Meloni non può permettersi errori di sincronizzazione. Ogni mossa a Washington risuona a Roma, ogni parola sul referendum viene letta nelle capitali europee. È un gioco a incastro permanente, dove la posta in palio non è solo una riforma, ma la tenuta complessiva della sua stagione politica

(Marco Antonellis – lespresso.it) – A Palazzo Chigi lo chiamano “equilibrismo controllato”. Perché la fase che attraversa Giorgia Meloni non è fatta di proclami ma di bilancini. Ogni parola deve tenere insieme due platee diverse: l’alleato americano e il partner europeo, la base identitaria e il centro moderato, il governo e il Paese reale.
Sul tavolo internazionale il convitato di pietra è Donald Trump. Con lui la premier ha costruito un canale diretto. L’obiettivo è semplice: farsi trovare pronta qualunque sia la direzione della politica americana. Ma il rapporto privilegiato con Washington va dosato, perché a Bruxelles e Berlino l’attenzione è massima.
Quando il cancelliere Friedrich Merz ha preso le distanze dall’universo trumpiano con parole nette, a Roma si è accesa una spia. Non una crisi, ma un segnale: l’asse europeo pretende coerenza. Una linea che nasconde una trattativa continua.
Nel caso del Board internazionale, la soluzione dell’“osservatore” è nata dopo giorni di confronti tecnici e consultazioni istituzionali. In quelle ore il Quirinale di Sergio Mattarella è rimasto costantemente informato. Il richiamo ai principi costituzionali è servito a blindare la scelta, ma politicamente l’operazione resta delicata: troppo filoamericano per alcuni, troppo prudente per altri.
Dall’altra parte dell’Atlantico i segnali sono alterni. Alla Conferenza di Monaco il volto dialogante è stato quello di Marco Rubio, che ha rassicurato gli alleati sulla continuità strategica. Ma l’ombra di figure più muscolari, come JD Vance, continua a pesare. Palazzo Chigi segue ogni passaggio, consapevole che un cambio di tono a Washington può avere effetti immediati sui mercati e sugli equilibri politici interni.
E proprio sul fronte interno si gioca la partita più insidiosa. Il referendum sulla giustizia, nato come terreno tecnico, si sta trasformando in un banco di prova politico. L’opposizione lavora per cucirlo addosso alla premier, tentando di replicare lo schema che nel 2016 travolse Matteo Renzi. A Palazzo Chigi il precedente viene citato spesso, quasi come monito.
La strategia iniziale era mantenere un profilo istituzionale, evitare la personalizzazione. Ma i sondaggi riservati raccontano che l’astensione potrebbe diventare il vero avversario. E allora l’orientamento sta cambiando: più presenza sui territori, più coinvolgimento diretto, meno distanza tecnica dal quesito.
Il paradosso è evidente. All’estero Meloni deve mostrarsi garante dell’equilibrio euro-atlantico, interlocutrice affidabile e moderata. In Italia, invece, è chiamata a riaccendere la passione del suo elettorato, a trasformare una riforma complessa in una scelta di campo. Due registri opposti, due linguaggi diversi, una sola regia.
Chi la frequenta racconta che la premier alterna riunioni operative sui dossier internazionali a briefing politici serrati sulla campagna referendaria. È una maratona che non consente pause. Perché una vittoria consoliderebbe la leadership e aprirebbe la strada alle altre riforme in cantiere; una sconfitta, pur senza effetti immediati sul governo, ridurrebbe la spinta propulsiva della legislatura.
Il vero retroscena è questo: Meloni non può permettersi errori di sincronizzazione. Ogni mossa a Washington risuona a Roma, ogni parola sul referendum viene letta nelle capitali europee. È un gioco a incastro permanente, dove la posta in palio non è solo una riforma, ma la tenuta complessiva della sua stagione politica. Il rischio è quello dell’”anatra zoppa”.
ma che vuoi sincronizzare… si tratta solo di continuare ad ubbidire e genuflettersi agli USA…sempre stato..ora il grave è continuare ad essere alleato del “nemico” di colui che ti obbliga a comprare le sue armi,a pagare dazi inimmaginabili sino a due anni fa,a delocalizzare manodopera e aziende in casa sua,a pagare il gas e petrolio USA a prezzi imposti dall’alleato.
Sin tratta solo di dire chiaramente che da alleati siamo passati a COLONIA AMERICANA…grazie Gioggia ,,,a quando la libera vendita delle armi e l a magistratura sotto il Premierato?
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