Inseguire il generale potrebbe rivelarsi un errore: la premier potrebbe disperdere l’investimento politico verso il “collateralismo bianco” modello Dc

Reuters

(di Manuela Perrone – ilsole24ore.com) – Il «nuovo conservatorismo» di Giorgia Meloni, come è stato battezzato sulla stampa estera, potrebbe essere costretto a cambiare marcia. Dopo l’addio del generale Roberto Vannacci alla Lega, il centrodestra italiano si trova davanti a un bivio: la scelta tra la radicalizzazione e la normalizzazione, ovvero tra la rincorsa al fianco estremo e lo scivolamento dell’agenda verso il centro dello schieramento.

Il rischio di uno spostamento a destra del baricentro politico

«Sotto il profilo generale – spiega Fulvio Lorefice, political risk analist di Bistoncini Partners – la nascita di Futuro Nazionale potrebbe rappresentare un’ulteriore tappa dello spostamento a destra del baricentro politico in Italia: Fratelli d’Italia e Lega, all’esito delle elezioni del 2022, avevano 184 deputati (pari al 46% dei componenti dell’assemblea), mentre nel 1994 erano 226 (pari al 35,87%). Assumendo che Futuro Nazionale si collochi al di fuori della maggioranza attuale, come assicurato anzitutto dalla Lega, il primo rischio è la radicalizzazione dell’attuale maggioranza e al suo interno, più in particolare, di Fratelli d’Italia».

I costi della radicalizzazione

Ma inseguire Vannacci sul terreno della “radicalità” – innanzitutto sui temi della sicurezza, dell’immigrazione e del sostegno all’Ucraina – potrebbe inficiare, secondo Lorefice, «il grande investimento politico fatto da Meloni nei riguardi del “collateralismo bianco” (Cisl, Coldiretti, Comunione e Liberazione) con il ritorno positivo che ne è conseguito». Perché è stata innegabile la capacità della premier di coprire l’area di centro senza lasciare spazio a un’efficace concorrenza da destra, come quella di Matteo Salvini dell’ultimo triennio.

Una destra trumpizzata fino in fondo?

L’altro grande interrogativo è quanto il nuovo movimento vannacciano possa affermarsi come un tentativo di trumpizzare la destra italiana. «Il rapporto di Meloni con la galassia trumpiana – commenta Lorefice – è stato finora quasi un vinci-vinci. Ha beneficiato cioè del fenomeno fino a quando è stato remunerativo in termini di consenso, limitandosi ad importare elementi circoscritti e per lo più cosmetici della proposta e dell’immaginario Maga». Ma davanti alle posizioni più estreme – la minaccia di annettere la Groenlandia, ad esempio – Meloni ha preso le distanze, abbracciando con i partner tedeschi e francesi il pragmatismo europeo in difesa della Danimarca e della sovranità territoriale della Groenlandia. «Il lancio di un’offerta politica da parte di Vannacci, invece, potrebbe imporre a Meloni e a Fratelli d’Italia di fare i conti fino in fondo con l’universo trumpiano e i relativi cascami politici, con i costi che si possono immaginare».

«Sbriciolare il consenso potenziale» dei vannacciani

Alcune contromosse si renderanno comunque inevitabili, da qui in avanti, anche considerando il tempo che manca alle elezioni politiche del 2027 e che consente a Vannacci di organizzare le sue truppe in Parlamento e sui territori e di crescere. «Non stupirebbe – sostiene Lorefice – la promozione ex novo di proposte politiche, dentro e fuori alla coalizione di centro-destra, assimilabili a Futuro Nazionale, con l’obiettivo di “sbriciolare” quest’area di consenso potenziale e “drenare” o “deviare” i voti alle politiche». Quanto pesi quest’area è, però, tutto da vedere.

Il caso Italexit per l’Italia

Il confronto più facile è quello con Italexit per l’Italia di Gianluigi Paragone, «che però aveva – nota l’esperto – un profilo programmatico più forte, un populismo euroscettico per semplificare, e una leadership più debole. Futuro Nazionale ad oggi sembra incardinarsi su un bilanciamento opposto: profilo programmatico più debole, leadership più forte». Sappiamo come è finita: a dispetto dei sondaggi promettenti, Italexit si è fermato sotto il 2% sia alla Camera sia al Senato. Circostanza da cui lo stesso Paragone aveva tratto l’indicazione che non c’era «uno spazio al di fuori del perimetro del centro-destra».

Come leggere il boom di preferenze alle europee

È ancora così o il “fattore Trump” ha aperto questo spazio? Nell’era della personalizzazione della politica, Vannacci sembrerebbe avvantaggiato rispetto a Paragone. E parte forte delle 500mila preferenze ottenute alle europee del 2024, che oggi rivendica per annunciare che non si dimetterà da europarlamentare: «Sono voti miei». Come ricorda Lorefice, l’unica circoscrizione in cui, pur da capolista, non è arrivato primo per preferenze era quella insulare dove a prevalere è stato invece Raffaele Stancanelli. «Questi dati per annotare che al di fuori delle coalizioni è sempre molto dura. Puntare sulla leadership è croce e delizia, le dinamiche del consenso variano molto a seconda dei contesti territoriali».

Il ruolo dei media

Per Lorefice, bisognerà capire adesso quanto i media più legati alle opposizioni saranno incentivati «a “pompare” Vannacci nella logica di indebolire il centro-destra per vincere le elezioni», rendendo più concreto «il rischio che il lupo della destra cattivista, evocato non sempre a proposito in questi anni, possa materializzarsi in Parlamento al prossimo turno».

Il giudizio su Salvini

Quanto alla partita giocata dal segretario del Carroccio, Lorefice vede due tesi contrapporsi. Una è quella del “piccolo Salvini” che ha permesso alla Lega di snaturarsi con l’ingresso di Vannacci, «accentuando la perdita di contatto col Nord produttivo e assumendo un profilo di estrema destra che non si addice all’elettore medio leghista». Ma c’è anche un’altra tesi, più ardita: quella del “grande Salvini”, che «nel 2023 sarebbe stato capace di trasformare la “minaccia” Vannacci in una risorsa elettorale per la Lega, nei tempi duri successivi alle politiche 2022, e in un argine al dilagare di proposte radicali di destra nel nostro Paese, in concorrenza alle forze conservatrici».

La sfida di Meloni

Ora, però, quell’argine è crollato. E la patata bollente torna nelle mani di Meloni: se «le crisi sono opportunità», come la premier ama ripetere, questa potrebbe persino rappresentare l’occasione per neutralizzare definitivamente gli estremismi della “far right” e, grazie anche al rilancio della “Lega dei governatori”, prima trasformare Fdi nella nuova Balena bianca e poi, chissà, realizzare il sogno berlusconiano di federare il centrodestra sul modello dei repubblicani americani. Magari con l’aiuto di qualche centrista allergico al campo largo e alle nozze con il M5S, come Carlo Calenda.