
(di Francesco Bertolino e Milena Gabanelli – corriere.it) – Il 21 agosto il telefono di Nicolas Guillou ha smesso di funzionare: impossibile prenotare una corsa con Uber, un biglietto di treno, o fare un acquisto online. Le sue carte di credito sono state bloccate, impedendogli di pagare in supermercati e ristoranti o operare sul proprio conto corrente. Persino Expedia ha respinto la sua richiesta di riservare una camera di hotel in Francia. La «colpa» di Guillou e di altri quattro giudici della Corte penale internazionale dell’Aia è aver autorizzato l’emissione di un mandato di arresto per crimini di guerra contro il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il suo ministro della difesa Yoav Gallant. Per questa decisione i cinque giudici sono stati sanzionati dall’amministrazione Trump, che ha proibito a ogni azienda americana o con interessi negli Stati Uniti di prestar loro qualsiasi tipo di servizio. Stessa sorte a luglio 2025 era già toccata alla relatrice speciale Onu sui territori palestinesi occupati Francesca Albanese, «rea» di aver invitato la Corte a indagare su aziende e manager a suo giudizio complici dei crimini commessi dall’esercito israeliano a Gaza. PayPal è arrivata a bloccare i pagamenti che contenevano nella causale il nome «Francesca Albanese» che oggi non può aprire un conto neanche presso le banche italiane, preoccupate per le ritorsioni americane.
Il circuito obbligato
Questo avviene perché buona parte delle transazioni elettroniche nell’area euro sono gestite dai circuiti americani Visa, Mastercard, American Express. Vuol dire che se un domani i circuiti Usa decidessero, su ordine di Trump, di spegnere l’interruttore noi europei non potremmo più effettuare pagamenti con carta di credito. Del resto, i Paesi dell’Eurozona non sono mai riusciti a mettersi d’accordo per creare una rete europea di pagamenti; mentre le banche europee sono sempre state felici di incassare le laute commissioni versate dalle americane Visa e Mastercard. Sta di fatto che le sanzioni statunitensi equivalgono a una «pena di morte finanziaria» per chi le subisce. E la mannaia è quello che l’ex presidente della Repubblica francese Valery Giscard d’Estaing definì negli anni ’60 «il privilegio esorbitante» del dollaro.
Si parla sempre della supremazia militare degli Stati Uniti, ma la loro egemonia monetaria e finanziaria è ancor più rilevante e pervasiva. Dai dati della Federal Reserve gli asset in dollari (titoli di Stato, depositi, fondi, azioni) detenuti fuori dagli Usa ammontano a 70 mila miliardi, e sostengono circa un terzo dei 38 mila miliardi di debito pubblico di Washington.
Da 80 anni l’architrave dell’impero finanziario americano è il dollaro, e la sua ubiquità aumenta enormemente la capacità di indebitamento Usa perché le banche centrali, i fondi e le aziende «parcheggiano» i dollari in eccesso derivanti dai loro investimenti o dai loro commerci sui titoli di Stato americani. E sono tanti.
Un impero globale
Il dollaro rappresenta infatti il 58% delle riserve valutarie delle banche centrali contro il 20% dell’euro, il 6% dello yen giapponese, il 5% della sterlina e il 2% del renminbi cinese. Ancor più centrale è il ruolo del biglietto verde nel commercio mondiale.
Circa il 50% dei pagamenti internazionali è effettuato in valuta statunitense. Se si escludono le rimesse degli immigrati e gli scambi interni all’eurozona, nelle esportazioni vige un monopolio di fatto: è in dollari il 96% delle fatture commerciali nelle Americhe, il 74% nella zona Asia-Pacifico e il 79% nel resto del mondo. Significa che tutte le aziende che fanno affari all’estero devono avere un conto in dollari per pagare i fornitori e incassare dai clienti: non a caso, il 60% dei depositi bancari internazionali è in dollari. Per gestire i pagamenti delle imprese, a loro volta, le banche sono obbligate ad aprire un conto presso un istituto statunitense, poiché ogni transazione in dollari deve avvenire all’interno del sistema bancario americano. Di conseguenza le informazioni su tutti i pagamenti in dollari – ammontare, ordinante, destinatari – sono tracciate dalle autorità americane, anche quando l’operazione non ha alcun altro legame con gli Stati Uniti.
