La vicenda del comico che ha rinunciato a Sanremo mostra l’ennesimo fallimento di una maggioranza che vorrebbe imporsi culturalmente ma che per ora ha compiuto solo disastri. A partire dalla “commedia” che ha visto protagonista l’ex ministro Sangiuliano

(Alice Valeria Oliveri – editorialedomani.it) – Non l’avevamo visto arrivare. Il Pucci-gate è senza dubbio una delle più inaspettate acrobazie della guerra culturale meloniana. Del resto, siamo nel pieno delle Olimpiadi, la medaglia d’oro al triplo carpiato della propaganda vittimista del governo doveva pur vincerla qualcuno – dispiace per l’argento al direttore di Rai Sport, Paolo Petrecca, che con la sua telecronaca della cerimonia di apertura si era pure impegnato.
«Censura rossa» titola la prima pagina de ll Secolo d’Italia, «Purghe democratiche» dice Il Giornale, «Pucci rinuncia a Sanremo per colpa del Pd», urla La Verità. Preoccupa, nell’allarme, l’assenza della cancel culture, alleata storica del piagnisteo politicamente scorretto, ma la strada per la kermesse è lunga e non è ancora detta l’ultima parola woke.
Nelle comunicazioni istituzionali della maggioranza relativa, invece, l’emergenza-censura prende la forma di una «deriva illiberale» denunciata dalla nostra presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, che si trova pensosamente a riflettere sul grave accaduto, affiancata da un lapidario «vietato ridere» del ministro Antonio Tajani, mentre la seconda carica dello Stato, Ignazio La Russa, ci informa di aver fatto una telefonata solidale all’amico neroblu. Una mobilitazione simile non si vedeva dai tempi della crisi di Sigonella.

«Tutta colpa della sinistra»
Basta l’imbarazzo provocato dalle reazioni di chi dovrebbe occuparsi di realtà anziché di shitstorm su X a chiudere qualsiasi spiraglio di dibattito su questa vicenda grottesca, ma i tempi che viviamo, tra i tanti sforzi, ci impongono anche quello di un’ulteriore riflessione.
Prima di tutto, quella su uno degli aspetti più surreali delle recenti ore di paura e delirio all’Ariston, ossia l’attribuzione di una responsabilità alla sinistra, mandante morale dell’attentato pucciano. Una sinistra che, stando alle card apodittiche lanciate sui vari social di Fratelli d’Italia, reputa più pericoloso un simpatico umorista di un manifestante che lancia estintori.
Per riassumere, dunque: un comico famoso non solo per una manciata di sketch orgogliosamente triviali, come quello in cui durante il Covid consigliava tamponi rettali per le persone omosessuali, ma anche per una presunta passione per le croci celtiche (così racconta il collega Giorgio Montanini ospite qualche anno fa al podcast Tintoria), viene chiamato per una serata di Sanremo, e quando sul web si scatena una contestazione, come peraltro succede con tutto ciò che riguarda il festival, il suddetto comico si fa indietro, in piena autonomia.
Questo processo, per la destra, diventa una missione coordinata delle forze politiche di opposizione, colpevoli di voler silenziare un libero pensatore. In altre parole, puro fantasy, ma la passione per il genere è nota.
Una fetta di egemonia
La missione in corso dal 2022 a oggi, semmai, sarebbe un’altra. Niente a che vedere con poveri comunisti, sinistri e sinistrati che censurano chi non la pensa come loro: il governo, come è intuibile, oltre che dichiarato, punta i piedi per la sua fetta di egemonia a lungo agognata, collezionando una serie di fallimenti che poi, per comodità, ascrive all’odio antagonista, dimenticando che forse, per fare la cultura egemonica, serve anche la competenza in materia.
Massimo D’Azeglio avrebbe detto: abbiamo fatto l’Italia meloniana, ora facciamo gli intellettuali meloniani, più o meno. E così, in una comica – questa sì che fa ridere – sequela di nomine disastrose e di errori nelle assegnazioni basate su criteri di dubbio valore professionale (e pensare che sono stati loro a fare il ministero del Merito), il Risiko culturale della destra perde tanti piccoli carri armati neri.

Il Risiko culturale
Poche ore prima di Pucci era infatti capitolato il sopracitato Paolo Petrecca, direttore di Rai Sport in quota FdI, cronista delle Olimpiadi invernali e slalomista di gaffe. Anche Petrecca, come Pucci, è vittima di un’Italia che non sa più scherzare, non certo del fatto che non conoscesse neanche i nomi dei pallavolisti e delle pallavoliste medaglie d’oro olimpiche, oltre che non distinguere Mariah Carey da Matilda De Angelis.
Prima di loro, tra le fila dei culturalmente meritevoli, c’è stata il direttore d’orchestra Beatrice Venezi, che lotta contro la concordanza di genere tra i sostantivi e che, dopo la nomina a La Fenice, subisce l’ormai lunga protesta da parte dei lavoratori del teatro, sia tecnici sia musicisti, e di svariate voci autorevoli del settore, che lamentano una sua scarsa preparazione.
Per non parlare di Pino Insegno e del suo glorioso flop con Il mercante in fiera, o quello di Luca Barbareschi con Se mi lasci non vale, fiori all’occhiello di una Rai che perde svariati colpi, oltre che punti di share e volti storici, ma mai quello sognante di Pierluigi Diaco che ascolta canzoni a occhi chiusi ogni giorno a Bella Ma’; gli invidiosi diranno TeleMeloni.
E infine, come non citare il capolavoro letterario del soft power della destra, l’epopea dell’ex ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, che per rispolverare il dibattito novecentesco sul romanzo popolare italiano, per la gioia di Asor Rosa, ha pensato bene di scriverne uno lui in persona, mettendoci la faccia e soprattutto la fronte – ultimissimo capitolo della saga, Maria Rosaria Boccia rinviata a giudizio; la storia infinita, come quella di Atreju.
Non resta dunque che attendere il prossimo passo della campagna gramsciana di conquista del paese a colpi di Pucci e di reclutamento post mortem di intellettuali iscritti al Pci. Non per dare suggerimenti ai già preparatissimi talent scout del governo, ma tra gli artisti stanchi della dittatura dell’intellighenzia rossa c’è Michele Morrone, attore noto, oltre che per le sue interpretazioni internazionali, per il tatuaggio “FGM” situato all’interno del labbro inferiore, «il fine giustifica i mezzi».
Con una citazione machiavellica di tale portata merita come minimo un ruolo dirigenziale anche lui.
nel nostro paese non ci sarà mai una egemonia culturale di destra, perchè la destra rappresentata egregiamente dagli scappati di casa al governo non ha mai fatto i conti con il passato, quindi una destra normale fa fatica ad emergere e intellettuali e cultura di destra ben presenti in italia paradossalmente non hanno spazio per colpa di questi aggregati di culture destroidi ancora legate ad un culturame da ventennio e senso di rivalsa
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