Viaggio a Gemonio tra i fedelissimi del senatùr, da Leoni a Grimoldi: “Carroccio ormai spostato all’estrema destra”

(Brunella Giovara – repubblica.it) -Qui dove tutto è cominciato, nella ricca ‘Lumbardia’ che lavora, produce e fa il fatturato, il Generalissimo «non è mai piaciuto granché», e pure uno che è stato nella Folgore come lui, e cioè “il vecchio Paglia”, censura «i riferimenti di Vannacci alla Decima Mas, che sono un’idiozia totale», e lo stesso Umberto Bossi «direbbe ‘a me i fascisti non piacciono’», ne è sicuro. Giancarlo Pagliarini, già ministro al Bilancio e quindi predecessore di Giorgetti, leghista da subito e per sempre, sa che «tutta la parte buona del vecchio partito ha ripetuto per mesi che Vannacci era matto…».
Esiste dunque ancora una parte “buona”, nella truppa salviniana, ma silente fino all’altro ieri sul caso Vannacci, poi esiste il nuovo partito Patto per il Nord, in cui sono arrivati via via i “bossiani”, fedeli al Senatùr per l’eternità, per quanto il Bossi non sia eterno e pure molto malato, chiuso nella villa di Gemonio, stile liberty ma vista tragica, affacciata com’è sul cementificio Colacem. Resiste, sulla strada che dal cancello scende in paese, la grande scritta “Grazie Bossi”, con il Sole delle Alpi, ma sta sbiadendo tutto. Resiste anche il ricordo di un momento storico della Lega Nord, 8 febbraio 1991, primo congresso federale a Pieve Emanuele, e sono 35 anni fa, giusti giusti.
E quelli di allora non possono che essere contenti (e anzi, ridono!) dell’addio del militare fascisteggiante, e ride forte Giuseppe Leoni, primo deputato assieme a Bossi nel 1987: «Un film già visto. Il traditore tradito… Ma il primo traditore è stato proprio Salvini, che ha tradito lo spirito della Lega, e ha messo Bossi in un angolo». E adesso, «di cosa si stupisce? Vive nel tradimento, se lo doveva aspettare». E chi sono i bossiani, ce lo dica lei che è stato socio fondatore. «Io, Umberto, e Manuela Marrone, sua moglie. La scritta davanti a casa l’ho fatta io, cosa crede». Sua anche una battuta venefica su Salvini: «Ha scambiato il concetto di federalismo con quello di federale fascista».
E il generale, «è solo la punta dell’iceberg. Il vero problema è Salvini, perché è lui che ha trasformato la Lega in un partito di estrema destra», spiega Paolo Grimoldi, che del Patto è segretario federale. E che «ha tradito gli ideali, il federalismo, l’abbattimento della pressione fiscale, della legge Fornero. E ha aumentato le accise, tassato all’inverosimile i frontalieri di Varese e Verbania. E diciamolo: la ‘Salvini Premier’ è rimasta con un unico progetto politico, che è il ponte di Messina».
Perciò Grimoldi ha prontamente pubblicato sulla sua pagina Facebook «un vecchio video di Bossi contro i fascisti», e tutti ricordano con rabbia — visto come sono andate le cose — le radici antifasciste della prima Lega. Roberto Bernardelli, detto “l’onorevole”, in quanto parlamentare dal ‘94 al ‘96: «Una volta Umberto fece un comizio e disse ‘mio padre era un partigiano. Mai e poi mai con i fascisti!’ Io sono rimasto lì». Un’altra volta ha anche detto «i fascisti andremo a prenderli casa per casa!», per chi se lo ricorda. Poi «è arrivato Salvini, uno che non è mai stato un genio, e posso ben dirlo perché sono stato vent’anni in Consiglio comunale a Milano, e a un certo punto è arrivato questo giovane, che si faceva gran pubblicità personale grazie a Radio Padania». Quanto al Generalissimo, «l’ho incontrato una volta sola alla presentazione del suo libro. E gli ho detto: ma lei è favorevole a un’Europa confederale e a un’Italia delle macroregioni? Ha risposto sì. Per il resto, è uno dell’estrema destra fascista».