Arma di pressione e ricatto
Questa egemonia monetaria assicura leve di pressione formidabili alle autorità statunitensi. Per un’azienda o per una banca essere esclusi dal circuito del dollaro equivale a una condanna al fallimento. Ne sa qualcosa l’istituto bancario lettone Ablv: accusato dagli Usa nel 2018 di complicità con il regime nordcoreano, è bastata la minaccia di sanzioni per scatenare una corsa allo sportello da parte dei correntisti. E così la terza banca della Lettonia è saltata nel giro di pochi giorni. Ne sa qualcosa anche un nutrito gruppo di banche europee che hanno effettuato per conto dei loro clienti pagamenti in dollari verso Cuba, Iran, Sudan e Libia. Paesi sotto embargo americano, ma all’epoca non oggetto di sanzioni europee. Gli Usa non hanno gradito. Ebbene, Unicredit, Bnp Paribas, Deutsche Bank, Hsbc, Barclays, Credit Suisse, Commerzbank e altre, per non uscire dal circuito del dollaro hanno accettato, fra il 2010 e il 2020, di pagare al Dipartimento di Giustizia Usa multe per un totale di 18 miliardi di dollari. È anche per questo che nessuna banca osa aprire un conto ai funzionari Onu sanzionati dagli Usa e, anzi, congela i loro fondi, nonostante tali sanzioni, in teoria, non trovino applicazione automatica in Ue.
Anche per molti Stati l’accesso al dollaro è questione di vita o di morte economica: durante le crisi finanziarie, infatti, è la Federal Reserve a prestare dollari alle banche centrali degli altri Paesi per affrontare l’emergenza e «calmare» gli investitori. Cosa accadrebbe se questi flussi dovessero arrestarsi o se la Fed dovesse minacciare di negarli a chi si oppone alle pretese americane? Sarebbe il caos.
Segnali di fuga
La Cina ha da tempo avviato un programma per affrancarsi dal giogo del dollaro e nel 2025 circa il 40% dei suoi commerci è stato effettuato in yuan. Il ruolo globale della valuta cinese resta però limitato a causa dello stretto controllo del governo di Pechino sull’economia, sui capitali e sulle politiche monetarie. In Cina non si applica lo stato di diritto, e la mancanza di certezze sulle regole genera scarsa fiducia internazionale nei confronti dello yuan. Ma qualche serio dubbio ora sta emergendo anche verso gli Usa, alla luce delle instabili decisioni di Trump in politica estera. Motivo per cui la Bce sta accelerando il progetto di euro digitale che, intanto, consentirebbe di liberarsi dalla dipendenza dal circuito americano di carte di credito nei pagamenti interni, e di fornire un conto a tutti, anche agli individui sanzionati dagli Usa.
Le prospettive dell’euro
Per quel che riguarda la proiezione internazionale dell’euro la strada è lunga, ma possibile. Secondo la presidente della Bce, Christine Lagarde, l’euro potrebbe diventare un’alternativa credibile al dollaro se la Ue si dotasse di capacità di difesa autonome, se cominciasse ad emettere più debito comune per far capire agli investitori che l’euro è un progetto stabile, e se allargasse la sua influenza commerciale.
I trattati di libero scambio appena firmati con India e Paesi del Mercosur vanno in questa direzione, soprattutto se d’ora in poi l’import-export fra i due blocchi si svolgerà più in euro che in dollari. E poi il tema dei temi: il mercato unico dei capitali, ovvero la trasformazione delle 27 piazze finanziarie europee in una unica in grado di competere con Wall Street, dove ogni anno vengono investiti 300 miliardi di risparmi europei. Denaro che, invece di arricchire il nostro tessuto produttivo, va a sostenere il mercato Usa, il suo debito pubblico e i mega piani di spesa sulla difesa e tagli delle imposte promessi da Trump. Per fare tutto questo i 27 Paesi membri devono però marciare in un’unica direzione. Un rafforzamento che il Presidente americano sta tentando in tutti i modi di impedire, anche raccattando complici fra gli euroscettici, per avvelenare i pozzi lungo la strada.
dataroom@corriere.it
Da rileggere ogni sera prima di andare a letto.
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L’ EU ha fatto lo stesso con il colonnello svizzero Boud .Gli hanno bloccato i conti correnti perché alla Kallas non piaceva quello che lui diceva sulla guerra russo-Ucraina.
Sarebbe il caso di rivedere la filosofia sull’utilizzo del contante e delle carte di pagamento e dell’ intervento delle autorità su di esse .
Per quanto riguarda lo strapotere Usa . Beh , cosa e chi consente a questo stato di fare sanzioni e costringere tutti gli altri stati a rispettarle ? È democratico questo atteggiamento ? Cosa succederebbe se le sanzioni si facessero agli Usa?
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Perchè?
perchè c’è una Spectre Uccidentale sovranazionale che governa.
