La redazione di Rai Sport fa sciopero delle firme contro il direttore, ma la premier e Rossi fanno quadrato: nessuna richiesta di dimissioni. A palazzo Chigi sono furiosi per la figuraccia. Chiocci la carta del futuro

(Lisa Di Giuseppe – editorialedomani.it) – Un’«assunzione di responsabilità». A tardo pomeriggio il mondo Rai si interpella sull’interpretazione autentica di un’espressione che in altri tempi avrebbe significato “dimissioni”: non è questo il caso. Ieri l’ad della Rai, Giampaolo Rossi, ha incontrato il direttore di Rai Sport, Paolo Petrecca, dopo la sua disastrosa telecronaca della cerimonia d’apertura delle Olimpiadi, ma la ricostruzione che filtra a fine appuntamento restituisce un colpo al cerchio e uno alla botte: a Petrecca è stato chiesto di aprire un confronto con i giornalisti, ma l’assemblea non deve mettere in difficoltà l’azienda «sotto gli occhi del mondo».
Tutt’altro che un ramoscello d’ulivo. Il Comitato di redazione di Rai Sport ha ribattuto a stretto giro giudicando, insieme a Fnsi e Usigrai, la nota dell’azienda «irricevibile».

«Una supercazzola», commenta un dirigente in maniera schietta. Non succederà niente, almeno non per i prossimi quindici giorni: dopo le Olimpiadi, forse, si vedrà. Dimissioni per il momento non sono state né proposte da Petrecca né richieste da Rossi. Resta il fatto che la polemica continua a imperversare e neanche il presunto attacco politico ad Andrea Pucci, che lo avrebbe indotto al passo indietro dal palco di Sanremo, ha saputo distogliere l’attenzione dalla débâcle della telecronaca della serata inaugurale dei Giochi. Una soluzione per ora non è in vista. Si guadagna tempo. Dopo le Olimpiadi ci sono Sanremo e poi le Paralimpiadi.
Per ora vanno portati a casa i Giochi, è il ragionamento. La prossima grande prova per chi sarà al timone di Rai Sport in estate saranno i Mondiali di calcio. In azienda e dentro FdI non escludono che a gestirli potrebbe essere qualcun altro. Sarebbe la seconda exit strategy offerta a Petrecca, che già a RaiNews aveva creato diversi grattacapi ai vertici, tanto da dover essere spostato. Resta anche da vedere dove arriverà la trattativa con il Cdr. La redazione, al di là di pochi ancora fedeli al direttore, ieri ha proclamato uno sciopero delle firme e chiesto la lettura di un comunicato sindacale in cui si parla di «grave imbarazzo» e si certifica che «questa non è una questione politica». Alla fine dei Giochi, darà anche attuazione del pacchetto di tre giorni di sciopero già approvato in assemblea. Difficile che l’incontro con l’azienda, in programma a breve, possa risolvere una situazione così tesa.

Insoddisfazione
A palazzo Chigi il guaio grosso della tv di stato sta scaldando gli animi. Fin dall’inizio i destini della Rai non erano in cima alle priorità della presidente del Consiglio, ma quando una serie di gaffe, scelte infauste e valutazioni sbagliate hanno iniziato a trasformare viale Mazzini in un problema, Meloni è diventata furiosa. La responsabilità principale, ai suoi occhi, grava sull’ad, che non si è saputo imporre. È stato fatto filtrare che Rossi avrebbe espresso dubbi sulla conduzione del direttore di Rai Sport. «Ma se è l’ad, non avrebbe dovuto dare seguito alle sue perplessità e intervenire?» si chiede un dirigente di primo piano. Lo stesso vale per la vicenda Pucci: anche in quel caso Rossi ha fatto ricadere le responsabilità sul direttore artistico di Sanremo. Effettivamente Carlo Conti ha voluto fortemente la sua presenza sul palco dell’Ariston, ma le battute omofobe e misogine del comico erano ben note.
La strategia degli ultimi giorni, con un grande dispiegamento di forze da parte della destra, intanto continua. A scomodarsi per chiedere che la governance domandi a Pucci di tornare sui suoi passi è addirittura Ignazio La Russa. «Fa morire dal ridere senza offendere mai nessuno. Io invito la Rai a chiedergli di cambiare idea» dice il presidente del Senato. Più in piccolo, il sindacato voluto dai dirigenti della Rai, Unirai, è uscito con una nota a sostegno dell’azienda (non di Petrecca). Nel frattempo, l’approfondimento – nello specifico XXI Secolo di Francesco Giorgino – offre ancora un palco a Nello Musumeci che difende l’azione del governo nel disastro di Niscemi.

