Referendum, bestiario di balle e insulti del Sì (tra Askatasuna, migranti e Barbero). I violenti di Torino votano No e invece Montanelli è meloniano. La sparata di Carlo Nordio sulle logiche “para-mafiose” dentro il Csm non è che l’ultima chicca di una campagna elettorale in cui il fronte del Sì, impegnatissimo a fare la morale al No, ha dato prova di una certa fantasia in tema di balle e scorrettezze.[…]

(di Lorenzo Giarelli – ilfattoquotidiano.it) – […] La sparata di Carlo Nordio sulle logiche “para-mafiose” dentro il Csm non è che l’ultima chicca di una campagna elettorale in cui il fronte del Sì, impegnatissimo a fare la morale al No, ha dato prova di una certa fantasia in tema di balle e scorrettezze.
Certo, anche l’altro fronte non è stato immune da scivoloni, ma certe parole in bocca a ministri (magari della Giustizia) o partiti di maggioranza hanno un altro peso. In questo Nordio regala materiale ogni settimana. Un mese fa 15 giuristi stavano raccogliendo centinaia di migliaia di firme per un nuovo quesito referendario e avevano pure avanzato ricorso al Tar contro la decisione del governo di anticipare il voto. Nordio ostentava sicurezza: “Il ricorso è inutile, anche perché il quesito non si può cambiare, non è un referendum abrogativo”. Risultato? Quesito cambiato dalla Cassazione. La stessa Cassazione che infatti sarà massacrata dalla destra (basti per tutti il capogruppo FdI Galeazzo Bignami: “La decisione dimostra che bisogna votare Sì, c’erano due giudici schierati per il No”).
Matteo Salvini punta da tempo sui casi mediatici più noti, senza perdere occasione di collegarli alla separazione delle carriere: “Il referendum è un passo avanti fondamentale di civiltà – è un suo post dello scorso autunno – Anche la cronaca degli ultimi giorni lo dimostra, dall’incredibile vicenda di Garlasco al sequestro dei tre bambini portati via in modo indegno e vergognoso”. Cosa c’entrino Garlasco e i bimbi nel bosco non è chiaro, ma la cronaca è spesso utilizzata per fini elettorali. Basta farsi un giro sulla pagina social di Fratelli d’Italia. Un montaggio mostra le violenze al corteo di Torino di un paio di settimane fa. Didascalia: “Loro votano No e ringraziano la toga rossa”. Cioè il gip che ha scarcerato tre manifestanti. “Già a piede libero – si indignava Salvini – Vergogna. Votare Sì è un dovere morale”. “E poi dicono che non si deve votare Sì”, seguiva Maurizio Gasparri da FI. Ma il pm aveva chiesto il carcere e il gip ha detto no: un perfetto esempio di autonomia.
La strategia social di FdI però è chiara: semplificare. Altri esempi: “Il governo Meloni vuole più sicurezza”, si legge accanto al fiero mezzobusto della premier, “le forze dell’ordine arrestano i delinquenti”, e si fa vedere un uomo in divisa, ma poi “le toghe rosse le liberano”. Sintesi: “Sì, ci siamo stancati”. Un’altra card mostra una famiglia a tavola che guarda la tv: “Tanto i rimpatri del governo Meloni trovano l’opposizione di certi magistrati”.
E che dire del caso di Alessandro Barbero. I comitati del Sì si sono superati, essendo riusciti per giorni ad accreditare la versione – poi sbugiardata con una certa fatica – che lo storico avesse detto fake news sulla riforma. In realtà Barbero aveva spiegato in un video le ragioni del suo No al referendum, spiegando come funziona oggi il Csm e come, secondo lui, (non) funzioneranno le cose se passasse la riforma Nordio. Fact checker improvvisati hanno iniziato il linciaggio spacciando come balle le opinioni personali (basate su fatti veri) del professore e Meta ha persino censurato il filmato. I partiti non vedevano l’ora, come dimostrano alcuni post che ancora si trovano sui social in cui le parole di Barbero vengono liquidate come “informazioni false”. Mica come quelle del governo.
Appena due giorni fa il ministro Adolfo Urso spronava a votare “per avere una giustizia più veloce”. Ma era lo stesso Nordio ad ammettere che “la separazione delle carriere non rende i processi più veloci”. Slogan per slogan, anche FI si sta dando da fare. Autobus e manifesti riportano una scritta a lettere cubitali: “La legge sarà uguale per tutti. Vota Sì”. Un claim che dovrebbe allarmare chi finora ha goduto di privilegi: forse i politici che possono farsi le leggi per salvarsi dai processi?.
Meglio stare sul generico, almeno non si viene smentiti. È andata peggio alla Fondazione Luigi Einaudi, che per spingere il Sì ha arruolato pure Indro Montanelli rispolverando alcuni estratti di un’intervista di 40 anni fa in cui, per altro, mai diceva di essere a favore della separazione delle carriere. È dovuta intervenire sul Fatto Letizia Moizzi, nipote del giornalista, per chiedere alla Fondazione di non appropriarsi a sproposito di Montanelli. Ma con un Nordio così, chi è la Fondazione Einaudi per fare ammenda?