
(dagospia.com) – “Ci siamo presi finalmente Sanremo!”, ghignano soddisfatti i capoccioni meloniani nei corridoi Rai di via Asiago.
D’altronde, dopo tre anni e mezzo di occupazione famelica dei posti di potere, mancava solo espugnare del tutto quel baraccone canterino che, anno dopo anno, ha sempre più assunto l’aspetto di un disturbo mentale di massa.
Ma per capire come si è arrivati al “Festival di Atreju” bisogna fare un passo indietro. Giorgia Meloni dopo l’edizione 2025 guidata da Carlo Conti si era accomodata nel salotto di “XXI Secolo”: “Non sono riuscita a vederlo tutto, ho visto la finale e una parte della serata della cover, ma mi è piaciuto quello che ho visto. Finalmente un Festival di Sanremo dove la musica è protagonista”.
Di fronte a lei il reggi-microfono Francesco Giorgino, la Premier non aveva nascosto il suo entusiasmo: “Finalmente un Festival di Sanremo dove non ti ritrovi questi soloni che devono fare il monologo mentre tu vuoi solo sentire della musica. Una scelta bella e anche condivisa, visto i dati sugli ascolti che sono andati molto bene”.
Per poi concludere: “Faccio i miei complimenti per questa edizione, o almeno per quello che ho visto di questa edizione. Faccio i miei complimenti a Carlo Conti, ho trovato della bella musica e un buono spettacolo”.
Una promozione piena, i complimenti per aver “anestetizzato” il viavai sul palco dell’Ariston, evirandolo di ogni personaggio portatore insano di polemiche politiche.
Tradotto: “l’Uomo nero” (come abbronzatura, sia chiaro) ha liberato Sanremo dallla spaventosa deriva dell’egemonia della sinistra.
Ed ecco a voi l’ex Robertaccio Benigni in versione “foglia di fico”, Cristicchi martire per permettere alla destra di frignare e vestire i panni delle vittime, mezzo salvato da un cast musicale forte portato all’Ariston sull’onda lunga dei Festival precedenti by Amadeus.
Troncare e sopire però non basta più a TeleMeloni. Così Carlo Conti, solitamente un mezzo Daniele Piombi democristiano e aziendalista, fa una scelta politica (o viene costretto a farla, decidete voi): lo scorso dicembre sale sul palco di Atreju, manifestazione politica di Fratelli d’Italia.
In prima fila applaude Arianna Meloni, subito dietro l’onnipresente l’ex autista di Celentano, oggi sottosegretario al dicastero della Cultura, Gianmarco Mazzi.
In Rai si limitano a far filtrare: “Ha parlato di tv e non di politica, in passato è stato alla Festa dell’Unità”.
Che non è la stessa cosa, non serve spiegarlo o forse sì. Atreju è il palco del primo partito di governo, quello che detta legge a Viale Mazzini.
Finito l’”effetto Amadeus”, Conti si ritrova a scodellare sul palco dell’Ariston un cast debole, pieno zeppo di relitti e di sconosciuti, e prova a bilanciare con lo spettacolo. Al suo fianco per cinque sere arriva la Diva (nel senso che ci si sente) Laura Pausini, tutta bizze e urla al microfono.
I “gerarchi delle sette note” tirano un sospiro di sollievo: non canta ‘’Bella Ciao’’ perché la considera una canzone divisiva (mica come quei “comunisti” di Mengoni e Amadeus, che l’avevano accennata in sala stampa). Si era pure schierata su Bibbiano. Il nome giusto.
Così Conti accoglie nel cast Fedez, quella “cima di rap” che si diverte in barca con La Russa e Santanché, apre le porte a Morgan (amico di Giorgia Meloni), alle prese con i suoi problemi con la giustizia.
Porta sul palco il filo putiniano Pupo nella serata cover e scivola sul caso Pucci. Sulla scelta del comico destrorso, che fa tanto sghignazzare Ignazio La Russa, la Rai alla deriva di Giampaolo Rossi scarica la responsabilità su Carlo Conti, che da Fiorello ammette di averlo scelto. Ma c’è chi assicura che l’ammissione sia arrivata dopo qualche telefonata…
E il caso Pucci, con la sua rinuncia ad affiancare Conti come co-conduttore di una serata sanremina, diventa un caso politico non certo per chissà quale bombardamento di sberleffi e di insulti dei soliti imbecilli da tastiera, né tantomeno il comico è stato trafitto da una violenta campagna dei giornali di sinistra.