Essa non permette nessun dissenso rispetto ai suoi fini, volenti o meno, tutti si devono adeguare, altrimenti ti sanziona e ti strangola economicamente oppure ti bombarda e ti estingue, come ad esempio i palestinesi, ai quali hanno strappato anche gli occhi per piangere, nel silenzio imposto e nella complicità di fatto, dei “civili e democratici” governi UCCIDENTALI.
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Ma vuoi vedere che il vero nemico è il NOSTRO ALLEATO DI SEMPRE?
E ce l’abbiamo da anni e non ce ne siamo accorti?Pensavamo fosse puntin il cattivone.
Dai Gioggia fai una scelta… altrimenti crolla la polrona… attendiamo l’inversione ad U per una poltrona e per l’aspirazione al Quiri… val la pena no?
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Ormai sta andando tutto fuori controllo.
Qualche giorno fa Caracciolo in un articolo parlava come nei volantini delle BR (siamo a sovranità USA dal ’45 e i nostri governanti sono dei felici maggiordomi, ma dai!). E il tutto su Repubblica!
Oggi Gabanelli (sul Corriere!) ci dice tranquillamente che il sistema finanziario è a sovranità USA e che ti possono spegnere conto e carte se picciotto non obbedisce (sì, Nordio dopo un certo numero di aperitivi lo definirebbe un sistema para-mafioso).
Tutto fuori controllo.
Quando si inizieranno a unire i puntini?
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Che gli USA tenessero un guinzaglio con nodo scorsoio attorno al collo di chi, ai loro occhi, è poco più che un suddito, è un fatto a cui pochi credevano. Ora che hanno dato uno strattone e iniziamo a sentire l’aria mancare, gli increduli stanno diminuendo. Tuttavia, siamo ancora troppo pochi a esserne consapevoli, mentre il cappio si stringe sempre più velocemente. Finché l’Europa non avrà un suo circuito di pagamento unico (come il progetto EPI – European Payments Initiative), saremo sempre ospiti in casa d’altri. Il dollaro è un’ arma e il ricatto che esercita passa per l’extraterritorialità delle leggi americane: se una banca usa dollari, deve obbedire a Washington, ovunque si trovi nel mondo.
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Qualche tono allarmistico, qualche semplificazione, ma non male come articolo, tutto sommato.
Il legame finanziario fra USA ed UE è molto più intricato di come l’articolo lo descrive; un’uscita graduale è possibile ma bisogna farlo con estrema cautela se non si vuole incorrere in shock economici e finanziari.
Le banche sarebbero le prime a pagarne le conseguenze ma poi i loro problemi si trasferirebbero ai cittadini in modo amplificato.
Resta il fatto che, come scritto, i rapporti bilaterli stanno andando proprio in quella direzione.
Quanto all’euro digitale è previsto che faccia la comparsa in via sperimentale per la metà del 2027 per essere poi, eventualmente, esteso nel 2029.
Per come è concepito ed al netto dei cambiamenti che ci potranno essere, il wallet elettronico sarebbe limitato a 3000€ proprio per non mandare a rotoli il sistema bancario; quindi il tono allarmistico è ingiustificato.
Offre il vantaggio di dare un sistema di pagamento elettronico anche a chi non può permettersi un conto in banca e certamente ridurrebbe il potere ricattatorio dei provider del credito.
Ritengo quasi meschino citare come esempio la banca lettone che non si è piegata ai ricatti di Washington; Gabanelli dovrebbe spiegare come mai Sverbank non lo ha fatto e non è fallita; forse qualcuno riuscirebbe meglio a comprendere come funzionano certi meccanismi.
Poi si entra nel mondo dei sogni:
Una borsa unica europea non garantisce automaticamente che i capitali restino in Europa; può solo ridurre gli svantaggi competitivi e aumentare la probabilità che rimangano o ritornino; i soldi vanno dove c’è maggiore rendimento; non conoscono ideologie politiche o confini geografici.
Il debito comune può nascere ed essere credibile se e solo se c’è armonizzazione fiscale; paesi con evasione fiscale mostruosa (Italia e Grecia) o paesi con una spesa pubblica disfunzionale ormai stratificata (Francia) devono fare delle riforme draconiane a 360°C per stare al passo con paesi fiscalmente più virtuosi.
Può essere fatto per misure spot, quale è stato il PNRR, o potrebbe esserlo per iniziative riguardo la difesa comune.
Ma, inteso su vasta scala, come il sogno erotico immaginato dall’Alberto Sordi di turno, no.
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nessuno e tutti: ce ne siamo accorti eccome. È dagli anni ’70 che lo sento ripetere.
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