Aggiunge che il Vannacci su una cosa ha ragione: «Salvini non ha mantenuto nessuna delle sue promesse elettorali». Una cosa, gli riconosce: «Quando sono finito in galera, è venuto a trovarmi. Sa, la storia del carrarmato…». Il tank dei Serenissimi, con cui tentarono l’occupazione di piazza San Marco, era il 1997, tutta roba entrata nell’epica della Lega. Bernardelli era accusato di aver finanziato il progetto secessionista, poi tornò a fare l’imprenditore alberghiero, e conduce 3 volte la settimana una trasmissione “Senza sconti” che fa «250mila contatti a volta, su Antenna 3. È un’emittente lombarda, ma a noi del Patto interessa l’elettorato della Lombardia, il bacino dove siamo forti», e dove tutto è cominciato.
Ma non è che le cose cambino, ora che Vannacci se ne è andato. Resta Salvini, «che scandalosamente continua a usare il termine Lega. Lui non c’entra niente con la Lega, così, come Vannacci non c’entrava niente», dice Pagliarini. Infatti «noi distinguiamo bene i leghisti veri dalla ‘Salvini premier’, che è tutt’altra cosa», aggiunge Grimoldi. E potrebbe fare una lunga lista di consiglieri, sindaci, ex parlamentari, che gli stanno arrivando tra le braccia, «dal Nord produttivo», e anche da un po’ più in là.
l’ ho visto anche ieri sera alle 8 e mezza volevo girare canale ma visto che c’ era sto’ fulmine de guera ho desistito.Che dire penso che come politico che conta sia ormai ai titoli di coda Poi una candidatura perché tiene famiglia gliela daranno sempre ma è sotto gli occhi di tutti che ha portato il partito sei seguaci di giusssano come una smart che sbatte con unTir che procede in discesa a freni rotti.🤔
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è inutile rovistare in un cesto di mele marce, restano sempre e per sempre marce.
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Chissà cosa disse il Salvini:sto dalla parte di Roberto Maroni? Sto dalla parte del polpaccio del poliziotto? …
Il 18 settembre 1996 quando nel corso delle indagini su Corinto Marchini, indagato per attentato all’unità dello Stato (reato previsto dal Codice Rocco), ci fu una perquisizione di un locale della sede federale di Milano della Lega Nord, ritenuto nella disponibilità dell’indagato.
A tale perquisizione, operata dalla Polizia di Stato, si opposero alcuni militanti e politici leghisti fra cui Maroni, che chiamò sul posto una pattuglia di Carabinieri. Alla vista dei militari in arrivo, i poliziotti fecero irruzione nella sede, travolgendo i presenti tra cui Maroni, che rimase ferito.
Il ferimento stando alle parole di Maroni (credibili) è dovuto a un pugno al volto ben assestato che è stato sferrato da uno dei poliziotti a Maroni, il gesto di violenza avrebbe provocato la frattura al naso del politico.
Corinto Marchini aveva indicato come proprio ufficio un locale che si rivelò essere, come scritto sulla porta, l’ufficio di Roberto Maroni; nessun altro locale venne identificato come un possibile ufficio dell’indagato. Il Procuratore decise di ignorare tale informazione e di far perquisire ugualmente l’ufficio. Contro la perquisizione la Camera dei deputati nel 2003 avanzò ricorso per conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato, chiedendo alla Corte Costituzionale di dichiarare che non spetta all’autorità giudiziaria (ed in particolare alla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Verona) di disporre e di far eseguire la perquisizione del domicilio del parlamentare Roberto Maroni.
Nel 2004 la Corte Costituzionale darà ragione alla Camera. Roberto Maroni è intanto condannato in primo grado nel 1998 a 8 mesi per oltraggio e resistenza a pubblico ufficiale. In appello nel 2001 la pena è stata ridotta a 4 mesi e 20 giorni perché nel frattempo il reato di oltraggio era stato abrogato. La Cassazione nel 2004 ha poi commutato tutto in una pena pecuniaria di cinquemila euro.
Maroni in concreto avrebbe tentato di mordere la caviglia di un agente di polizia
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