Il governo mette la fiducia sul pacchetto all’Ucraina per stanare i vannacciani. Sul referendum la maggioranza è preoccupata da report interni sugli astenuti

(Giulia Merlo – editorialedomani.it) – Il decreto Armi per l’Ucraina è un passaggio troppo importante e il governo non ha intenzione di giocare con gli “arditi” del generale Roberto Vannacci. Per questo il ministro della Difesa Guido Crosetto si è presentato in aula alla Camera per porre la questione di fiducia sulla conversione del decreto legge: non un modo per «scappare dalla discussione degli emendamenti», ma un atto forte che «obbliga tutti i rappresentanti della maggioranza a dire se, su un tema politico così rilevante, continuano ad appoggiare il governo. E in qualche modo rende chiarezza sulle posizioni di alcune persone».

Il riferimento di Crosetto è chiaro – i tre “vannacciani” Rosario Sasso e Edoardo Ziello (ex Lega) e Emanuele Pozzolo (ex FdI – l’intento anche: «Non è un modo di scappare da una crisi interna, ma semmai di evidenziarla ancora di più».

In altre parole, la scelta è stata quella di non offrire spazio al gruppo di Vannacci per rimestare nelle difficoltà della maggioranza ma di metterlo subito davanti a un bivio: votare con il centrodestra nella speranza implicita di trovarvi spazio oppure votare contro, ponendosi automaticamente fuori. «I frutti li riconosceremo», è stata la conclusione di Crosetto a chi gli ha chiesto di valutare un eventuale no dei vannacciani alla fiducia. A margine il ministro ha anche dato i tempi del suo “progetto Difesa”: «La bozza sarà pronta lunedì e sarà contenuta in un disegno di legge» perché «il parlamento si assuma la responsabilità di costruire la difesa del domani».

I tre vannacciani intanto, privi di palco parlamentare, hanno trovato spazio e microfoni fuori dall’aula di Montecitorio, davanti a uno striscione che diceva «Stop soldi per Zelensky. Più sicurezza per gli italiani». Lo slogan farebbe intuire il no al decreto Armi, ma i pretoriani hanno frenato, definendosi «in una fase di riflessione» e aggiornando a poco prima del voto lo scioglimento della riserva. A decidere, infatti, sarà il presidente-generale di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci.

«Con gli ordini del giorno comunque questo tema verrà affrontato», ha aggiunto Pozzolo, sottolineando che Vannacci non ha mai detto «di non voler lavorare con il centrodestra». Peccato che poco prima il collega Ziello abbia accusato il vicepremier Matteo Salvini di «incoerenza» e di essere «schiacciato dalle contraddizioni».

I guai della Lega

Così la mossa della fiducia ha innescato due moti e interpretazioni opposte. Se il governo sostiene di averlo fatto per far emergere in modo netto l’eventuale defezione del generale, i vannacciani in insolito asse con le opposizioni lo hanno interpretato come un modo per nascondere le difficoltà della Lega, i cui parlamentari sono da mesi inquieti sull’opportunità di votare il nuovo decreto Armi all’Ucraina che Salvini aveva tentato di bloccare a dicembre, ma senza successo. Altro che assunzione politica, ha tuonato la capogruppo dem Chiara Braga, «è sfuggire da questa discussione politica. La presidente Meloni dovrebbe assumersi fino in fondo la la responsabilità di questo passaggio». Vannacci, sui suoi social, ha rincarato: «La Lega chiede al governo di porre la fiducia per evitare di far palesare il voto di coscienza (o le assenze in aula) di molti leghisti».

L’esito del voto di fiducia si scoprirà oggi, quando il generale darà indicazioni alle sue per ora agili truppe. Intanto, però, le difficoltà della Lega appaiono sempre più evidenti. Ormai stabilmente superato da Forza Italia all’8,4 per cento, secondo l’ultimo sondaggio Swg il partito di Matteo Salvini arranca intorno al 6,6 per cento, con il Futuro nazionale di Vannacci dato al 3,3. La previsione può apparire forse troppo favorevole all’eurodeputato e forse frutto del battage successivo al suo strappo più che di realistico peso politico. Eppure, per la prima volta la minaccia ha un numero a cui essere associata.

Incognita referendum

In questa fase, il governo è assediato proprio dalle percentuali. La prima è appunto quella delle intenzioni di voto dei cittadini, che serviranno a modellare la legge elettorale. Fonti di centrodestra concordano che la riforma del sistema di voto arriverà e arriverà anche presto, senza se e senza ma. «Necessaria», viene definita, e «svincolata» dall’esito del referendum costituzionale. L’incognita Vannacci però impone una ponderazione attenta, soprattutto per la soglia di sbarramento.

Questo è l’altro campo i cui numeri non fanno sorridere. Gli alleati, infatti, hanno commissionato una serie di studi per capire come muoversi e l’esito sta creando più di qualche preoccupazione. Il sentiment intorno alla riforma della magistratura è di favore, per quasi due terzi dei cittadini, la propensione ad andare a votare invece è opposta: dei favorevoli, meno del 20 andrebbe alle urne; tra i contrari invece è deciso a votare oltre 80 per cento. Ecco quindi spiegato il testa a testa registrato dai recenti sondaggi. Il dato che più sta facendo riflettere palazzo Chigi, però, è quello secondo cui una discesa in campo di Meloni per il Sì provocherebbe esattamente l’effetto contrario, motivando gli indecisi del No a votare. Un perfetto “effetto Renzi” come nel 2016, è la sintesi. Saggiamente, dunque, la premier sta rimanendo nelle retrovie, lasciando la scena al ministro Carlo Nordio: troppo alto il rischio di eterogenesi dei fini, troppi giorni di passione ancora separano dal voto del 22 e 23 marzo. Eppure una strategia alternativa alla politicizzazione del voto con il nome della premier andrà trovata, per evitare che le opposizioni diano la prima vera spallata così a ridosso delle prossime elezioni politiche.