La conferma delle liste bloccate è l’aspetto più grave della legge che vuole il governo

Ogni proposta di legge elettorale che non preveda il ritorno alle preferenze è una proposta sbagliata

(di Roberto Celante – ilfattoquotidiano.it) – Nella notte tra il 25 e il 26 febbraio, la maggioranza ha trovato un accordo interno, circa i contenuti di un ddl che mira a modificare la legge elettorale. Prima di valutarne gli aspetti, converrà confrontare le caratteristiche dei due principali sistemi elettorali.

Nel sistema maggioritario, prevedendo collegi uninominali, in cui si candida un solo esponente di ogni partito, vince il candidato più votato e vengono cestinati i voti per gli altri candidati, penalizzando fortemente la rappresentanza. Questo sistema, secondo i propri estimatori, favorirebbe la governabilità. La tesi è censurabile, sia perché in democrazia la governabilità non può essere un vantaggio da preferire alla rappresentanza, sia perché non è scontato che il partito che elegge più candidati ottenga automaticamente una maggioranza schiacciante dei seggi disponibili.

Il sistema proporzionale, prevedendo seggi plurinominali da assegnare ai partiti con i candidati più votati, è viceversa il sistema più rappresentativo, ma, nel caso si registrasse uno scarto minimo tra i due partiti, o le due coalizioni, principali, la neonata legislatura sarebbe caratterizzata da una forte instabilità, con il rischio dell’arruolamento determinante, a sostegno della maggioranza, degli eletti dei piccolissimi partiti, che tradirebbero i propri elettori (ancorché, secondo l’art. 67 Cost., i parlamentari rappresentino l’intera Nazione e non siano legati da alcun vincolo di mandato con gli elettori). Il secondo difetto del sistema proporzionale (che peraltro concorrerebbe ad aggravare il primo) è da individuarsi nell’eccessiva frammentazione politica che esso favorisce.

Tra le criticità dei due sistemi elettorali, il sistema proporzionale si fa comunque preferire, perché in democrazia il pluralismo è un valore irrinunciabile; i difetti di questo sistema elettorale andrebbero tuttavia mitigati con degli opportuni correttivi. L’eccessiva frammentazione potrebbe essere evitata da una soglia di sbarramento del 5%, come nel sistema tedesco. Nel caso nessuno ottenga la maggioranza assoluta dei seggi, la governabilità potrebbe essere favorita da un premio di maggioranza, che attribuisca il 53% dei seggi al partito, o alla coalizione, che vinca al secondo turno: in questo modo, anche gli elettori dei partiti minori sarebbero coinvolti nella scelta del male minore, sempre nell’ottica di favorire la rappresentatività.

Inoltre, un premio di maggioranza limitato sarebbe funzionale a responsabilizzare i parlamentari, tanto di maggioranza, quanto di opposizione, per ovvi opposti motivi: il fenomeno dell’assenteismo, in tal modo, dovrebbe tendere a scomparire.

L’ultimo correttivo, teso a mitigare il rischio del “mercato delle vacche”, sarebbe la reintroduzione della possibilità per l’elettore di scegliere il candidato, attraverso il voto di preferenza: il parlamentare che “cambiasse casacca” rischierebbe molto a ripresentarsi nuovamente al successivo appuntamento elettorale, perché verosimilmente non verrebbe votato neanche dal proprio nuovo partito, i cui elettori gli preferirebbero candidati di maggiore “anzianità” di militanza nel partito e quindi di più elevata affidabilità.

Relativamente alla proposta di modifica della legge elettorale da parte della maggioranza, a mio avviso gli aspetti più critici sono: una soglia di sbarramento troppo bassa (3%), un premio di maggioranza eccessivamente elevato (60% dei seggi a chi raggiunga almeno il 40% dei voti) e infine, ma non ultimo, la conferma delle liste bloccate, ed è quest’ultimo il più grave, perché mina l’indipendenza dei parlamentari, rispetto alle direttive delle segreterie dei partiti.

Quindi, ogni proposta di legge elettorale che non prevede il ritorno alle preferenze è una proposta sbagliata, perché il Parlamento, da attuale luogo di nominati dai partiti, deve tornare ad essere un luogo di eletti. Altrimenti, continuerà ad essere una sorta di “ufficio ratifiche”, con il governo reale titolare anche del potere legislativo.