nello spettacolo che circonda lo scandalo Epstein. In questo contesto, il conflitto esterno non funziona solo come politica ma anche come consolidamento emotivo, reindirizzando la disillusione interna verso uno scopo nazionale collettivo”.
E anche un commento del 28 febbraio sul Guardian a firma di Christopher S Chivvis – esperto statunitense di politica estera e sicurezza nazionale e direttore di American Statecraft Program presso il think tank apartitico statunitense dedicato alla politica estera e alla cooperazione internazionale Carnegie Endowment for International Peace – sottolinea che “la sua escalation (di Trump, ndr) contro l’Iran arriva mentre si trova ad affrontare crescenti pressioni interne per aver attaccato i diritti civili dei cittadini statunitensi a Minneapolis, in un contesto di rinnovata attenzione sui dossier Epstein e a pochi giorni dalla bocciatura da parte della Corte Suprema degli Stati Uniti della giustificazione legale della sua politica tariffaria globale. In quest’ottica, gli attacchi funzionano come una classica “guerra diversiva” – un tentativo di dirottare la narrazione globale e soffocare lo scandalo interno con il fragore dei missili da crociera”.
Che la politica interna di Trump sia un totale fallimento è un fatto indiscutibile; i numeri lo confermano.
Mi sembra invece poco logico pensare che l’attacco all’Iran, che tecnicamente non si può nemmeno chiamare invasione in quanto non sono coinvolte forze di terra, possa essere considerato un diversivo.
Un diversivo, per definizione, deve produrre uno spostamento duraturo dell’attenzione pubblica.
In questo caso potrà essere tale solo per il periodo in cui ci sarà l’attacco, ma al termine dell’azione militare i problemi di politica interna ritorneranno alla ribalta mediatica.
Più che un’arma direi che è un fumogeno da stadio di distrazione di massa.
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