Ma l’ospitata si incardina in una giornata nera per TeleMeloni e dimostra come la macchina di propaganda continui a incepparsi. Ad aggiungere rogne per Rossi è il Pd, che chiede lumi sulla nuova striscia informativa di Rai 2 affidata a Tommaso Cerno, ma anche l’ufficio diritti televisivi, che non è riuscito ad accaparrarsi i diretti per trasmettere le Atp Finals in un momento in cui il tennis italiano è sul tetto del mondo.
Strategia
Ogni giorno ha la sua gaffe, parrebbe. E così Meloni sarebbe consumata da un dissidio interno: da un lato il riflesso condizionato dei camerati a difendere fino all’ultimo i propri, anche quelli che compiono qualche passo falso di troppo come Petrecca; dall’altro il desiderio di affidare il carrozzone del servizio pubblico a un giornalista che ritiene più efficace dei dirigenti “neri” storici, tanto da avergli dato in mano il timone del Tg1. Gian Marco Chiocci è stato a più riprese tirato in ballo come possibile prossimo portavoce di palazzo Chigi, ma c’è chi ora fa il suo nome come alternativa a un Rossi che non sarebbe più tanto saldo nel suo mandato, che però dura un altro anno e mezzo. Un modo per risolvere il busillis ci sarebbe: accelerare sulla riforma e includere una norma che provochi la decadenza anzitempo del Cda in carica.
Nel frattempo le scivolate dei Fratelli di Rai irritano anche gli alleati di governo. C’è chi cita a buon esempio Auro Bulbarelli, vicedirettore di Rai Sport considerato gradito alla Lega che si è giocato la telecronaca con la sua infausta anticipazione sul ruolo di Sergio Mattarella all’inaugurazione. La sintesi più azzeccata arriva da un dirigente di maggioranza: «Ha fatto una stupidaggine e ha accettato di tornare in panchina, nessuno ha parlato di attacco politico. Di qua c’è solo arroganza, che aspetta il Bussola (soprannome di Rossi ndr) a dare un segnale distensivo?»
Cercasi Petomane
(Di Marco Travaglio) – “La Bbc non mi piace, ma non posso farci niente”. Così rispondeva Margaret Thatcher a chi le chiedeva un commento sulle critiche della tv pubblica al suo governo. Noi speriamo sempre che quando a un politico italiano viene chiesto di questo o quel programma tv, o giornalista, o artista che lo critica rispondesse così. Invece tutti (o quasi) ficcano il naso, anche se nessuno glielo chiede, come se fossero direttori dei palinsesti e dei giornali: come se chi fa politica fosse tenuto a occuparsi di informazione, comicità e satira, e non viceversa. Il colmo del ridicolo l’hanno raggiunto il Pd e i Melones: con tutto quel che accade in Italia e nel mondo, hanno pensato bene di farci conoscere il loro decisivo pensiero su tal Andrea Pucci, il “comico” noto per le battute sull’avvenenza della Schlein e sui gay col tampone nel culo, dunque ingaggiato da Carlo Conti per co-condurre il Festival. “Sanremo… sto arrivando”, ha postato Pucci sotto una foto di spalle a culo nudo. “Però all’Ariston mettiti almeno un costumino!”, ha ribattuto Conti, bruciandosi la gag più esilarante dell’intera kermesse.
Poi quei geni del Pd hanno chiesto “spiegazioni” alla Rai contro il tizio “palesemente di destra, fascista, omofobo, volgare e razzista” in Vigilanza, come se questa decidesse il cast dei programmi e come se il direttore Coordinamento generi e palinsesti della famosa TeleMeloni non fosse in quota Pd. La Rai ha invocato il diritto di satira per Pucci. Il quale, alla parola “satira”, s’è spaventato al punto di darsela a gambe. Con gran sollievo della Rai, che s’è risparmiata un’altra figura barbina dopo la telecronaca più pazza del mondo (l’inaugurazione olimpica vista da Paolo Petrecca). Ma la Meloni se l’è presa col “doppiopesismo della sinistra”, la “spaventosa deriva illiberale” che “censura la satira”. Una serie di ossimori da Guinness: Pucci non ha mai saputo di fare satira e soprattutto si è censurato da solo. E il pidino Graziano, lo stesso che chiedeva spiegazioni su Pucci, ha intimato ai destri di occuparsi “di Niscemi e altre emergenze sociali”, come se non avesse iniziato lui. Intanto il cucuzzaro dei Tajani, Salvini, Lupi, La Russa (il presidente del Senato ha persino telefonato al tizio), strillavano al “bavaglio” e all’“editto bulgaro”: cioè, denunciando il doppiopesismo dei sinistri, riuscivano a dimostrare il proprio, visto che l’editto di B. contro Biagi, Santoro e Luttazzi lo difendono (o lo negano) da 24 anni e qui nessuno – a parte Pucci – ha cacciato Pucci. Ora però il grande vuoto lasciato dalla sua rinuncia va in qualche modo riempito. In mancanza di Joseph Pujol, in arte il Petomane, prematuramente scomparso, si potrebbe ingaggiare Petrecca per un “Tutto Sanremo minuto per minuto”. Anche vestito, volendo.
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La Bbc NON è più quella, già dalla metà degli 80′ comiciò a cambiare, a decadere a cercare di rincorrere e manipolare le notizie, prima in modo impercettibile, poi sempre più vistosamente col primo ministro Blair, un chiaro esempio di tecnica di manipolazione di notizie e persone messa in atto dalla BBC, fu la famosa intervista a Diana Spencer nel 1997.
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