Ma ci vuole tanto per capire che alla propaganda dell’Armata Branca-Meloni, occorreva semplicemente un ‘’Pucci martire’’ della “spaventosa sinistra illiberale” (copy Ducetta) per tentar di coprire le deliranti disavventure in casa Rai del fratellino d’Italia, Patacca Petrecca?
E vai con i social meloniani scatenati per il novello “Giordano Bruno della Fiamma” mentre la Statista della Sgarbatella parte a tutto gas facendosi intervistare dal pronto soccorso del ‘’Corriere della Sera’’.
Sbuca pure ‘Gnazio La Russa che dallo scranno di seconda carica dello Stato si affanna a solidarizzare con il reietto Pucci che, grazie alla sua geniale comicità (“Le mogli sono stitiche ma cagano sempre il cazzo”, “Quando le mogli si vogliono accoppiare ti mettono il calcagno gelato sulle palle”), nel 2023 fu insignito dell’Ambrogino d’Oro, massima onorificenza civile del Comune di Milano.
Tra dodici giorni, martedì 24 febbraio, passato in soffitta il comico del Dolce Stil Novo caro a via della Scrofa, conterà solo lo share Auditel. E nella settimana di Sanremo, le sfide per Carlo Conti saranno diverse.
Ci sono innanzitutto le partite dei playoff di Champions, decisive: martedì 24 febbraio toccherà all’Inter affrontare il Bodo, e mercoledì la Juve incontrerà il Galatasaray.
La prima partita sarà trasmessa su Sky, la seconda su Prime video: piattaforme a pagamento, certo, ma a cui migliaia di tifosi delle due squadre (le prime due per numero di sostenitori in Italia) sono già abbonati.
Non sarà questa controprogrammazione da sola ad affossare il Festival. Le insidie più preoccupanti, per Conti e il baraccone Rai, come al solito, potrebbero arrivare da Mediaset.
Per esempio, da “La ruota della fortuna” di Gerry Scotti, che ogni giorno si sovrapporrà per quasi un’ora con il Festival: la trasmissione di Canale 5, infatti, parte alle 20.35 e arriva fino alle 21.48/21.50, a Sanremo inoltrato.
Il Biscione non ha intenzione di modificare la programmazione di Rete 4 e Italia 1: restano quindi i talk show di Berlinguer (martedì), Labate (mercoledì) Del Debbio (giovedì), e il crime “Quarto Grado” di Nuzzi (venerdì). L’unica serata che cambia, per Mediaset, è il sabato, quando non andrà in onda “C’è posta per te”, di Maria De Filippi.
Non certo una controprogrammazione da fine del mondo, ma comunque in grado di disturbare il Sanremo “sovranista” di Conti. Con un cast depotenziato, zero ospiti di gran richiamo e il solito fritto misto da carrozzone Rai, potrebbe essere difficile eguagliare il record dello scorso anno (66% di media di share).
Ma il “vincerò”, raccontano alcune fonti interne, lo urlerà dal palco dell’Ariston nell’ultima serata Andrea Bocelli. Sarà contento Riccardo Muti che ha più volte fatto notare come il “Nessun dorma” ormai sia ovunque, come prezzemolo: “Se non siamo presi sul serio all’estero è anche colpa di noi italiani, che incoraggiamo questo modo circense di cantare. Tipo il “Vincerò” di cui non se ne piò più…”.
E possiamo svelarvi la reazione di Giorgia Meloni: apprezzerà perché è una grande fan, e amica, del tenore toscano. D’altronde ha trascorso più volte le vacanze al bagno Alpemare di Forte dei Marmi di proprietà di Veronica Berti, moglie di Bocelli.
Si sono presi pure Sanremo ma la colpa è sempre della sinistra. A trovarla ‘sta sinistra…
Un tentativo per prendere tutto venne messo in atto già da “”””sinistra”””” , con una potente offensiva scatenata dal tizio da Rignano. C’è una precisa liturgia già dalla auto-presentazione: uno si faceva passare per un innocente e devoto boy – scout e l’ altra una tenera underdog che è emersa solo grazie alle sue forze.
In realtà entrambi in politica da sempre, hanno potuto scalare il potere grazie a imponenti supporti mediatici, inizialmente privati e assolutamente funzionali al mantenimento di un assetto reazionario (i beneficiari, per meritare il supporto, devono essere ciecamente €uro-nato-atlantisti), per poi, una volta saliti al potere, condizionare pesantemente il servizio pubblico e prenderne le redini.
Ora serve il due su due: il delirio da potere fortunatamente può essere demolito, come già avvenne per il referendum 2016, votando NO a marzo prox. Con un NO pieno di motivazioni varie la corsa per un nuovo mandato della signora dalla Garbatella viene seriamente compromessa e, forse, anche il suo attuale governo.
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